«Allora, mettiamola così: se, quando arriverà il mio turno,
mi diranno che il vaccino è AstraZeneca, o Pfizer, o Moderna, o
Johnson&Johnson, o Sputnik V, per me non cambierà nulla.
Essere vaccinati è una conquista collettiva, quella di un
futuro senza contagio, rischio di terapia intensiva e peggio, bollettini, vita
con mascherina e distanziamento sociale, impossibilità di viaggiare, andare al
cinema, a teatro, manifestare, abbracciare e stringere la mano, e tanto altro.
Ovviamente si può scegliere di sfuggire alla vaccinazione, chiudere gli occhi o
chiudersi in casa, come il don Ferrante manzoniano. Si sa come andò a finire».
Dire che quest’uomo è un autentico cretino, è dire poco.
Preservare la popolazione dall’insorgere di malattie
pericolose che possono avere conseguenze gravissime o portare, in molti casi,
ad esiti letali, è cosa buona e giusta quando il vaccino funziona, sviluppa un’immunità
permanente e, soprattutto, gli studi clinici ne hanno dimostrato gli scarsi
effetti collaterali.
Non mi pare che questo si possa dire del vaccino AstraZeneca,
e neppure di quello Pfizer e Moderna.
Allo stato dell’arte non si sa neppure se funzionano anche
contro le varianti.
Se l’obiettivo di vaccinare la totalità della popolazione è
quello di raggiungere la cosiddetta «immunità di gregge», che consente un buon
livello di copertura anche per quei soggetti che non possono essere vaccinati, direi
che questi vaccini non centrino proprio l’obiettivo.
Se il patogeno che ha messo in ginocchio il mondo, a
distanza di un anno, non è stato né eliminato né ridotto, nonostante i lockdown,
le quarantene, le zone rosse, gialle, arancioni, arancioni scure, possiamo ragionevolmente
suppore che sia diventato endemico.
Se il patogeno è diventato endemico, come lo è quello del comune raffreddore, il modello epidemiologico non è il SIR ma il SIRS, ovvero le persone contagiate che hanno sviluppato sintomi, dopo un lasso di tempo, più o meno breve, torneranno ad essere suscettibili all’infezione, diventeranno infetti che a loro volta contageranno quelli che hanno esaurito l'immunità, e così via come un cane che si morde la coda.
Pur ammettendo che i vaccini siano in grado di neutralizzare
una gran parte delle varianti sars-Cov2, considerato che l’immunità vaccinale è
di appena sei mesi, considerata altresì l’elevata contagiosità del virus, considerato
che i vaccini per essere del tutto efficaci necessitano della dose di richiamo,
ci scontriamo con due ostacoli insormontabili: la disponibilità limitata dei
vaccini, da una parte, e la velocità delle somministrazioni, dall’altra.
Ammettiamo, per comodità, che la logistica sanitaria (disponibilità
dei vaccini, strutture ricettive, personale medico e infermieristico, ecc.) sia
illimitata (ma è noto che non è così), e consideriamo soltanto la velocità di
vaccinazione rispetto alla velocità del virus di diffondersi.
Bene, per quanti sforzi si possano fare in termini organizzativi,
la velocità di vaccinazione è in progressione aritmetica (1+1, 2+1, 3+1, 4+1, …,
n+1), quella di diffusione del virus è invece in progressione geometrica (2, 4,
8, 16, 32, 64, …).
Siamo quindi di fronte all’impossibilità di ottenere la
cosiddetta “immunità di gregge”, salvo affermare che un carretto trainato dai
buoi può raggiungere una Ferrari che è partita molto tempo fa e viaggia a 300
Km/h.
Il vaccino (Pfizer, Moderna, AstraZeneca), peraltro, non
esclude che le persone vaccinate possano comunque contagiare o essere
contagiate. Molti si sono, infatti, ammalati dopo la vaccinazione.
In un tale contesto, preso atto che i vaccini non possono
essere la risposta al problema, non sarebbe più giudizioso superare il
principio di obbligatorietà vaccinale per puntare, invece, sull’autodeterminazione
libera e consapevole di ciascuno cittadino?
Un tale atteggiamento mi aspetto da chi ha a cuore davvero la
dignità e la salute di ciascun essere umano, senza trattarlo come un ritardato mentale.