domenica 15 maggio 2016

E SE GUASTO FOSSE IL MONDO?

Per anni gli psicologi hanno voluto convincerci che il benessere mentale e il disturbo psichico fossero condizioni legate all'equilibrio dell’individuo in relazione a se stesso, agli altri e al mondo. E se fosse invece che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre società, fondate sul modello capitalistico, a creare proprio quelle condizioni di disagio psichico che, perdurando a lungo e silenziosamente, sfociano poi nella psicopatologia vera e propria?

È un fatto che inquietudine, malumore, insoddisfazione siano le costanti del nostro vivere quotidiano. Questo disagio psicologico potrebbe essere non tanto il risultato dell’incapacità dell’individuo a stabilire soddisfacenti relazioni affettive e sociali, quanto il risultato della progressiva erosione dei legami e dei rapporti sociali, connaturata all'ideologia capitalistica che, uniformando gli esseri umani sul modello consumistico, ha finito per “disumanizzarli”.

Questa esige infatti che l’Uomo sia fondamentalmente e prima di tutto un “consumatore”; l’ingranaggio di un apparato tecnico basato sulla produzione e distribuzione infinita di beni di consumo. Dato dunque che l’obiettivo è il “consumo” di oggetti, anche di quelli di cui non ha realmente bisogno, l’Uomo non deve agire da Uomo libero, dotato di un suo pensiero e di una sua capacità critica, quanto da “automa” spinto dal compulsivo bisogno di appropriarsi di tutti quegli oggetti che, illusoriamente, gli promettono una vita più piena e felice. Ora, se è del tutto naturale che in qualsiasi epoca e in qualunque parte del mondo l’Uomo non ha potuto fare a meno di consumare per sopravvivere, quello che contraddistingue più nettamente l’attuale società occidentale da quelle che l’hanno preceduta sta piuttosto nell'euforia, nella “meccanicità” con cui le persone sono chiamate a soddisfare i propri bisogni o, meglio, i propri desideri. Ed io credo che in questa “meccanicità”, in questo “automatismo” stia il difetto e la causa probabilmente del disagio psichico che contraddistingue più delle altre la nostra epoca: la ricerca coatta di beni di cui gran parte della gente non ha realmente bisogno, ma che sono indotte a credere essenziali per avere una vita più piena e più felice.

Una società che per sopravvivere è basata sulla “pressione consumistica” – essere “consumatori” è un “dovere civico”, ricordava l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – è di fatto una società totalitaria, nella quale esiste un unico modo di pensare, di vivere e il controllo capillare di ciascuno avviene non più tramite la Stasi o la Gestapo, ma attraverso i mass-media che quotidianamente, minuto per minuto, propongono modelli comportamentali che creano una vera e propria dipendenza nell'individuo-consumatore, caratterizzata dalla compulsione a possedere proprio quel determinato bene che ancora non si possiede. Il soggetto avverte che, non potendo disporne, è come se gli mancasse qualcosa di essenziale per mantenere il proprio equilibrio interiore. E finché non si realizza il possesso dell’oggetto, ha la percezione angosciosa di una mancanza radicale, un’astinenza che, perdurando, si incrementa sino a fare di quell'oggetto un obiettivo irrinunciabile.

In una società siffatta, basata sulla soddisfazione privatistica dei bisogni, non trova – e non potrebbe trovare – spazio la “solidarietà umana”, atteso che nella giostra del grande fratello la vittoria arride ad uno solo, il più scaltro, il più furbo, il più cinico; a quello che si fa meno scrupoli in vista dell’obiettivo finale. Il principio motore dell’agire umano non è la mano tesa a chi è rimasto indietro, per compiere il breve o lungo faticoso cammino della vita, ma il motto “mors tua vita mea”, per restare in vantaggio rispetto a tutti gli altri e poter cogliere sempre le migliori opportunità solo per se stessi, dal momento che gli altri esseri umani non sono percepiti come soggetti degni, al pari del vincente, di un’esistenza non dico altrettanto felice, quanto più sopportabile, ma quali competitori nella conquista del gradino più alto della scala sociale.

Una realtà nella quale la disponibilità di oggetti è assunta come unico indizio della superiorità o dell’inferiorità individuale è di fatto una realtà basata sull'istupidimento dell’Uomo e quindi sulla sua “disumanizzazione”. Divorato totalmente dall'apparato tecnico di produzione e distribuzione, spogliato, anzi derubato, della propria umanità, perde la concezione di sé, di quello che realmente è, senza neppure più la coscienza di essere uno “schiavo”, giacché se avesse una tale coscienza e consapevolezza, si ribellerebbe. 

Tale coscienza, tale consapevolezza è abilmente ostacolata nel suo divenire dall'apparente libera scelta tra un’ampia varietà di beni e servizi. Ma questa “libertà” non è più dell’Uomo, quale lo abbiamo conosciuto nei miti e nella filosofia antica, è semmai il trionfo della sua avvenuta mutazione antropologica: da uomo libero si è reso schiavo, accettando supinamente di chiudersi nella gabbia dello sfruttamento e dell’ordine costituito. E tutto questo senza ribellarsi! Senza neppure intravedere l’inganno in cui è caduto, senza neppure sospettare che le sembianze del nuovo sovente nascondono un “ritorno al passato”.

Questo nuovo schiavo è affatto diverso da quelli del passato, ha imparato persino a essere sorridente, efficiente, sempre all'altezza della situazione, necessariamente e continuativamente felice. Perché “pensare positivo”, dare la sensazione di essere felici, sempre soddisfatti è essenziale per non essere considerati “perdenti”. 

In questa sorta di regime di felicità imposto, chi non sceglie questa felicità è costretto necessariamente a nascondersi e a desiderare addirittura d’essere dimenticato, per non dover subire l'onta d’essere additato come un disadattato. Lacerati dalla vergogna e dal senso di colpa, si autoconvincono persino di essere loro la causa del proprio senso di inadeguatezza, perché inferiori, nati al contrario, sbagliati, malati, rendendo così - senza volerlo - anche un ottimo servizio al sistema che potrà continuare a propagandare indisturbato il suo come il migliore dei mondi possibili, nell'euforia collettiva da “Mulino Bianco”.

Non dovremmo dunque meravigliarci se le nuove generazioni di giovani – che vivono in un mondo di egoismo, fatto di apparenze da mantenere ad ogni costo – nascono già così cinici e indifferenti nei confronti della società, della politica. Essi sono già disillusi e incapaci di lottare per un futuro che vedono irraggiungibile, non già perché irraggiungibile ma perché non sanno neppure per cosa valga la pena combattere. 

La disumanizzazione dei padri li ha pian piano logorati, annientati, cancellati, automizzati, trasformandoli in non persone, scheletri vaganti, col telefonino attaccato all'orecchio, che s’aggirano per le strade con occhi spenti e anima persa. Essi non sono più “i figlie e le figlie della forza stessa della Vita”, ma figli di schiavi – prede dell’ansia e della depressione, sempre dietro l’angolo, che aspetta nel buio, in silenzio, per poterli divorare – che hanno imparato presto a chinare il capo e dire sempre sì nella speranza di mantenere un lavoro insoddisfacente e malpagato.

Milioni di anni di evoluzione della specie umana – piaccia o non piaccia – hanno programmato l’Uomo per stabilire vincoli significativi con gli altri suoi simili, con la natura, con gli oggetti culturali, non certo in via prioritaria con le cose. Se è vero che il possesso di beni materiali è pur necessario alla vita dell’Uomo, appiattirlo sulla dimensione predominante di “consumatore” non può non produrre un progressivo isterilimento della sua capacità di sentire umanamente. 

Limitare o sopprimere questa sua naturale inclinazione, che appare inconciliabili con le esigenze della società attuale, che richiede qualità di carattere e stili di vita ben diversi, equivale in definitiva ad alienarlo dalla propria natura.

La “dissoluzione” dell’Uomo, che implica la sua riduzione alle cose che si desidera comprare, si realizza con gli oggetti che prendono il posto della coscienza: egli non pensa più, ma si identifica totalmente con essi. 

Spogliato della sua coscienza si concede allora al mondo e agli altri come merce da vendere bene sul mercato. La cura del corpo e del modo di presentarsi agli altri, imposto dal modello culturale dominante, assumono forme coattive fino al logoramento e allo stordimento di se stessi. La continua fuga da loro stessi, dalla loro condizione presente, l’inquietudine per il corpo, troppo magro o troppo grasso, troppo altro o troppo basso, la vecchiaia infine percepita più come una stigmate che come il naturale divenire della vita, distraggono dalle domande ultime, che dovrebbero invece abitare con tutta la loro fecondità l'anima dell'Uomo: "fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".

Questa ricerca affannosa dell’effimero, che provoca una vera e propria atrofia mentale, si fa più evidente nello svago, che assume le forme dello stordimento psichico: divertirsi significa non pensare, dimenticare la sofferenza intorno, anche quando questa viene esposta e messa in mostra sopra un piatto d’argento.

Se questo è il quadro sociale nel quale siamo costretti a vivere, dove disarmonia e lacerazione dei rapporti umani sono il requisito essenziale per la sopravvivenza del sistema stesso: se i modelli di consumo rimanessero stazionari, per la gran parte delle persone verrebbe a mancare il fattore competizione, essenziale per la lotta per il successo, anche se illusorio, rappresentato dal possesso di beni di consumo. La mancanza della pressione consumistica, con la minore produttività da parte degli operai, determinerebbe inevitabilmente la conseguente riduzione degli stessi beni di consumo. E il sistema collasserebbe!

E' evidente pertanto che in un tale sistema malato, che per affermare se stesso deve negare la natura propria dell’Uomo, è assai improbabile che non avvenga la fuga dell’uomo verso il non umano, salvo meravigliarsi poi che gli uomini siano diventati quel che sono: trasfigurazioni delle forze mostruose e inafferrabili del capitalismo!

Quale felicità, quale liberazione possiamo davvero conseguire, quando l’unico scopo collettivo che ancora rimane al genere umano è il perseguimento dell'interesse materiale personale? Come fare del mondo dell’anima e dello spirito un regno autonomo di valori, quando è il consumismo a dare la misura ai valori e si innalza al di sopra di quello? Come progettare un mondo di valore superiore, approvato incondizionatamente dall'intera umanità, quando ogni individuo può e vuole realizzarlo solo per sé stesso, dall'interno, senza sentire il bisogno di estenderlo a tutti i suoi simili? Come possiamo veramente credere che si possa sostenere il nostro consumismo sfrenato, senza porci la questione se il mondo sia in grado oppure no di sostenerlo?

Le conseguenze drammatiche dei cambiamenti climatici sono ormai sotto i nostri occhi, ma la maggior parte delle persone chiudono gli occhi per non vedere. Si preoccupano che che i loro figli siano ben coperti, che abbiano tutto quanto serve loro per una sana crescita, ma distolgono l’attenzione sul fatto che se si va avanti così, per i nostri figli e i nostri nipoti, rimarrà ben poco dell'ambiente naturale originario, oramai sempre più sfruttato e minacciato.

Reclamano i loro personali diritti, quando ritengono non siano stati rispettati, ma tacciano sulle conseguenze della cattiva politica, che mostra chiaramente i cedimenti del modello democratico, quale prolusione alla sua definitiva sconfitta. 

I nostri governanti si vantano della stabilità delle nostre democrazie, ma basta lo spettro della minaccia terroristica a seminare lo scompiglio e a giustificare il ricorso a leggi restrittive e all'innalzamento di muri per proteggere i loro bravi cittadini dai nuovi barbari, che premono sempre più numerosi ai nostri confini spinti dalla fame e dalla guerra.

La dimensione politica e pubblica, la lotta degli operai, la crisi economica sembrano aver perso ogni urgenza e necessità. A nessuno interessa la sorte degli operai, dei giovani senza lavoro, salvo a quelli che questo dramma lo vivono personalmente; tantomeno interessa la sorte di quanti a rischio della propria vita si trovano nella situazione di essere costretti a partire.

Questo indebolimento della coscienza umana non fa più chiedere loro, di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo cui apparteniamo. Di un politico, non si chiedono se sia onesto, se sia un punto di riferimento morale per i cittadini; si chiedono tutt'al più se soddisferà meglio di un altro al loro particolare e privato interesse.

È fuor di dubbio che trovare le risposte a domande come queste non sia cosa facile, ma erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza. Da queste domande sono scaturite le rivoluzioni che hanno prodotto i moderni stati democratici. 

Forse noi uomini occidentali dovremmo reimparare a porci queste domande per uscire dalla stanchezza, dall'inadeguatezza generale che contrassegnano il nostro vivere quotidiano, dallo scacco esistenziale, dal naufragio dell’anima, sui quali s’incistano l’ansia e la depressione. 


I giovani dovrebbero riscoprire il coraggio di scelte difficili, quelle che ebbero la capacità di fare altri uguali a loro, allo scopo di conquistare quella libertà di cui i primi non sanno più cosa farsene. Se non sapranno riappropriarsi della politica, lo scenario nel prossimo futuro sarà molto diverso: la scelta non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato. 

domenica 1 maggio 2016

L’impegno umano che fa la differenza

Scivoliamo giorno dopo giorno in un sistema di potere invisibile, impersonale, disumanizzante, che non è meno totalitario di tutte le dittature monopartitiche moderne, sia quelle fasciste sia quelle comuniste. I dittatori di tali regimi totalitari assursero al potere o per volontà popolare o per cospirazione. In ogni modo, essi furono personalmente responsabili delle loro azioni, buone o cattive. Nelle moderne democrazie, molti politici, dietro la loro maschera giudiziosa, nascondono un cinismo perverso fatto di crudeltà, mancanza di coraggio, interesse privato a discapito di quello generale, manipolazione e offuscamento della verità.

Fare politica oggi è per molti solo l’opportunità di ottenere grandissimi privilegi, denaro e potere. Per ottenere ciò svendono orgoglio e dignità, incuranti sia dell’impoverimento della proprio coscienza sia dei danni enormi che arrecano alla collettività. Così in nome del personale tornaconto si fanno non solo strumenti “docili” di un potere osceno e anonimo, rappresentato da coloro che detengono grandi interessi economici e finanziari, ma anche banditori di un sistema, di un’ideologia, di un apparato che ha finito per privare – tanto i governanti quanto i governati – della propria coscienza, del proprio senso comune e, in una parola, della loro vera umanità.

Siamo produttori, consumatori, elettori, ma non siamo “esseri umani”; ingranaggi, imbrigliati in un ruolo predeterminato, di una mega macchina il cui unico fine è quello di estrarre anche quel residuo di umanità che persiste nonostante tutto.

Contro questa «invisibile finzione», messa in scena da un potere impersonale e disumanizzante, l’unica resistenza possibile sta nella capacità dell’individuo di risvegliare la propria coscienza e di riconoscere i bisogni autentici dell’esistenza, contrapposti alla falsa sicurezza di un lavoro senza diritti che, pur di non perderlo, induce molte persone ad accettare di tutto, persino a contrabbandarlo con il diritto alla salute.

Non è umano lavorare con sofferenza. Non è umano sottomettere la propria vita alla spietata logica del profitto, dovendosi meritare e guadagnare il lavoro, quasi fosse un premio e non un diritto dell’uomo. L'articolo 4 della Costituzione della Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Il confine tra lavoro che “ci unge” di dignità e quello che invece ci schiavizza è stato superato ormai da diversi anni. Qualcuno ha salutato e saluta questo superamento – vedi jobs act – come indice di modernità, come segno dei tempi: una rivoluzione copernicana che ha aperto le porte al futuro del lavoro. Ma a ben vedere in esso si scorgono semmai sempre più chiaramente le nuove forme contemporanee di schiavitù. 

Il lavoro è innanzitutto relazione e non la completa coercizione subita da chi del lavoro ha bisogno da parte di chi quel lavoro offre, secondo una logica mercenaria di sfruttamento.

Di fronte a un potere “invisibile” e “anonimo”, la vera sfida e la grande responsabilità sta nell'impegno umano di ciascuno di noi nel prendere conoscenza e consapevolezza dell’oppressione e dello sfruttamento perpetrato da un qualsiasi uomo, gruppo, nazione ai danni di un qualsiasi altro uomo, gruppo, nazione. 

Maggiore sarà il supporto, l’interesse e la solidarietà che saremo capaci di dare, da persone libere di pensare, a quanti sono fatti oggetto di oppressione e di sfruttamento, minore sarà il rischio che quella stessa sorte tocchi a noi e ai nostri figli domani. 

Dobbiamo imparare ad aiutarci per non restare soli quando avremo noi bisogno di aiuto. In una parola quel che è a rischio è la salvezza di noi tutti, la mia e quella dell’operaio costretto a barattare la salute con il lavoro; la mia e quella dell’immigrato costretto ai margini di una società opulenta e indifferente alla sua tragedia umana; la mia e quella del ricercatore fatto oggetto di mobbing per aver denunciato i pericoli di alcuni farmaci, a danno e spese dei pazienti, messi comunque in vendita solo per il tornaconto economico delle aziende farmaceutiche.


Se non comprendiamo che siamo tutti, chi più chi meno, ma in egual misura, sfruttati, oppressi e ingannati, se non rompiamo la catena dell’indifferenza che ci separa dai nostri simili meno fortunati, la miseria di questi diventerà presto la nostra miseria. 

lunedì 25 aprile 2016

LA RESISTENZA TRADITA

Il 25 aprile è il giorno in cui si festeggia in Italia la Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. Quel giorno il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione della popolazione contro le forze di occupazione nazifasciste. Le forze partigiane attive nel Nord Italia attaccarono i presidi fascisti e tedeschi imponendo loro la resa e la ritirata dalle città di Torino e Milano. È chiaro che la liberazione non avvenne in quel solo giorno, avvenne poco meno di un anno dopo, il 22 aprile 1946.

Ma la data del 25 aprile 1945 ha assunto un significato simbolico: la natura umana non poteva non ribellarsi all'apparato di forza e di violenza della dittatura nazifascista, riaffermando la fiducia in una società rispettosa dei diritti e delle libertà umane. 

Così la scelta del 25 aprile, come “festa della liberazione”, rappresenta la vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista e vuole segnare lo spartiacque della civiltà contro la forma più elaborata di cultura della persecuzione, la Shoah.

Da quella immane tragedia prenderà forma e vita la nostra Costituzione, quale baluardo contro le forze oppressive e inumane della dittatura e a memoria di quanti soffrirono e morirono per affermare i principi in essa contenuti.

È triste constatare che oggi molti giovani ignorino cosa si festeggi, annoverando il 25 aprile ad una ricorrenza festiva come tante altre. Eppure erano altrettanto giovani quelli che settantuno anni fa accettarono liberamente la morte per far trionfare una causa veramente giusta, fondata sulla libertà, sulla giustizia, sulla democrazia.


A coloro che non sanno che cosa si festeggi il 25 aprile e comunque lo festeggiano perché è l’occasione per una gita al mare o in montagna, dico che sono responsabili della morte di quei giovani – altrettanto giovani e pieni di voglia di vivere – per non averne raccolto l’eredità e continuato a lottare con tutte le loro forze per l’affermazione di un mondo veramente migliore.

domenica 24 aprile 2016

ITALIA IN LETARGO

Lo scorso 17 aprile si è svolto in Italia il referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare. Hanno votato il 32,15% degli italiani aventi diritto al voto. Non avendo raggiunto il quorum necessario del 50% più uno dei votanti il referendum non ha avuto validità.

Si è detto e si dice che il referendum è fallito principalmente per la strategia utilizzata dal Partito Democratico, principale partito di governo italiano, che ha invitato i cittadini a non partecipare al voto, non condividendo l'opportunità di questa consultazione. Il Premier – Matteo Renzi – incassa la vittoria e dice di festeggiare a nome degli operai, ma a stappare lo champagne non sono stati gli operai, ancora una volta gabbati, ma i signori delle piattaforme.

La domanda referendaria non riguardava lo smantellamento delle piattaforme petrolifere entro le 12 miglia nautiche dalla costa con conseguente perdita di posti di lavoro; il referendum chiedeva agli elettori di abolire la norma che permette di prorogare le concessioni per estrarre gas e petrolio in mare senza limite temporale fino all’esaurimento del giacimento.

Le compagnie petrolifero ringraziano quanti non sono andati a votare, facendo fallire così il quorum referendario, perché grazie a loro, col prolungamento delle concessioni, potranno rinviare sine die lo smantellamento di quasi la metà delle piattaforme esistenti classificate “non eroganti” o comunque “non operative”: bonificare quei 35 impianti gli sarebbe costato almeno 800 milioni di euro.

Il fallimento del referendum non è stato soltanto la sconfitta della democrazia nel nostro Paese; è più in generale la prova della scarsa partecipazione, attenzione e sensibilità della maggioranza degli italiani sui temi ambientali e sul futuro del pianeta.

L’esito della consultazione conferma che la maggioranza assoluta degli italiani è negletta, incapace di informarsi e quindi prendere decisioni conseguenti. Insomma, non è matura per la democrazia! La triste verità è che troppi italiani si disinteressano della vita politica di questo Paese e vogliono essere infatuati dall’imbonitore di turno. 

Dal 1994, anno dell'ascesa politica di Berlusconi, è stata la maggioranza dei cittadini italiani a mantenere inalterato il suo potere politico. E sempre questa maggioranza consente oggi a Renzi e alla sua squadra di sparare le più grosse cazzate che siano mai state dette, senza pagare pegno, innalzandolo pure a salvatore di questo malandato Paese. 

Quando poi il conto dei governi inetti e corrotti è bello salato, si destano dal lungo letargo invernale per maledire proprio quella classe politica che loro hanno mandato e mantenuto al potere. Ma intanto il danno è fatto, ma il conto tocca pagarlo a tutti.

Votare a questo referendum, indipendentemente dalla scelta di voto, sarebbe servito almeno a dare un segnale che gli italiani sono meglio di quanto i politici credono. 

In Italia i politici credono nel grande spirito di sopportazione del popolo italiano e così possono fare tranquillamente i loro comodi; dormono sogni tranquilli, tanto gli italiani sono incapaci di qualsiasi forma di ribellione a un potere sempre più arrogante e sempre più corrotto. 

Stanno intossicando il nostro futuro e quello dei nostri figli, ma la maggioranza degli italiani, quel 70% che non ha votato, resta in un “letargo esistenziale collettivo”, dove prevale il “giorno per giorno”. Per i quali l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale prevalgono sui valori collettivi e l’unità di interessi. È a questo profondo letargo esistenziale, fatto di abulia, vigliaccheria, indifferenza, che corrisponde la classe politica che abbiamo.


Fosse per questa maggioranza di italiani, con i quali faccio fatica a identificarmi e mi vergogno di appartenere, saremmo ancora sotto il giogo nazifascista e non ci sarebbe nessun 25 aprile da festeggiare. Per fortuna esiste ancora quel 32% cui mi onoro di appartenere. 

lunedì 11 aprile 2016

QUALE ITALIA VUOLE IL ROTTAMATORE?

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito! Anziché riflettere sul fatto che l’inchiesta di Potenza fa emergere un rapporto incestuoso tra le lobby del petrolio e chi fa le leggi, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, pone l’accento sulla privacy: “pensate se registrassero le vostre telefonate”.

Certo, a nessuno farebbe piacere che le proprie conversazioni telefoniche fossero intercettate e pubblicate. Ma omette di dire che in Italia devono esservi gravi indizi di reato e l'assoluta indispensabilità dell'intercettazione per il proseguimento delle indagini perché possano essere autorizzate dal PM dopo l’autorizzazione del GIP. Questa grave omissione è in palese “malafede”, atteso che da un laureato in giurisprudenza non si dà che dimentichi l’abc del nostro ordinamento giuridico.

Renzi dunque inganna consapevolmente gli italiani volendo far loro credere che la loro privacy sia costantemente violata e sottoposta al controllo incessante della magistratura per scopi inconfessabili. Non siamo nella Berlino est di prima del crollo del Muro, quando la Stasi spiava le attività dei propri concittadini, al fine di impedire attività antigovernative.

In Italia le intercettazione telefoniche, a differenza di quello che avviene in molti altri paesi, godono di pochissimo potere discrezionale: non possono essere predisposte dalle forze dell'ordine (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Postale, etc.), ma solo dal Magistrato Inquirente, sotto il controllo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), giudice terzo rispetto alle indagini. Quindi, una volta esaurite le indagini, il Magistrato Inquirente presenta le sue tesi al Giudice per l'Udienza Preliminare (GUP), che decide se rinviare l'imputato a giudizio o se archiviare il caso. E solo nel caso in cui la tesi del Procuratore sia considerata abbastanza solida, il caso approderà in tribunale.

In altri termini, in Italia non si possono fare intercettazioni “a caso”: queste possono essere predisposte solo quando esiste il fondato sospetto che una persona possa utilizzare il telefono, la posta elettronica o altri mezzi di comunicazione per portare a termine reati talmente gravi da giustificare un tale strumento probatorio. Tra questi rientrano, oltre ai delitti per i quali è prevista la pena dell'ergastolo, l’associazione a delinquere e quella di stampo mafioso.

Dunque, Renzi, quando grida al complotto, mente sapendo di mentire!

In un Paese che certo non brilla per senso di moralità e responsabilità che dovrebbe accompagnare chiunque ricopra cariche pubbliche, qualunque riforma della legge sulle intercettazioni tradisce il vero intento di non voler combattere nei fatti la corruzione e il malaffare. È scoraggiante constatare come puntualmente, quando le inchieste riguardano i “potenti”, il tema delle intercettazioni telefoniche ritorna al centro del dibattito pubblico.

Basti ricordare che le grandi inchieste giudiziarie degli ultimi tempi, da Mafia Capitale allo scandalo Mose, non sarebbero state possibili senza lo strumento insostituibile delle intercettazione. Con il bavaglio sulle intercettazioni, la vicenda emersa dall’inchiesta della Procura di Potenza sarebbe rimasta lettera morta. L’ex ministro Guido sarebbe rimasta al suo posto; il suo ex compagno Gemelli l’avrebbe fatta franca; Tempa Rossa libera di continuare ad inquinare.

È dunque questa l’Italia che vuole il rottamatore? Quella dei ladri di polli che vanno in galera, mentre imprenditori mazzettari, faccendieri e politici corrotti la fanno franca?

Per uno che voleva rottamare la vecchia politica, deciso a farne una volta per tutte tabula rasa, non c’è che dire: il rottamatore è stato rottamato!

Che fine ha fatto quel giovane di belle speranze che dalla sua Leopolda tuonava contro i vecchi colonnelli della politica? Che fine ha fatto quel giovane che si diceva nauseato dagli scandali? Che fine ha fatto quel giovane che prometteva di demolire a picconate i vecchi schemi del gioco politico?

Non diversamente da colui che l’ha preceduto, Renzi, anziché interrogarsi sul disastro etico che l’inchiesta sta mettendo in luce, si scaglia invece contro la Procura di Potenza, rea di aver fatto solo il proprio lavoro, che è quello appunto di controllare che la legge sia rispettata.

E poiché l’inchiesta della Procura di Potenza mette in imbarazzo il suo governo, mostrandolo come un coacervo di lobby fameliche, da abile imbroglione, sposta la questione sul tavolo del rispetto della privacy e invoca un “equilibrio migliore” sulle intercettazioni, facendo intendere che il problema non è che i magistrati abbiano evidenziato, per l’ennesima volta, il vero cancro di questo Paese: esecrabile è che si siano avvalsi delle intercettazioni per farlo emergere. Derivando questo ragionamento, dovremmo concludere che i medici che si avvalgano della Tac per rilevare il tumore sono spregevoli, in quanto violando la parte più intima e interna di un essere umano, ne oltraggiano la sacralità del corpo.

È proprio grazie al lavoro sapiente e “ingrato” di una parte della magistratura, se una nazione martoriata dalla corruzione può ancora dirsi fondata sul diritto. In un Paese in cui la corruzione è uno dei reati più diffusi, quei magistrati – ingiustamente accusati di intenti persecutori – se si mostrassero più docili al potere avrebbero senz’altro vita più facile e mille modi per far carriera e arricchirsi. Ma questi non si fanno intimidire, vanno avanti, e hanno pure la sfrontataggine di stuzzicare il “potere”!

Il buon senso dovrebbe indurci a riflettere che se lo fanno o sono degli idioti o sono animati dal senso del dovere che impone loro la legge. A costoro che, nel mare della putredine morale in cui è inabissato questo Paese, agiscono secondo un senso etico, dovrebbe essere innalzato un cippo monumentale a mostrarne il coraggio e la resistenza. Ma no! Il presidente del Consiglio si fa scherno del loro lavoro: “Ci sono indagini a Potenza con la cadenza delle Olimpiadi e non si è mai arrivati a sentenza. Un paese civile è un paese che va a sentenza”.

Trascura di dire – asino o furbacchione? – che se le indagini non vanno a sentenza non è affatto colpa dei Pm, che fanno le indagini, quanto dei tribunali e delle corti d’appello, che quando si tratta di celebrare i processi che coinvolgono gli eccellentissimi e i potenti ci vanno con i piedi di piombo, attenti a non pestare i piedi di questo o quello. È quanto accadde a Luigi De Magistris con l’inchiesta “Toghe lucane”.

Le indagini partirono dalle presunte “interferenze” che un gruppo di magistrati avrebbe esercitato su Henry John Woodcock, all’epoca Pm di Potenza, che indagava sugli intrecci tra politici e criminalità lucana, ma non giunsero mai a dibattimento, perché, ancora prima che iniziasse, fu cacciato da Catanzaro e trasferito a Napoli. La ragione? Gli indagati erano persone “eccellenti”: l’ex sottosegretario del governo Prodi, nonché ex governatore lucano, Filippo Bubbico (Pd); l’ex membro del Csm, nonché ex senatore di An, Nicola Buccico; l’ex procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano; l’ex procuratore aggiunto Gaetano Bonomi; l’ex Pm della DDA (direzione distrettuale antimafia) Felicia Genovese; l’ex presidente del tribunale di Matera Iside Granese; il procuratore capo di Matera Giuseppe Chieco. Secondo l’ipotesi accusatoria di De Magistris, tutti questi facevano parte di un “comitato d’affari” finalizzato alla tutela d’interessi personali e di gruppi, mediante corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio.

Renzi, come già Berlusconi prima di lui, dice che ci sono intercettazioni “che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l’inchiesta”. Anche qui omette di aggiungere che le conversazioni tra l’ex ministro Guidi e il suo ex compagno non riguardavano questioni attinenti la loro vita privata, ma il ruolo della Guidi nello sblocco dei lavori di costruzione dell’impianto Tempa Rossa, gestito dalla società francese Total, al fine di favorire gli interessi commerciali di Gianluca Gemelli, l’ex compagno di Federica Guidi.

Tutti i contenuti di carattere privato che non hanno a che fare con l’inchiesta sono stati espunti, salvo quelli che è difficile separare dalle possibili notizie di reato.

Quella di Renzi è dunque una polemica esclusivamente strumentale: nessuna revisione della legge sulle intercettazioni cancella i fatti emersi dall’inchiesta di Potenza. 

Ma il presidente del Consiglio avrebbe preferito il silenzio, così nessuno avrebbe saputo delle laboriose attività della coppia Guidi-Gemelli; nessuno avrebbe disturbato la ministra Boschi e i suoi preziosi emendamenti; i petrolieri avrebbero continuato a fare tranquillamente i loro comodi. E, della crescita dei tumori in Lucania, per effetto anche dell’inquinamento prodotto dagli scarti delle perforazioni, nessuno avrebbe mai parlato.


domenica 3 aprile 2016

È stata solo una telefonata inopportuna?

Secondo il presidente del Consiglio quella della Guidi è stata solo una “telefonata inopportuna”, ma la norma è “sacrosanta”. Il ministro Maria Elena Boschi, responsabile dei rapporti col Parlamento, attaccata dalle opposizioni per il suo ruolo nella vicenda, si dice pronta a rifirmare quell’emendamento: Tampa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti posti di lavoro nel Mezzogiorno.

A Matteo Renzi e al ministro Boschi va riconosciuto comunque un evidente talento naturale: quello di mutare, sia pure solo sul piano dell’immagine, una cocente sconfitta in vittoria! Non facciamola tanto puzzolente, in fondo cosa è accaduto? Il ministro Guidi è stata pizzicata a fare una “semplice” telefonata, nel corso della quale traspariva l’intento di favorire il fidanzato nei suoi affari. Eh, allora? Come direbbe Crozza: “Che Paese arido che siamo, una non può fare nemmeno un regalino al fidanzato, che si deve poi dimettere!”.

Insomma, per Matteo Renzi e la Boschi, colpevole è solo la telefonata, non l’emendamento inquinato dal conflitto di interessi. Poi Matteo Renzi ci rassicura: in Italia le cose son cambiate, perché in altre occasione altri personaggi (Cancellieri) hanno disinvoltamente evitato di rassegnare le dimissioni. E ancora, vogliamo dirla proprio tutta: il provvedimento è un provvedimento giusto, perché porta posti di lavoro. Una cosa sacrosanta!

Ecco alla prova dei fatti il Renzi svelto, furbo, agile, imbroglione, che altera il quadro della realtà, trasformando un fatto torbido in prova di trasparenza.

Il fatto torbido scaturisce dall’inchiesta della procura di Potenza che tocca, colpisce e travolge interessi economici e politici in tutta Italia. Due i filoni d'inchiesta al vaglio degli inquirenti: il primo sul Centro Olio in Val d'Agri a Viggiano dell'Eni, l'altro sull'impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa, nell'alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata.

Le conseguenze politiche, che hanno costretto il ministro alle dimissioni, vengono tutte dal filone Tempa Rossa, nel quale è indagato appunto il compagno del ministro Guidi e riguarda l'affidamento di appalti e lavori per l’infrastrutturazione del giacimento “Tempa Rossa” della Total.

Gemelli, infatti, interessato ai subappalti per le sue aziende, sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico, ha ottenuto commesse dalla Total, in barba alla trasparenza. Insomma, il classico “do ut des”: da una parte Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total rilascia alle aziende di Gemelli le qualifiche necessarie per la progettazione e l’esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa, dall’altra Gianluca Gemelli, forte del suo rapporto con il ministro Guidi, promette un emendamento a favore dell’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa.

Ecco perché a Gianluca Gemelli viene contestato il reato di “traffico di influenze illecite”. Tale reato punisce infatti chi “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della propria mediazione illecita ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all'omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio”.

Ma cosa stabilisce l’emendamento e perché sarebbe stato di estremo interesse per la Total proprio in relazione al progetto Tempa Rossa?

Il giacimento petrolifero di Tempa Rossa – la cui concessione è appannaggio di Total (al 50%), Shell e Mitsui – ha una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, ma per lo stoccaggio e la raffinazione è necessario trasportarlo a Taranto. Ed è qui che cominciano i problemi!

Gli ambientalisti temono un aumento dell’inquinamento, il potenziamento degli impianti di raffineria comporta un aumento delle emissioni diffuse pari al 12%; gli esponenti politici locali di Sel premono sul governatore Nichi Vendola perché riveda la posizione della Regione Puglia favorevole al progetto; c’è il Comune di Taranto che, dopo un primo parere positivo, cambia idea e vieta il potenziamento della raffineria Eni, terminale di esportazione del giacimento petrolifero di Tempa Rossa; c’è infine la cittadinanza, stanca di pagare per un modello di sviluppo economico un tributo troppo alto in termini di salute e di ambiente. 

E arriviamo al gioco delle tre carte. Di fronte a tali e tanti ostacoli l’emendamento marchetta uscito dalla porta dello Sblocca Italia, rientra dalla finestra della Legge di Stabilità, con lo strumento della mozione di fiducia. E cosa prevede l’emendamento?

L’emendamento prevede che “l’autorizzazione unica per le opere strategiche” valga anche “per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali” anche lontano dal giacimento. E nel caso in cui gli enti locali si oppongano, vale quanto previsto dallo Sblocca Italia sulle opere strategiche: su queste alla fine decide il governo, il quale in deroga alle procedure di valutazione ambientale e alle ineludibili intese con le Regioni, stabilite dal Titolo V della Costituzione, procede alla realizzazione delle medesime. Così il 19 dicembre 2015 giunge il via libera definitivo ai lavori a Taranto.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi difendono ora a spada tratta il progetto Tempa Rossa, a loro dire un “progetto strategico per il Paese”. Mostrano il dito e nascondono la luna: sminuiscono agli occhi degli italiani la vera ragione dell’inchiesta: quella di disastro ambientale. 

Gli inquirenti della procura di Potenza, infatti, hanno portato alla luce un sistema illecito di smaltimento dei rifiuti provenienti dalle attività estrattive in Val d'Agri, i cui rivoli lambiscono come sempre anche esponenti della politica e delle istituzioni, in un intreccio perverso di affari e di favori reciproci.  

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, illustrando infatti i particolari dell'inchiesta, ha mostrato come per risparmiare denaro il “club dei furbetti” ha avvelenato un territorio con meccanismi truffaldini. Secondo l'accusa, «rifiuti speciali pericolosi» sarebbero stati qualificati dal management Eni «in maniera del tutto arbitraria e illecita», con un codice che li indicava come non pericolosi. E poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento con «un trattamento non adeguato e notevolmente più economico». Gli inquirenti ipotizzano peraltro «manomissioni» delle comunicazioni agli enti di controllo sui superamenti dei limiti di legge, al fine di «non allarmarli».

Maria Elena Boschi si dice dunque pronta a “rifirmare” l’emendamento incriminato domani stesso. Sarebbe interessante sapere se lei, il ministro Guidi, il premier Matteo Renzi si mostrerebbero parimenti disposti ad andare ad abitare al quartiere Tamburi a Taranto o in Basilicata, dove, sebbene il lavoro manchi come prima, l’incidenza delle malattie legate all’attività estrattiva è aumentata esponenzialmente.

Se questo è il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica, ridateci allora quelli della Prima o della Seconda Repubblica che almeno rispetto a questi non si sentivano dei dell’Olimpo intoccabili e cui ogni capriccio è consentito.

martedì 29 marzo 2016

Breve riflessione sull'attentato a Bruxelles

“Siamo in guerra”, ha dichiarato il primo ministro francese, Manuel Vals. E il nostro presidente del consiglio gli ha fatto eco: “Non è il momento delle colombe”. Mi domando su quale pianeta abbiano vissuto sinora questi due personaggi. Certamente non sul pianeta Terra. Se fossero di questo pianeta saprebbero che in realtà sono anni che l’Europa, al fianco degli Stati Uniti, è in guerra in Afghanistan, in Iraq, in Libia.

Nell’ottobre del 2001, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre, le truppe occidentali hanno invaso l’Afghanistan, giustificando tale attacco con lo scopo di distruggere Al Qaeda e catturare Osama bin Laden. Quindi nel marzo 2003 la coalizione multinazionale, sempre guidata dagli Stati Uniti d'America, ha invaso l’Iraq con l’obiettivo di abbattere il regime di Saddam Hussein, responsabile – secondo l’amministrazione Bush – di dotarsi di armi di distruzione di massa e di appoggiare il terrorismo islamista. Infine, il 19 marzo 2011 sempre la Nato ha scatenato una guerra contro la Libia col pretesto di salvare il paese dalla follia omicida di un dittatore che stava soffocando nel sangue una “rivoluzione” popolare spontanea.

Come si è scoperto in seguito, gli obiettivi dissimulati di queste guerra in realtà non hanno avuto nulla che giustificasse una guerra difensiva contro una minaccia potenzialmente distruttiva e globale, tantomeno sono risultate utili a garantire la sicurezza occidentale dagli attacchi terroristici, ancor meno il loro intento era umanitario: sono migliaia le vittime innocenti delle cosiddette “guerre umanitarie” portate avanti dalle potenze occidentali.

I nostri media fanno molto scalpore, e giustamente per le vittime del terrorismo, ma poco dicono dei morti innocenti fatti dalle armi delle potenze occidentali. Eufemisticamente li chiamano “danni collaterali”, facendo intendere che i nostri morti sono più morti degli altri; i nostri bambini, più bambini degli altri. Li chiamano opportunamente danni collaterali per aggirare gli articoli 51 e 57 della Convenzione di Ginevra che proibisce l’uso dei bombardamenti a tappeto e obbliga le forze belligeranti a risparmiare le popolazioni e gli obiettivi civili. Il termine “danno collaterale” è l’escamotage per controbattere alle accuse di violazioni del diritto umanitario. 

Così tra menzogne e ipocrisia tacciono il fatto che le superpotenze stanno combattendo in realtà il “mostro” creato da loro stessi. Se si vuole continuare ad imporre i propri disegni ai popoli e servire i propri interessi, non c’è poi da meravigliarsi se questo atteggiamento arrogante delle potenze occidentali genera come unica risposta quella terroristica: la malapianta del fondamentalismo islamico l’hanno innaffiata e coltivata per anni proprio le potenze occidentali nell’esclusivo interesse di sparute minoranze, costituite dai grandi trust finanziari e commerciali, e non certamente di quello dei popoli.

Ai popoli occidentali spetta il compito di sostenere gli enormi costi della sicurezza a solo vantaggio degli interessi di pochi. Tutto questo – come fa osservare Noam Chomsky – grazie a un sistema di propaganda perfetto che si regge su due pilastri. Mentre il primo sforna fiction, soap, reality show e sport per distrarre gli interessi della gente dai problemi reali, il secondo, sapientemente, indirizza le opinioni di lettori e spettatori. 

Il pluralismo dell’informazione e della libertà di stampa è una bufala colossale; in realtà, giornali radio televisione, sono delle mega macchine di indottrinamento al servizio di potentissimi e occulti poteri finanziari.

In questo sta l’ipocrisia dell’Occidente: da una parte si fa portatore di idee quali la libertà, la democrazia, l’uguaglianza economica, il rispetto della dignità di ciascun uomo; dall’altra agisce calpestando proprio quei valori di cui si fa antesignano. Metaforicamente non è dissimile da colui che di giorno partecipa al family day, facendosi custode dei valori tradizionali e religiosi della famiglia, e di notte insidia procaci e giovanissime fanciulle alla ricerca proprio di quei piaceri che di giorno condanna.

Gandhi sosteneva, con serena umiltà, di non avere nulla di nuovo da insegnare agli uomini, poiché la verità è antica come le montagne. Non occorre essere professore della Harvard University per comprendere che per evitare il ripetersi di nuovi attentati terroristici, bisognerebbe innanzitutto chiudere il rubinetto che alimenta il reclutamento di nuovi terroristi. 

Questo lo si fa curando ed eliminando le sacche di povertà nelle periferie delle metropoli europee; combattendo le disuguaglianze, la disoccupazione, la precarietà, la povertà, il razzismo; distribuendo più equamente e diversamente le risorse economiche, soprattutto a vantaggio delle aree più deboli economicamente; fermando le guerre, in Siria e in Medio Oriente; aprendo e non innalzando frontiere a quanti scappano da condizioni di vita infernali; definendo politiche di accoglienza comuni.


Ma è assai più probabile che la risposta andrà nella solita direzione, quella opposta: controlli ancora più stretti, sospensione dei diritti costituzionalmente garantiti, misure d’emergenza rafforzate, frontiere ancora più chiuse, caccia agli stranieri, più militari nelle strade, intensificazione dei bombardamenti, aumento del budget per scopi bellici. Senza riflettere che questo è proprio il risultato atteso e sperato dai terroristi.