mercoledì 11 marzo 2020

CONGIUNTURA O SAPIENTE REGIA?


Non credo abbiate ancora dubbi sul fatto che, durante il secondo conflitto mondiale, le forze armate italiane fossero ausiliarie a quelle tedesche; come parimenti non credo abbiate dubbi sul fatto che l’Europa ancorché perseguire i propri interessi, come sarebbe lecito attendersi, è ancella di quelli americani. 

A dimostrarlo – per l’ennesima volta, e ove ve ne fosse bisogno – è l’operazione Defender Europe 20, che si annuncia come l’esercitazione militare americana più imponente dell’ultimo ventennio.

Lo scopo? Scoraggiare un’eventuale possibile invasione dell’Unione Europea da parte della Russia. Ma consta a qualcuno che abbiamo ricevuto minacce di guerra da Putin?

Allora mentre gli USA fanno quadrato per evitare il diffondersi dell’epidemia da coronavirus, bloccando i voli da e per l’Europa – e in particolare da e per l’Italia –, la circostanza che 37 mila uomini se ne vadano in giro senza protezione alcuna, in barba alle restrizioni imposte a tutti gli altri cittadini, non preoccupa minimamente i capi di stato europei.

C’è qualcosa che non torna. Una persona mediamente intelligente si porrebbe questa domanda.

Quando nello scorso blog (“Verso la società della sorveglianza”) ho parlato di prove generali di dittatura, intendevo non che l’attuale governo sia in procinto di varare norme liberticide di stampo fascista: non ne ha la patente.

Il nostro governo si è limitato ad applicare le direttive impartite dall’OMS. E se una colpa possiamo muovergli è quella di aver preso per “oro colato” quelle direttive, senza preoccuparsi minimamente dell’impatto che avrebbero avuto sulla psiche della gente e sull’economia del Paese. A mio parere, effetti assai più devastanti di quelli provocati dal nuovo virus.

Sulle prime l’OMS ha minimizzato, e il Governo ha minimizzato; quindi ha elevato il livello di allarme, e il Governo ha pedissequamente elevato il livello di allarme sino a giungere alle attuali misure restrittive, senza valutare i contraccolpi economici che rischiano nel breve tempo di rivelarsi assai più esiziali della SARS-CoV-2.

Come un organismo, il Paese di giorno in giorno si spegne; si spengono le attività commerciali, aumenteranno la disoccupazione, la depressione, l’angoscia. Col risultato che sì usciremo dall’attuale epidemia di coronavirus, ma ci ritroveremo un Paese in ginocchio, in preda agli appetiti smisurati degli speculatori, che compreranno a prezzo di svendita i nostri ultimi asset economici, e  agli usurai di Bruxelles che ci attendono al varco col MES, che distruggerà completamente i risparmi privati degli italiani, che saranno costretti a versare le proprie liquidità per non ricevere assolutamente nulla in cambio.

Domanda: l’operazione militare Defender Europe 20, il tonfo della borsa di Milano, che ha lasciato sul terreno l’11,17%, senza che il Governo alzasse un dito, almeno per evitare le vendite allo scoperto, le misure restrittive in funzione anti epidemica, che stanno soffocando la nostra economia, il MES e, infine, il Covid19 sono in relazione tra loro, o questa congiuntura di circostanze, che sembra preludere ad una tempesta perfetta, è solo casuale?

Resta il fatto che l’Europa tace; il nostro Governo tace. L’imperativo categorico è fermare lo spettro del virus che si aggira per l’Europa.


martedì 10 marzo 2020

VERSO LA SOCIETÀ DELLA SORVEGLIANZA

Questo scenario di società della sorveglianza, in nome del contenimento dell’epidemia da nuovo coronavirus, non so perché ma mi mette in uno stato di profondo disagio esistenziale, più di quanto faccia il timore di contrarre l’infezione. 

I giorni che stiamo vivendo sembrano più ispirati a prove generali di dittatura, in vero stile fascista, che ad azioni atte a scongiurare un morbo che non regge il confronto con la pandemia influenzale causata dal virus H1N1, quella che imperversò fra l’aprile 2009 e l’agosto 2010. 

Quest’ultima avrebbe causato su scala mondiale un numero di decessi enormemente più grande (575 mila) rispetto a quelli da nuovo coronavirus (4 mila). 

Peraltro se la mortalità del coronavirus riguarda soggetti di età media di 81 anni, la pandemia del 2009 colpì fasce di popolazioni mediamente più giovani. 

Questo è quanto emerge dallo studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori coordinati dal Dr Fatimah S. Dawood, che ha pubblicato i suoi dati sulla rivista “The Lancet” del settembre 2012. 

Nel corso della pandemia del 2009-2010, il numero di morti in Europa riportati ufficialmente al Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC) fu di 2.900, ma dopo qualche anno, quello stesso dato, pubblicato su Lancet, fu rettificato a 16.400. 

Non ricordo che in quegli anni furono adottate misure sanitarie così restrittive come quelle invece adottate oggi per il coronavirus, benché i numeri dell’epidemia siano assai più contenuti rispetto a quelli dell’influenza A. 

Ragionando sui numeri, è assai difficile comprendere e condividere le misure restrittive adottate. Il clamore suscitato intorno a questa epidemia assume perciò connotati francamente grotteschi e assurdi. 

Ammettiamo pure che il coronavirus sia un virus davvero pericoloso, come sostiene l’OMS, perché mai  allora l’Italia non ha adottato fin da subito quei provvedimenti restrittivi che, se assunti dopo i primi contagi, registrati in Lombardia e in Emilia Romagna, avrebbero senz’altro confinato e arginato l’epidemia? 

Che senso ha oggi chiudere le stalle quando i buoi sono ormai scappati, se non aumentare il panico (già montante) e il disagio degli “arresti domiciliari”? 

Perché mai il governo si è perso dapprima in messaggi contraddittori riguardo a gravità e contagiosità del virus, e oggi mette in scena uno spettacolo da “virus letale” con provvedimenti restrittivi calati dall'alto, che hanno l’unico effetto di montare lo stato di disagio e confusione della gente, che prende d’assalto i supermercati nel timore di una loro prossima chiusura?

Anziché governare l’incubo per condurci alla fine del tunnel, il governo ha scelto la strada difficile, in parte ancora sconosciuta, della diffidenza tra le persone, che senza rendercene conto ci farà sprofondare nella società della sorveglianza di sapore orwelliano.

domenica 8 marzo 2020

ANCORA NON IDENTIFICATO IL VIRUS DELLA STUPIDITÀ


Io non so se preoccuparmi di più del coronavirus o della nuova specie di virus che sta provocando un’epidemia ben più grave. 

Se il primo è stato riconosciuto, e sappiamo appartenere alla stessa specie del virus della Sars; del secondo non sappiamo assolutamente nulla. 

A differenza del primo non è ancora stato identificato. 

Del primo, la sequenza del genoma è stata resa immediatamente disponibile; del secondo non è nota né la sequenza né la modalità di contagio né la trasmissione. 

Si sa soltanto che è responsabile dell’ondata di panico che tracima dappertutto. 

I sintomi più evidenti sono: psicosi, alterazione mentale, stato confusionale. 

Le persone si riversano in massa nei supermercati per fare scorta di cibo e beni di prima necessità, nel timore di restare chiusi in casa in quarantena. 

Strade, bar e ristoranti deserti. 

E se qualcuno si accascia per terra, in preda ad un malore improvviso, gli si fa il vuoto intorno: nessuno interviene per timore del contagio da Covid-19. Così pure viene guardato con sospetto chi starnutisce o ha un colpo di tosse; visti come “untori”, suscitano lo sdegno delle persone.

La paura per il contagio ha indotto il governo ad approvare (“per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica”) decreti leggi che hanno il sapore di un vero e proprio stato di militarizzazione: divieto di entrare ed uscire dalle zone identificate come “zone rosse”; scuole chiuse fino al 3 aprile; chiuse palestre e piscine; chiusi anche cinema e teatri; niente matrimoni e funerali fino a nuovo ordine.

Bar e ristoranti possono restare aperti ma a condizione che i clienti siano distanziati di almeno un metro tra loro. I gestori di attività di bar e ristorazione hanno l’obbligo di munirsi di righello per garantire che tale distanza di sicurezza interpersonale sia rispettata, in caso contrario scattano sanzioni.

Ogni forma di riunione in un luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, è vietata.

Speriamo che sia ancora consentita la libertà di espressione.

lunedì 24 febbraio 2020

L'EMERGENZA CORONAVIRUS


Vengo subito al tema, e cioè all’emergenza “coronavirus”, e se l’allarmismo posto in essere dai mass media trova una sua qualche giustificazione. La risposta è no: è la classica tempesta in un bicchier d’acqua, di cui dovrebbero rispondere con senso di responsabilità quei giornalisti, che pur di fare notizia non si rendono pienamente conto del danno che non il virus ma essi stanno facendo.


Quel che vedo è “follia”; vere e proprie scene di isteria collettiva, in cui è assai difficile stabilire la linea di confine tra la psicosi (volontariamente o involontariamente) indotta e il reale pericolo rappresentato da questo virus. È dall’isteria collettiva che dovremmo, prima ancora che dal virus, difenderci. Perché se per i virus, grazie al progresso tecnologico, si potranno approntare validi rimedi, contro l’imbecillità umana non mi consta sia stato ancora inventato un rimedio altrettanto efficace.

L’imbecillità è una cosa seria; non dovremmo sottovalutarla. Specie quando gli imbecilli sono in posizioni apicali dell’organizzazione sociale, e ce ne accorgiamo perché i conti non tornano nell’economia, nella società e nella storia. Senza una fuga consapevole dall’imbecillità anche coloro che resistono sono destinati, prima o poi, ad essere risucchiati dal suo vortice. Un esempio di imbecillità è, per esempio, il divieto di fumo, disposto dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, sotto le pensiline in prossimità delle fermate degli autobus. Con tutti i problemi di inquinamento che ha la città di Milano vuoi vedere che bisogna cominciare proprio dal fumo di sigarette per contenerli? La crociata anti-fumo è diventata talmente una religione che chiunque s’azzardi a chiedere ragione di una tale demenziale imbecillità è bollato come eretico dai fanatici salutisti. Il grande attore comico Redd Foxx avrebbe così sentenziato: “I fanatici salutisti si sentiranno stupidi un giorno, mentre giacciono in ospedale morendo di niente”.

Allo stato attuale delle cose è più pericolosa l’epidemia di ignoranza e razzismo verso le persone di origine asiatica che quella da coronavirus. Sempre al momento, la diffusione e i rischi legati al contagio sono appena più seri di quelli legati ad una normale influenza. I morti per influenza sono decisamente più alti rispetto a quelli per coronavirus; all’ottava settimana della sorveglianza stagionale di influenza la mortalità per influenza è stata di 217 decessi, mentre quella provocata da coronavirus di 6 decessi, e le vittime sono tutti soggetti di oltre 80 anni. Possiamo quindi dire che l’influenza stagionale è più pericolosa del nuovo coronavirus (ora chiamato SARS-CoV-2, che causa la malattia ribattezzata dall’Oms COVID-19).

Al presente, la minaccia rappresentata dal coronavirus Sars-Cov-2 è più potenziale che reale, e interessa più gli epidemiologi che si aspettano una pandemia simile all’influenza spagnola, che imperversò dal 1918 al 1920, provocando il decesso di 50-100 milioni di persone. Sulle prime la “spagnola” si presentò come una forma influenzale che durava pochi giorni senza conseguenze di sorta. Venne, infatti, chiamata “influenza dei tre giorni” e indicata semplicemente come uno strano morbo. Quindi, nell’estate del 1918 l'influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnandosi con gravissime complicazioni a livello polmonare che furono responsabili della maggior parte dei decessi.

Quello che rende temibile un virus è il “salto di specie”; virus che normalmente infettano altri animali e che di tanto in tanto effettuano il salto di specie infettando anche l’uomo. In questi casi, diversamente dalla normale influenza stagionale, dove l’infezione causa solo moderati sintomi respiratori nella maggior parte della popolazione, la malattia causata dal virus mutante segue invece un percorso clinico particolarmente aggressivo, con rapido deterioramento e alto tasso di mortalità.

I coronavirus sono in genere virus che colpiscono l’uomo provocando il comune raffreddore; il coronavirus denominato SARS-CoV-2 è invece un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo, prima di essere segnalato a Wuhan (Cina), lo scorso dicembre. Da qui le precauzioni che sono state giustamente prese per arginarne la diffusione.

Ma da queste valide considerazioni all’allarmismo generato c’è un abisso: allo stato attuale delle cose, su una popolazione di circa 60 milioni di individui, il numero di 229 contagiati è pari allo 0,00000382 dei casi; mentre il numero dei decessi è dello 0,000000117. In entrambi i casi si tratta di numeri tendenti allo zero. Se dinanzi a questi numeri si è creata una vera e propria psicosi collettiva, credo che qualcosa non funzioni nella comunicazione e, a giudicare dall’allarmismo suscitato, c’è da chiedersi: nel caso di una pandemia simile alla spagnola, saremo veramente in grado di fronteggiarla senza far collassare il nostro attuale sistema di vita?

Come se già non bastasse la scarsa consapevolezza tra le masse riguardo al virus, c’è pane anche per i complottisti. Secondo alcuni il coronavirus potrebbe avere collegamenti con il programma di guerra biologica cinese; il coronavirus sarebbe sfuggito da un laboratorio a causa di un qualche errore umano. La Cina ha ovviamente negato di avere armi biologiche offensive, ma un rapporto del Dipartimento di Stato dell'anno scorso ha rivelato sospetti di lavori segreti di guerra biologica. Secondo altri il nuovo virus fa parte di una cospirazione degli Stati Uniti per diffondere armi germinali finalizzate a destabilizzare il primato commerciale della Cina. Sia nel primo sia nel secondo caso è assai remota la possibilità che una delle due nazioni ci dica come stanno davvero le cose. Sono pertanto ipotesi che non possono essere al momento né confermate né smentite. La risposta invece alla domanda se l’uomo disponga oggi di una tecnologia in grado di fabbricare virus letali in laboratorio è affermativa: in laboratorio possono essere creati virus bioingegnerizzati in grado di infettare l’essere umano. E questo dovrebbe farci riflettere sull’importanza di far funzionare le meningi piuttosto che abbandonarci a comportamenti isterici.

Se tutti non ci sforzeremo di pensare bene, sarà crisi davvero.

lunedì 23 dicembre 2019

LETTERINA DI NATALE


Ha ancora senso oggi festeggiare il “Natale”? Qualcuno avverte ancora quello “spirito buono” che, almeno nei giorni precedenti e seguenti, la gente si sforzava di mostrare? Come fa a ripetersi ancora questa ricorrenza che ha più l’aspetto di una bolgia infernale – code nel traffico, gente nervosa e frenetica per ultimare gli acquisti, chili di troppo accumulati durante interminabili tavolate, stress, soldi che se ne vanno – che quello tipico del Natale, quale esperienza mistica?

Il Natale che ci riportava nella dimensione del mito e del rito non esiste più.

Al rito collettivo che ravvivava la speranza di un’umanità migliore, la possibilità di un’esistenza più autentica, si è sostituito il culto del materialismo consumistico, in cui si può vivere con disinvoltura la propria abbondanza e lo spreco che ne deriva, senza curarsi affatto di quella parte di umanità tormentata dalla fame, dalla guerra, dalla violenza.

Negozi addobbati due mesi prima, panettoni che non appena passerà Natale, verranno rimpiazzati da colombe pasquali, ci fanno credere che in questo mondo la miseria e la crudeltà siano finite. 

La crudeltà e la miseria non sono finite; è il nostro sguardo culturale a non vederle più.

Ripiegati sul nostro insano egoismo, attraversiamo la nostra vita quotidiana con indifferenza, mentre lo show planetario della crudeltà va in onda.

In fondo la tragedia che non ci riguarda non c’interessa.

Si racconta che: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto» (Luca 10, 30-31).

Elie Wiesel, scrittore rumeno, ebreo sopravvissuto all’olocausto, ci dice che l’indifferenza è il male peggiore che l’essere umano possa incontrare nel corso della sua esistenza: «Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza».

Ma noi simili a “sepolcri imbiancati”, per l'esterno belli a vedersi, ma dentro pieni di ogni putridume, farisaicamente continuiamo a celebrare il Natale!

domenica 22 dicembre 2019

PERCHÉ TANTO CLAMORE SULLA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE?


È ovvio che sulla sospensione della prescrizione ci siano due diversi modi di vedere. E quando i portatori di queste due visioni sono intellettualmente onesti, ossia non motivati da interessi particolari e personali, è giusto valutare secondo coscienza e conoscenza.


Per taluni (Sabino Cassese) la sospensione della prescrizione è un istituto di garanzia, che comporta l’essere giudicati per quello che si è e non per la propria storia. La sospensione della prescrizione cozzerebbe contro due principi costituzionali: il primo, quello di ragionevolezza, che ammette che il passato nel trascorrere fa sì che quello che si era ieri non è quello che si è oggi; il secondo, quello della rieducazione del condannato previsto dall’art. 27 della Costituzione, che sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, la cui giustificazione etica e logica non può essere applicata solo per il condannato ma anche per l’accusato.

Per i sostenitori della sospensione della prescrizione, lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio favorirebbe una maggiore celerità dei processi, giacché non esisterebbe più l’interesse da parte del condannato in primo grado di allungare i tempi processuale nell’attesa che il sopraggiungere della prescrizione estingua il reato, e di conseguenza la pena da scontare.

Ora, quando parliamo di diritto e di giustizia in senso lato, non c’è dubbio che possiamo senz’altro trovare convincente la tesi sostenuta dal prof. Sabino Cassese, se non altro sul piano umanistico. Così come possiamo trovare sul piano dottrinario e filosofico valida la concezione secondo la quale il sacerdote, nel mondo cattolico, è il ministro di Dio incaricato di annunciare il vangelo, seguendo i dettami del Cristo con sacrificio fisico e morale della propria persona a benefico dell’umanità intera. Bene, ma cosa ne facciamo di quei ministri che con l’abito talare insidiano i bambini? Ne occultiamo l’esistenza perché non possiamo ammettere che nel seno di santa madre chiesa s’annidi la cupidigia e la lussuria?

La politica si muove e deve muoversi nel mondo reale, che è altra cosa dall’esposizione incomparabilmente bella dei massimi princìpi enunciati dal prof. Cassese.

Perché bisogna cambiare la prescrizione? Perché è diventato uno strumento nelle mani dei “furbi” per sottrarsi ai rigori della legge. La prescrizione in Italia è diventata un tema altamente politicizzato grazie a Berlusconi e ai suoi epigoni. Quando le leggi accusate di essere “ad personam”, per favorire Berlusconi e i suoi alleati, non bastavano per sfuggire al maglio della legge, ecco che si ricorreva alla progressiva riduzione dei tempi di prescrizione, per sterilizzare i processi che lo riguardavano.

È dunque questo uno stato di diritto? Uno stato di giustizia, che tratta alcuni come figli e il resto come figliastri, a seconda che si faccia parte o meno dell'executive club?

E poi non capisco perché lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio venga agitato come “populismo giudiziario”. In Francia, Spagna e Germania la prescrizione si interrompe con qualsiasi atto giudiziario, tipo l'avviso di fine indagini. In Germania per i reati commessi dai parlamentari la prescrizione viene conteggiata non dal momento in cui è avvenuto il reato ma da quando inizia il processo.

Se poi consideriamo il Regno Unito e gli Stati Uniti, i fautori del no alla sospensione della prescrizione si straccerebbero le vesti. In questi Paesi la prescrizione degli illeciti penali semplicemente non esiste! Puoi aver commesso un reato vent’anni fa, se ci sono sufficienti evidenze di prova, il reato può essere ancora perseguito. I tempi della giustizia civile e penale sono resi ragionevoli e cogenti da altre norme (per esempio, non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato), ma che non hanno nulla a che vedere con la prescrizione dei reati

Sono forse questi paesi incivili e barbari, che non tengono in alcun conto dei diritti dei propri cittadini in termini di garanzie dinanzi alla legge?

Perché dunque in Italia tanto clamore intorno allo stop alla prescrizione, che scatterebbe peraltro solo dopo il primo grado di giudizio?

sabato 21 dicembre 2019

LA SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE, UN CAPPIO AL COLLO SOPRATTUTTO PER I POVERACCI?


Qualcuno sostiene che la sospensione della prescrizione sarà un cappio al collo soprattutto per i poveracci; i ricchi, che hanno mezzi e denari, la faranno sempre franca.


Che la giustizia sia “roba da ricchi” è un fatto facilmente verificabile consultando i dati statistici della popolazione carceraria, che impietosamente mostrano la realtà del meccanismo repressivo: la maggioranza è costituita prevalentemente da ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari; la minoranza da qualche omicida; quindi, fanalino di coda, stupratori, mafiosi o camorristi. Di colletti bianchi la percentuale è tanto esigua da trascurarne il dato; con le patrie galere costoro hanno poco a che fare. E se dovessimo partire dalle statistiche giudiziarie dovremmo concludere che l’Italia è un paese felice in materia di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata.


Ma noi sappiamo che le cose non stanno affatto così! E dunque, perché questo accade? Una spiegazione potrebbe essere che le leggi che i magistrati devono applicare sono improntate ad una scala di valori distorta, che porta ad infierire sui più deboli, lasciando impuniti bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori.


Cosa sappiamo della prescrizione? Sappiamo che la prescrizione è un istituto giuridico che prevede l'estinzione di un diritto, di una pena, di un reato, quando sia trascorso un determinato lasso di tempo senza che il titolare di un diritto o lo Stato si siano attivati per esercitare le prerogative che la legge gli conferisce. Sappiamo anche che la prescrizione ha una diversa valenza in campo civile e in quello penale.


In campo civile, se il titolare di un credito compie un atto di esercizio del diritto (ad es. messa in mora del debitore), la prescrizione s’interrompe e inizia daccapo a decorrere dal giorno della notifica della messa in mora. Lo sanno i malcapitati destinatari di cartelle esattoriali emesse dall’Agenzia delle Entrate, che hanno omesso di pagare l’imposta del bollo auto. Questa imposta si prescrive al terzo anno successivo a quello di scadenza del pagamento. Ma se l’agente di riscossione, il giorno precedente lo spirare del periodo di prescrizione, invia un atto di notifica il termine si interrompe e inizia a decorrere dal giorno successivo per altri tre anni, facendo di noi eterni debitori nei confronti dello Stato.

In campo penale le cose invece stanno diversamente: con l’ultima modifica strutturale del 2005, la prescrizione, fatte salve proroghe e casi particolari, è pari al massimo della pena che il giudice può infliggere. Così, per esempio, il reato di corruzione, sanzionato al massimo con 6 anni di carcere, si prescrive, per l’appunto, in 6 anni. Ma il fatto più sconcertante è che se il reato è stato consumato, la prescrizione si inizia a contare dal giorno della sua consumazione e non dal giorno del rinvio a giudizio, con la conseguenza che la stragrande maggioranza delle prescrizioni si verifica nella fase delle indagini preliminari. E nel caso si giunga al processo, questo è celebrato a vuoto: il responsabile di fatti illeciti può dormire tra due guanciali, tanto sa di non doverne rispondere. L’azione penale che in Italia è obbligatoria avrà costretto giudici, cancellieri, avvocati di parte civile a celebrare una pantomima, sapendo che la vittima del reato, dopo avere coltivato aspettative, resterà senza soddisfazione.


Ora, se rapine, furti e fatti analoghi sono prontamente segnalati e quindi parte immediatamente la ricerca del colpevole, i reati dei colletti bianchi sono complessi da scovare, perché la condotta è più sofisticata e spesso manca la persona offesa che sporga denuncia.


Peraltro, per i primi sussiste il rito accelerato: si può arrestare in flagranza. Per esempio, il pensionato affamato che ruba una bistecca al supermercato viene arrestato in poche ore e portato dai carabinieri o dalla polizia davanti al giudice, che procede immediatamente per direttissima. In questo caso la sentenza viene emessa, se non subito, entro qualche mese. E il pensionato sconterà il suo anno di carcere. Per i reati dei colletti bianchi le cose vanno diversamente. Per esempio, gli illeciti fiscali vengono generalmente segnalati alla giustizia dall’Agenzia delle entrate, che però non riesce a controllare le dichiarazioni dei contribuenti in tempo reale, con la conseguenza che i fatti vengono a conoscenza del pubblico ministero solo a distanza di anni. E quando l’azione penale viene finalmente esercitata, seguono le ulteriori indagini per reperire prove a carico dell’imputato – e pare che le banche non sono sempre solerti nel trasmettere la documentazione richiesta; se poi ci sono fondi neri all’estero le cose si complicano esponenzialmente –, con la conseguenza che il tempo a disposizione per concludere il processo senza che i termini di prescrizioni lo brucino è veramente una manciata di ore!

Dunque qual è la ratio di questa doppia valenza della prescrizione in ambito civile e in quello penale? Perché un rinvio a giudizio non dovrebbe almeno riazzerare i tempi di prescrizione, come succede invece in ambito civile?  Forse per lasciare che la prescrizione resti uno strumento ad uso dei potenti per sfuggire alla giustizia?