martedì 11 agosto 2015

RENZI, IL GRANDE ILLUSIONISTA

“I dati diffusi dall'Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è una occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione”. Lo dichiara il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Nel primo semestre, l’Inps conferma l’andamento dei dati espresso dal Ministero del Lavoro: il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato è aumentato. Sul totale dei rapporti di lavoro attivati entro il 30 giugno scorso, certifica l’Inps, si è passati dal 33,6% dei contratti a tempo indeterminato attivati nel 2014 al 40,8% dell’anno in corso, per un incremento complessivo di 252.177 lavoratori assunti senza data di scadenza.

Lasciamo perdere per il momento l’ambiguità dei termini “indeterminato” e “stabilità”. Come si possa parlare di lavoro “stabile” a tempo “indeterminato” quando il reintegro in caso di licenziamento del dipendente è limitato solo a quello “discriminatorio”, mentre per tutti gli altri casi è previsto un risarcimento economico irrisorio – due mensilità per ogni anno di servizio (si veda il precedente articolo “Da oggi il mobbing è legale”) –, è cosa che mette a dura prova le mie facoltà psichiche e intellettive. Peraltro, la reintegra viene – con subdola tecnica normativa – di fatto del tutto vanificata con l’introduzione del meccanismo dell’inversione dell’onere della prova. Nel caso, infatti, dell’odioso licenziamento disciplinare illegittimo, sarà il lavoratore a dover direttamente dimostrare in giudizio l’inesistenza del fatto contestatogli.

Insomma, il Jobs Act non è solo quanto di più lontano possa esservi in materia di sicurezza e stabilità del posto di lavoro, ma anche in materia di democrazia e tutela dei diritti dei lavoratori, contribuendo di fatto a creare nuove forme di schiavitù e servitù nel mondo del lavoro.

Il fatto che Renzi gongoli sui dati diffusi dall’Inps rivela piuttosto il personaggio e non il conforto che questi dati dovrebbero ispirarci. Un uomo che sembra l’incarnazione del “Principe” di Machiavelli: «È necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatóre e dissimulatore (...) e sono tanto semplici gli uomini (...) che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».

Un uomo la cui ambizione è così smisurata da pregare Dio di non averne uno simile tra i propri amici: con una mano ti offre un mazzo di rose, con l’altra brandisce un coltello pronto ad essere vibrato quando l’occasione lo richiede. Un carrierista furbacchione che parla con lingua biforcuta. Un insopportabile sbruffone che promette, promette, promette: una riforma al mese, soldi per le scuole che non ci sono, sgravi alle aziende che non arrivano, aiuti alle famiglie che aspettano e sperano, rivoluzioni che falliscono sul nascere, confidando sull’ingenuità e dabbenaggine degli italiani.

Possiamo davvero fidarci di un soggetto simile?

Torniamo ai buoni segnali dal fronte del lavoro. Siamo davvero ad una svolta? A giudicare dalle notizie diffuse dalle maggiori testate giornalistiche e dai network televisivi pare proprio di sì: la riforma del Jobs Act ha dato un impulso positivo al mercato del lavoro. Ma se questo è vero, allora come mai i dati diffusi dall’Istat lo scorso 31 luglio riferiscono di un tasso generale della disoccupazione al 12,7%, mentre la disoccupazione giovanile è giunta alla soglia del 44,2%? Vale la pena ricordare che nel 2011 la percentuale totale dei giovani senza occupazione era del 27,5%.

Cerchiamo di capire dove sta l’inghippo. Se le politiche in materia di lavoro adottate dal governo stanno funzionando, perché allora la disoccupazione aumenta?

Per tentare di rispondere alla domanda, immaginiamo un provvedimento del governo finalizzato ad incentivare l’acquisto di una nuova autovettura da parte di chi pur avendo i quattrini preferisce tenersi la sua vecchia automobile. Supponiamo che l’incentivo consista nell’abbattimento dell’Iva e sospensione del bollo auto per tre anni. Non occorre molta lungimiranza per prevedere che tale proposta di legge farà lievitare significativamente il numero delle nuove immatricolazioni.

Possiamo ragionevolmente supporre per similitudine che il boom dei stabilmente precari a giugno sia il frutto della poderosa dose di incentivi. Ora poiché gli incentivi non sono a costo zero, il Jobs Act costerà alla fiscalità generale qualcosa come 11 miliardi di euro in tre anni - ma questo pochi lo dicono - il Presidente del Consiglio dovrebbe onestamente dire se il suo entusiasmo è ben fondato o rientra in una delle tante propagande elettorali fatte con i soldi degli italiani che le tasse le pagano.

Il fatto è che con gli incentivi alle imprese (il datore di lavoro potrà risparmiare fino a 8060 euro di contributi annuali), a giugno sono aumentate soltanto le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato «a tutele crescenti». Dunque una “bolla”: non sono nuovi posti di lavoro, ma solo stabilizzazione dell’esistente.

Intanto Mediobanca, e non un gufo, traccia un quadro assai meno roseo: nelle grandi imprese l’occupazione è calata dell’1,1%. Le vendite sul mercato interno continuano a crollare. Dall’inizio della crisi nel 2008 gli operai sono diminuiti dell’8,5%. Nel settore manifatturiero targato Italia si è registrato un crollo del 12,3%. Sul fronte degli investimenti esteri, molti gruppi sono andati via dal nostro Paese, determinando una perdita di posti di lavoro del 19% tra gli operai e dell’8% tra gli impiegati. Coloro che sono riusciti a conservare il posto di lavoro guadagnano assai meno, con conseguente perdita del potere di acquisto.

Il Paese è sull’orlo della decomposizione economica, politica e sociale, e Renzi non sa far di meglio che continuare a “prenderci per il culo”. Non è con le "prese di culo" che si risolvono i problemi dell'Italia.

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