lunedì 29 febbraio 2016

Ahi serva Italia!

L’atto del governo n. 256 contiene una norma che, violando il codice civile, recepisce una direttiva Ue del 2014, secondo la quale se uno non ha pagato sette rate del mutuo, la banca può prendersi casa o capannone senza passare da un giudice. 

Viola di fatto il codice civile, in quanto aggira l’articolo 2744 che vieta il “patto commissorio”, che preveda il passaggio automatico di un bene al creditore in caso di mancato pagamento delle rate. Peraltro, la norma varrà anche per i contratti già in essere.

Dunque, dopo il decreto “Salva Banche”, ecco il secondo regalo di Matteo Renzi al sistema bancario italiano che, in questo modo, potrà prendersi le case di chi è in ritardo col mutuo senza troppe complicazioni, e cioè senza passare dal giudice.

Incredibile?

No, incredibile è che nonostante l’ennesimo schiaffo a coloro che la crisi non l’hanno provocata, ma che ne pagano il conto, nessun sentimento d’indignazione prevale nel Paese.

In modo del tutto vergognoso è stato abolito de facto l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, a tutto vantaggio della confindustria, e nessuna protesta s’è levata né da parte dei lavoratori né da parte dei cittadini. È stato innalzato il tetto del contante, incentivando così l’evasione, e gli italiani dormono o stanno programmando o prenotando le prossime vacanze.

Le proiezioni sui bilanci INPS non sono rassicuranti: 12,8 miliardi di esercizio negativo nel 2014, 6,8 miliardi il deficit complessivo del 2015. Quindi secondo le previsioni, l’INPS passerà da un attivo di 18,5 miliardi del 2014 a un rosso intenso per 56,6 miliardi nel 2023. E tutto questo grazie alla ricongiunzione dei contributi previdenziali da INPDAP (ente previdenziale dei dipendenti della pubblica amministrazione) a INPS. Il buco delle gestioni pensionistiche del settore privato dell’INPS non c’era, ma da quando l’onere della spesa pensionistica previdenziale degli ex INPDAP è stata scaricata sull’INPS, il finanziamento del disavanzo di questa componente di spesa pubblica, di fatto, avviene attraverso i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti e autonomi privati. Ma gli italiani restano fiduciosi che continueranno a riscuotere le loro pensioni, malgrado i conti in rosso.

In una notte sono stati polverizzati i risparmi di una vita di sacrificio, ma per gli italiani è ancora “cos ‘e niente”. Il padre della Boschi, vice presidente della Banca Etruria, sapeva del buco di 3 miliardi, sei volte il patrimonio netto della Banca, ma ha consentito che le obbligazioni subordinate venissero ancora sbolognate agli ignari e incolpevoli risparmiatori, che il governo Renzi ha fatto passare per “speculatori”. Ma il ministro Boschi ha detto alle due Camere del Parlamento che suo padre è una persona perbene e che Banca Etruria non ha ricevuto favoritismi dal suo governo. Ora, poiché il padre del ministro Boschi è stato indagato o coindagato per turbativa d'asta, estorsione, dichiarazione infedele, omesso versamento dei contributi, mi domando se questa è una persona “perbene”, chi sono i mascalzoni?

Mentre i figli di milioni di italiani sono ormai già costretti ad emigrare se vogliono trovare un lavoro, parimenti la rassegnazione e l’indifferenza di altrettanti italiani incoraggiano una classe politica inetta e corrotta a perseverare.

A Taranto i livelli di diossina, potente cancerogeno, sono 40 volte superiore ai limiti; il governo sapeva, ma il ministero dell’Ambiente ha taciuto!

Da fuori, l’Italia è vista come un paese in decadenza e declino. Ma solo noi italiani non ce ne accorgiamo. Aspettiamo fiduciosi la luce in fondo al tunnel, come estragone e vladimiro in "Aspettando Godot".

A conclusione, l’ossatura su cui si regge il potere in Italia è segnata, innanzitutto dal "servilismo", dalla "pochezza d’animo", dall’"ambiguità"  del suo popolo, e che sicuramente non si consoliderebbe se non ci fosse l’ossequio e la cieca riverenza alla cricca politica e al governo dei quaquaraquà. 

Ci lamentiamo ma poi ci adattiamo senza scarti alle norme.


Continuare a incolpare il potere, che ci lusinga per meglio opprimerci o che ci invoglia per meglio sfruttarci, è un alibi infantile. Nessun potere, almeno fino ad oggi, ci minaccia o ci ricatta con la violenza per giustificare tanta acquiescenza e indifferenza. Né peraltro possiamo continuare ad addossare la colpa di tanta apatica rassegnazione alla magia dei manipolatori occulti: la realtà, la verità è squadernata sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare. 

lunedì 15 febbraio 2016

SULLE UNIONI CIVILI

L’acceso dibattito sul decreto Cirinnà che intende regolamentare le unioni civili, comprese quelle omosessuali è dominato da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose. Quando sembra che il nostro paese cerca una volta tanto concretamente di mettersi al passo con l'Europa e il resto dell'Occidente attraverso le Unioni Civili, ecco venir fuori, puntualmente, il rigurgito di un oscurantismo clericale, segno di arretratezza culturale e civile.

Se c’è una religiosità che è ricerca dell’essenza spirituale dell’uomo, che superando i confini del corpo tende a creare un punto di unione tra Dio e l’uomo, c’è anche una religiosità che crea e alimenta il pregiudizio. La prima si basa su una dimensione interiore e dice: «non giudicare, se non vuoi essere giudicato», «chi è senza colpa, scagli la prima pietra». Essa promuove i valori della tolleranza e dell’altruismo. La seconda alimenta invece divisioni, odio, intolleranze ed è legata soprattutto ad una dimensione esteriore e strumentale: la religione è un mezzo per raggiungere altri scopi. Questo orientamento costituisce il lato oscuro della religione, legato – come dicevo – a pregiudizi e intolleranza, in cui le verità dogmatiche sono accettate in modo acritico.

L'omofobia, ossia l'ostilità nei confronti delle persone omosessuali e il desiderio o di cancellarli dalla scena pubblica o di mantenerli in una posizione di inferiorità, è un esempio di “pregiudizio religioso” e non certo di “pensiero critico”, inteso come capacità di riflessione propria dell’uomo pensante che non scende a patti con il senso comune, ma si cala nel cuore delle cose e le osserva senza pregiudizio.

Di fronte a questioni ben più gravi che investono il mondo intero, alcuni saccenti professoroni, politici e uomini di governo non hanno di meglio da fare che pensare alle “unioni civili”. E questo loro atteggiamento mi ricorda tanto i teologi bizantini che mentre dibattevano tra di loro sul sesso degli angeli, i Turchi di Maometto II si apprestavano ad espugnare Costantinopoli per porre fine all'Impero romano d'Oriente.

Stendiamo pure un velo pietoso su quella gente – fondamentalmente ottusa, incolta, ignorante – facile preda di retori e demagoghi, usata spesso per altri fini dalla politica, che difende a spada tratta la famiglia tradizionale, contro il rischio di una degenerazione dei costumi. Scendono in piazza contro la corruzione dei costumi, dei matrimoni gay e tacciono bellamente sulla corruzione dei politici e delle personalità pubbliche, quasi che la prima sia più molesta della seconda. Ma come giudicare quegli accademici, quei politici, quegli uomini di governo che bocciano senza se e senza ma il Ddl firmato e sostenuto dalla senatrice Monica Cirinnà? O sono l’espressione dello scadimento culturale e politico che da vent’anni avvolge la vita pubblica del nostro Paese, o sono in perfetta malafede: tertium non datur!

Il fenomeno della convivenza “more uxorio” non solo è diffuso, ma in costante crescita. Il testo del Ddl per le unioni civili, il cosiddetto decreto Cirinnà, vuole semplicemente fornire un “cappello giuridico” alle unioni di fatto, entro il quale sia consentito formalizzare una relazione fra individui, legati da vincoli affettivi ed economici, non vincolati dal matrimonio o impossibilitati a contrarlo. È semplicemente un atto che comporta il riconoscimento da parte dell'ordinamento giuridico delle coppie di fatto, col fine di stabilirne i diritti e i doveri. Pertanto non è finalizzato solo ed esclusivamente alle coppie gay, potendo riguardare sia le coppie di sesso diverso (eterosessuali) sia le coppie dello stesso sesso (omosessuali).

Dunque a chi nuoce? Certamente non nuoce a chi vuole contrarre il tradizionale matrimonio. Consente a chi sceglie la convivenza, quale misura alternativa al matrimonio, di veder riconosciuti specifici diritti e doveri in parte analoghi a quelli del matrimonio. Il Ddl non è – ripeto – rivolto solo alle coppie dello stesso sesso, ma anche alle convivenze formate da uomo e donna.

L’estensione dei diritti è una questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e di civiltà, che non merita certamente un’alzata di scudi. Al contrario, è l’abolizione di un diritto che dovrebbe mobilitare tutti i cittadini ed opporvisi. Non mi pare di aver visto o sentito un’uguale mobilitazione contro l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori!

Il riferimento alla Oriana Fallaci, che inveì contro Zapatero, reo di aver esteso il matrimonio ai gay e alle lesbiche, per avvalorare una tesi è il più fragile degli argomenti: tradisce la debolezza e la confusione del ragionamento. Quando il principio di autorità della Chiesa si scontrava con i dati sperimentali di Galileo, esso si appellava alla superiore autorità di Aristotele per confutarne le argomentazioni.

Oriana Fallaci sosteneva che “un essere umano nasce da due individui di sesso diverso” e, “che ci piaccia o no”, “su questo pianeta la vita funziona così”. Questo è un fatto inopinabile. Ma trarre da questo fatto la conseguenza logica che l’adozione di un bambino da parte di una coppia gay è qualcosa di “mostruosamente sbagliato” è un ardito passaggio logico che non fa onore all'intelligenza della compianta defunta.

L’affermazione della Oriana Fallaci sulle adozioni gay è dunque un’opinione – semmai condivisibile da molti –, ma non contiene alcun elemento per stabilire che le cose stiano realmente così. Educarsi al pensiero critico significa innanzitutto distinguere un’opinione da un fatto.

Prendersi cura del bambino, sia in senso affettivo che normativo, non ha niente a che vedere con la funzione biologica della procreazione. La genitorialità è una funzione assai più complessa e non ha niente a che vedere con la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo. L’essere genitori biologici non garantisce affatto della capacità poi di essere in grado di aiutare il figlio nel suo lungo percorso di crescita.

Nella specie umana genitori lo si diventa, con lo sforzo e la fatica quotidiana di capire i propri figli, imparando a dosare amore, buon senso e logica. È una complessità che non è possibile confinare solo nell’evento biologico della nascita.

Peraltro, dal punto di vista scientifico non vi sono prove che i figli di coppie dello stesso sesso presentino particolari svantaggi rispetto a quelli di coppie eterosessuali. Uno studio condotto da Jimi Adams, professore associato presso il Dipartimento di Salute e studi comportamentali al CU Denver College of Liberal Arts and Sciences, e Ryan Light, del Dipartimento di Sociologia dell'Università dell'Oregon,  pubblicato nella rivista Social Science Research ha  concluso che non sussistono differenze significative tra figli di genitori omosessuali e quelli di genitori eterosessuali. La comunità scientifica internazionale ha raggiunto l’unanimità sul principio che non esiste un effetto negativo delle famiglie omosessuali sui figli.

L’Associazione Americana di Pediatria e quella di Sociologia hanno affermato che «se un bambino viene cresciuto da genitori dello stesso sesso o di sesso opposto non ha nessun effetto sul benessere del bambino». E pertanto le decisioni dei giudici circa la competenza genitoriale dovrebbero essere prese «senza tener conto del sesso o dell’orientamento sessuale dei genitori».

Infine, sull’abusato concetto di “contro natura” occorre subito dire che si tratta di una contraddizione in termini, poiché ciò che esiste non può in alcun modo essere “contro natura”, altrimenti non esisterebbe affatto. Hegel, filosofo tedesco che tanta influenza ha avuto sul pensiero contemporaneo, diceva: «ciò che è ha il diritto di essere» e dunque l’uomo non può arrogarsi il diritto di stabilire cosa può esistere e cosa non può. La convinzione che esistano cose “contro natura” e cose “secondo natura” è un punto di vista molto parziale che serve ad avallare solo atteggiamenti pregiudiziali; il “contro natura” è solo una “credenza” che non trova nessuna applicabilità nel “sapere” vero.


A dire il vero, la storia della civiltà è contrassegnata dal superamento degli ostacoli posti dai seguaci del “contro natura”. Sin dagli albori della civiltà l’uomo ha trasformato e soggiogato la natura ai suoi fini. Questo è stato fatto “contro natura” o “secondo natura”?

venerdì 12 febbraio 2016

IL MARTIRIO DI GIULIO REGENI

Reporter Sans Frontières, un’organizzazione non governativa a difesa della libertà di stampa, colloca già da tempo l’Egitto di al-Sisi al secondo posto nel mondo per il numero di giornalisti imprigionati. È in questo contesto che va collocato il probabile arresto di Giulio Regeni e il suo conseguente martirio.

La diffusione e l’amplificazione attraverso i mezzi d'informazione del suo assassinio hanno mostrato e mostrano ad una platea più vasta che in Egitto esiste un regime dittatoriale, tirannico e crudele presieduto dal generale Abd al-Fattah al-Sisi. Come Pinochet in Cile rovesciò con la forza il legittimo governo del Presidente socialista Salvador Allende e represse poi nel sangue ogni oppositore, così al-Sisi, salito al potere il 3 luglio 2013, ha rovesciato il presidente regolarmente eletto Mohamed Morsi, reprimendo poi nel sangue le manifestazioni di protesta.

Dai giorni della strage, secondo Human Rights Watch, un’organizzazione non governativa per i diritti umani, il regime ha arrestato 41 mila egiziani, tra Fratelli musulmani e militanti di partiti laici, e condannato a morte 1200 loro dirigenti.

Come al solito, l’Europa e gli USA hanno della democrazia un concetto assai relativo, che viene applicato caso per caso a seconda della convenienza. E in quello egiziano non è stato applicato: quello egiziano non è stato un “golpe”; l’esercito di Abd al-Fattah al-Sisi sarebbe intervenuto in nome del popolo per proteggere una rivoluzione pacifica organizzata dai giovani egiziani e seguita da milioni di persone in tutto il Paese.

Il corpo martoriato di Giulio Regeni testimonia il vero volto di al-Sisi anche ai difensori della democrazia a senso unico e al nostro premier Matteo Renzi, che lo scorso agosto, al meeting di Comunione e Liberazione, non solo si è vantato di essere stato il primo capo di governo occidentale ad averlo incontrato, ma lo ha definito persino un grande statista che ha “il merito di aver ricostruito il Mediterraneo”. Come si potesse chiamare democrazia la destituzione di un presidente democraticamente eletto, la sospensione della costituzione, l'arresto dell'intera leadership di un movimento politico e la chiusura immediata dei canali televisivi ritenuti ostili è qualcosa che andrebbe spiegato.

Se l’attuale capo del Governo italiano avesse  consultato i dossier della Farnesina, e se non quelli almeno dato una sbirciatina su Wikipedia, probabilmente avrebbe evitato l’imbarazzo di oggi e l’orrore della raggelante crudeltà delle sevizie inflitte al giovane Giulio apparirebbero meno sorprendenti e più conseguenti.

Resta il fatto che l’Egitto è dal 2012 sotto la lente delle organizzazioni umanitarie, che denunciano gli arresti arbitrari, le torture, gli stupri legalizzati da parte delle varie forze di sicurezza egiziane. L’occidente europeo e americano, sempre pronti a condannare e a intervenire, anche con la forza, come è avvenuto in Libia e in Siria, in nome della pace e della democrazia non hanno visto e non hanno sentito. Il “Massacro di Rabaa” (agosto 2013), descritto da Human Rights Watch come “il più grave massacro di dimostranti nella storia dei crimini contro l’umanità” è passato sotto traccia e non ha impedito ai governi occidentali di fare affari con al-Sisi.

Gli Stati Uniti sono il “salvadanaio d'Egitto”: ogni anno versano al Paese arabo 1,3 miliardi di dollari che servono per sviluppare armamenti egiziani e mantenere il trattato di pace tra Egitto e Israele. L’Eni e le altre superlobby vedono meglio tutelati i loro affari se al Cairo c’è un uomo come al-Sisi che, in cambio di facili concessioni per lo sfruttamento di giacimenti di gas di rilevanza mondiale, vede il proprio conto in Svizzera rimpinguarsi.


Se continua la logica cinica degli interessi e degli affari a detrimento dei diritti umani, è poi arduo credere in un mondo pacificato dal terrorismo e dalle guerre. Uomini come al-Sisi sono i fabbri nella cui fucina sono forgiati i militanti del terrorismo e dell’odio. 

Sono i diritti umani che interpellano l’Agenda della politica e non gli affari. Alla politica spetta infatti il compito di farsi vessillo dei bisogni vitali di cui è portatore ogni persona “senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 10 dicembre 1948). 

Alla politica spetta ancora il compito di  attuare le condizioni perché quanto contenuto nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” non sia vuoto fraseggio, ma intelligenza, volontà e determinazione di realizzarne il patto in essa siglato da uomini liberi. 

Se la politica rinuncia a questo “scopo primario”, allora non è dissimile da una cosca mafiosa il cui unico fine è quello di fare affari leciti e illeciti utili al proprio tornaconto. 

sabato 6 febbraio 2016

I POTENTI NON PAGANO DAZIO

Mi chiedo come funziona la giustizia in Italia: è possibile mai che in questo nostro Paese i “potenti” non pagano mai per i reati commessi?

Il reato c’è, l’imputato lo ha commesso, ma il processo è durato troppo, per cui il colpevole ha diritto di restare impunito; l’Italia è infatti l’unico Paese del mondo in cui la prescrizione continua a decorrere per tutti e tre i gradi di giudizio.

Oppure, l’imputato è condannato in primo grado, ma la Corte d’appello lo assolve perché il “fatto non sussiste”.

Insomma, sembra che la legge in Italia sia stata concepita affinché gli imputati eccellenti e la criminalità dei colletti bianchi non paghino mai dazio, mentre restano sempre senza giustizia i cittadini danneggiati dalle tante caste, cricche, logge o lobby della politica e dell’economia.

Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, era stato condannato in primo grado a un anno per la “nomina silente” del project manager, Alberto Di Lorenzo, per la costruzione di un termovalorizzatore. Grazie a quell’incarico, Di Lorenzo poté incassare 15.000 euro, nell’ambito dei 180.000 euro stanziati dal commissario De Luca per retribuire il gruppo di lavoro costituito per avviare le procedure di realizzazione.

Secondo la sentenza di primo grado, non prevedendo le norme vigenti la figura del project manager per quel tipo di procedura, De Luca non poteva nominare nessuno per quell’incarico e tanto meno fare in modo che venisse retribuito.

La figura del project manager non è prevista dal codice degli appalti, ma sarebbe stata solo un doppione del più noto responsabile del procedimento che, tra l’altro era stato già individuato nell’ingegnere Domenico Barletta. Da qui la condanna a 11 mesi di reclusione per “abuso d’ufficio” e “peculato”.

Se questi sono i fatti, e restano comunque fatti checché se ne voglia dire, a quali acrobazie giuridiche è stata piegata la legge per giungere ad un verdetto secondo il quale “il fatto non sussiste”?

sabato 9 gennaio 2016

BAAL HA DUNQUE VINTO?

Possiamo veramente affermare che nel XXI° secolo la democrazia sia stata o sia in procinto d’essere realizzata nei Paesi emancipati?

La socializzazione della politica e la diffusione della partecipazione popolare come prassi per la trasformazione del mondo imperniato sul concetto di uguaglianza (assenza di discriminazioni economiche, etiche, legali, politiche, sessuali, sociali) e di equità (giusta distribuzione delle risorse e delle responsabilità) si sta rivelando deludente e incapace. Alla luce dei fatti, ancora una volta la posizione dominante della classe capitalista è riuscita non solo ad inglobare partiti – notoriamente di sinistra – e sindacati, ma è riuscita anche a neutralizzare l’azione innovatrice delle masse, che fino alla caduta del muro di Berlino chiedevano di cambiare a vantaggio dei molti gli equilibri economici e politici degli Stati occidentali per dare concretezza alla democrazia.

I partiti comunisti ed operai non esistono più e la sinistra postcomunista ha perso del tutto il suo impeto trasformatore, il suo carattere di anticipazione e di progetto, privando, coloro che sognavano una società in cui ciascuno fosse considerato degno di rispetto e in cui ciascuno fosse posto nella condizione di vivere in modo realmente umano, di un orizzonte, una meta cui tendere.

La realtà cui siamo giunti è ben diversa da quella che ci si sarebbe atteso dopo anni di partecipazione politica e permanente dal basso. Anche nella più equa delle società contemporanee, la realtà è ben diversa: bambini, anziani, persone non autosufficienti, disabili, lavoratori rischiano, in un futuro ormai alle porte, di non poter esercitare diritti fondamentali di cui pure sono nominalmente titolari.

L’Unione Europea, nelle attese di molti, avrebbe dovuto essere l’eldorado dei diritti umani e della democrazia. Ma il quadro complessivo che ne esce ha seppellito questa illusione, a lungo coltivata, di una Unione europea portatrice di un modello sociale avanzato. I dati più recenti mostrano un quadro europeo inquietante: secondo Eurostat, l’agenzia statistica dell’Ue, un cittadino su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Questo significa che gli europei con un tenore di vita molto inferiore a quello medio sono 122 milioni, 6 milioni in più rispetto al 2008. E nonostante ciò, l’architrave comune della politica economica è sempre più convergente a “socializzare le perdite” subite dai gruppi dominanti e dal capitale finanziario, in conseguenza della crisi, piuttosto che a rilanciare lo Stato sociale e politiche del lavoro finalizzate a contenere la crescente disoccupazione.

Le politiche poi adottate per contrastare il declino occupazionale si stanno rivelando scellerate: la riduzione della disoccupazione, grazie alla flessibilità del mercato del lavoro e tanto declamata in Italia dal presidente Renzi in forza del suo Jobs act, non contribuisce affatto alla riduzione del fenomeno della povertà; assistiamo piuttosto alla nascita di un nuovo fenomeno sociale di classe, quello dei cosiddetti working poor: soggetti che pur lavorando percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà.

Pur ammettendo che il “capitalismo” ha una sorprendente capacità di generare crescita economica, occorre riflettere se l’attuale modello di sviluppo economico e sociale valga il prezzo della miseria umana che questo produce non solo negli operai, ma in tutti coloro che sono coinvolti nel sistema produttivo ad esso congeniale: consumismo compulsivo e trasformazione del lavoro dell’uomo in merce. 

L’essenza stessa del capitalismo sta nello sfruttamento dell’uomo per generare profitto; non accadrà pertanto mai – stante l’attuale sistema economico e sociale – che le retribuzioni dei lavoratori siano adeguatamente retribuite in prospettiva del diritto a una vita dignitosa. L’uomo, deprivato di una vita dignitosa e dell’opportunità di sviluppare il proprio talento, abbassandosi al rango di “servo”, realizza la massima aspirazione della società capitalistica, nella quale la ricchezza creata non sarà mai suddivisa equamente tra lavoratore e datore di lavoro, ma concentrata nelle mani di pochi, accrescendo il divario già intollerabile tra ricchi e poveri.

L’esperienza storica a nostra disposizione registra come questo sia avvenuto e stia continuando: la ragione collettiva di una moltitudine omologata e atomizzata si è piegata ormai al meccanismo perverso di un capitalismo rapace, incapace di scorgere alternative. 

La rapacità e l'avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo e tuttavia la moltitudine di sfruttati e mal pagati non si ribella. Segno che non solo la vita economica, ma l'intera vita sociale è ormai inquinata, incapace di sviluppare gli anticorpi contro la conservazione insita nelle istituzioni, nello stato e nei partiti posti al solo servizio di una nuova religione monoteista che glorifica il mercato quale unico idolo.


sabato 26 dicembre 2015

LA SPIRALE PERVERSA

Come i due conflitti mondiali del secolo scorso spezzarono l’evoluzione armonica in senso democratico verso cui si credeva fosse indirizzata l’Europa, così oggi le politiche “anti-crisi” adottate dall'Unione Europea ci stanno portando al disastro.

Se si esaminano i dati senza pregiudizi occorre ammettere che proprio la politica del rigore sin qui adottata, contro le attese, sta facendo esplodere il debito pubblico delle singole nazioni, perché di fatto blocca gli investimenti pubblici, gli unici in grado di avviare la ripresa economica. Quello che sorprende è l’ostinazione a proseguire queste politiche di rigore nonostante il permanere della recessione e della stagnazione, determinate fondamentalmente dal crollo della domanda interna.

L’aumento del debito pubblico è la conseguenza delle politiche di rigore; solo se si capisce questo si può sperare che vengano ridisegnate politiche di intervento affatto diverse per rilanciare l’economia dei paesi europei. 

Nei dieci anni precedenti la crisi del 2007, tutti i Paesi europei, ad eccezione della Grecia, avevano già adottato politiche di bilancio attente a contenere il deficit pubblico entro il parametro del 3% previsto dal Trattato di Maastricht. La crisi del 2007, iniziata negli Stati Uniti, ha messo in evidenza quanto il modello di crescita fosse drogata dalla finanza e dal credito. 

Quando lo tsunami finanziario è giunto in Europa si è scoperto che anche qui, come negli Stati Uniti, l’eccesso di capacità produttiva era sostenuto prevalentemente dal ricorso all'indebitamento, soprattutto privato. Quindi per evitare il collasso del sistema bancario, gli Stati europei si sono svenati per soccorrere le imprese private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa via le premesse per l’attuale crisi del debito sovrano. 

L’entità del debito ereditato da quello privato ha imposto quindi politiche di risanamento dei conti pubblici che hanno depresso la domanda interna con la conseguenza che, diminuendo il prodotto interno lordo, è aumentato il rapporto debito/pil. Quindi le basse entrate fiscali dello Stato hanno peggiorato anche il rapporto tra deficit annuo e pil e quello tra debito complessivo e pil, innescando una «spirale perversa» che ha rafforzato l’effetto negativo determinato dai bassi tassi di inflazione che, oltre a rendere arduo l’abbassamento del rapporto debito/Pil, ha disincentivato gli investimenti privati. I quali dinanzi all'aspettativa di una sostanziale stagnazione della domanda e della produzione nei prossimi anni, hanno dirottato i flussi di capitali altrove. Questo ha peggiorato il deficit della bilancia commerciale di Paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, rendendo insostenibile il loro debito complessivo (privato e pubblico) verso l’estero.

In questa situazione di sostanziale “trappola della liquidità”, le politiche di rigore sin qui adottate non solo non hanno sortito effetto alcuno al risanamento e al rilancio dell’economia, ma hanno altresì aggravato il quadro. E se questo è vero, c’è una conclusione obbligata da trarre: il debito pubblico non è la causa della crisi, ma deriva da qualcos'altro. Esso deriva soprattutto dagli squilibri di fondo tra i Paesi europei. Squilibri che l’euro non soltanto non ha sanato, ma ha addirittura accentuato.

Il paradosso dell’euro è che proprio il suo grande successo sta all’origine di buona parte dei problemi che oggi affliggono l’Europa. Il primo grande successo dell’euro è quello di aver scongiurato i rischi legati al tasso di cambio all’interno dell’area valutaria; il secondo grande successo è quello di aver reso bassi e omogenei tra loro i tassi d’interesse in tutta l’eurozona.

Il primo grande successo – eliminare i rischi di cambio all’interno dell’area valutaria – non consentendo più il ricorso a svalutazioni competitive ha spinto i diversi Paesi dell’eurozona a rafforzare la rispettiva specializzazione produttiva. 

La Germania ha rafforzato sempre più la propria vocazione di industria manifatturiera, mentre altri Paesi, focalizzandosi maggiormente sul settore dei servizi (ad esempio edilizia, commercio al dettaglio, trasporti, lusso, servizi finanziari), si sono progressivamente deindustrializzati con la conseguenza di maturare deficit sempre più cronici nei confronti dell’estero, in quanto il settore dei servizi non è rivolto all’esportazione. 

La bilancia commerciale di uno Stato registra l'ammontare delle importazioni e delle esportazioni di merci di un paese. Il saldo della bilancia commerciale corrisponde alla differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci. Quando il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni, si avrà un ingresso netto di capitale monetario nello stato; quando invece il valore delle importazioni supera il valore delle esportazioni, si avrà un’uscita netta di capitale monetario dalla nazione e dunque un indebitamento.

La polarizzazione tra Paesi a crescita basata sulle esportazioni – Germania – e quelli a maggior vocazione nel terziario ha accentuato l’indebitamento dei secondi a beneficio dei primi. Insomma, la crescita dei Paesi oggi in maggiore difficoltà è avvenuta soprattutto attraverso il debito, che ha consentito peraltro ai primi di smerciare i propri prodotti nella zona euro.

Quando la crisi del 2007 ha messo in evidenza che la convergenza tra le economie dell’eurozona era solo apparente il meccanismo si è rotto. Apparve evidente che alcuni Paesi consumavano più di quanto producevano, mentre altri accrescevano la loro creditoria nei confronti dei primi. Questo accumulo di debito da parte di determinati Paesi nei riguardi di altri ha girato il testimone del debito dal settore privato a quello pubblico, determinando così l’esplosione del problema dei debiti sovrani in Europa.

Il secondo grande successo – bassi tassi d’interessi – ha dato luogo a un rapidissimo aumento dell’indebitamento privato e alla formazione di vere e proprie bolle immobiliari.


Attribuire però alla moneta unica la causa dei mali che oggi affliggono l’Europa equivale a confondere la causa con l’effetto. Questo processo inevitabile si è verificato perché sono mancate politiche integrate a livello europeo tali da colmare gli squilibri o almeno da evitare che essi si approfondissero. Il problema è che l’aver basato l’Unione europea sulla sola moneta unica rende impossibile superare la crisi in assenza di una politica economica e fiscale unica.

giovedì 24 dicembre 2015

LA STANGATA

Nel 1973 nelle sale cinematografiche venne proiettato un magistrale film: “La stangata”. Negli anni ’30 due abili imbroglioni (Paul Newman e Robert Redford) riescono a mettere in piedi una truffa colossale a danno di un gangster di Chicago. Nel 2015 grazie alla complicità di Bankitalia, Consob e governo Renzi è stata messa a punto un’altra colossale truffa, ma questa volta a danno di onesti cittadini, che hanno visto vaporizzarsi nel corso di una notte i risparmi di una vita.

La vicenda è quella nota di un decreto emanato dal governo Renzi lo scorso 22 novembre che ha diviso quattro istituti di credito, Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche, Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, in due parti: una «good bank», cui sono stati conferiti gli attivi, e una «bad bank», divenuta il contenitore dei crediti in sofferenza.

Bisogna sapere che i suddetti quattro istituti di credito regionali erano da tempo sull'orlo della bancarotta, con i bilanci pieni di sofferenze. L’elemento che fa da denominatore comune alla crisi bancaria dei quattro istituti è l’erogazione di prestiti facili concessi agli amici e agli amici degli amici.
 
Banca Delle Marche, uno dei più importanti istituti del Centro Italia, viene commissariata nel 2011 da Bankitalia: nei bilanci c'è una montagna di crediti incagliati, superano ampiamente i 3 miliardi di euro, frutto di una gestione allegra nella concessione di prestiti, da parte del consiglio di amministrazione e dell'ex-direttore generale, Massimo Bianconi.

Le prime difficoltà della Banca Etruria iniziano nel 2011. Tra il 2011 e il 2013, i crediti deteriorati o a rischio si ingigantiscono come un fiume in piena e arrivano a pesare per quasi un terzo del totale degli impieghi dell'istituto. Come per la Banca delle Marche, la causa sta nella concessione di prestiti facili. Dopo che nei primi tre trimestri del 2014, si segnalano perdite per più di 120 milioni di euro, Bankitalia nel 2015 ne decide il commissariamento.

Nell'autunno del 2014 è la volta della Cassa di Risparmio di Chieti (Carichieti), quando l'authority di vigilanza di Bankitalia accerta la presenza di sofferenze sui crediti per oltre 430 milioni di euro e perdite di bilancio per oltre di 300 milioni di euro. La causa è la medesima: una gestione dei prestiti e degli affidamenti troppo disinvolta.

Dal maggio 2013, la Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife), dopo anni di mala gestione, che hanno prodotto perdite per più di 376 milioni di euro, viene messa sotto il torchio dei commissari di Bankitalia.

Dunque operazioni discutibili e crediti in forte sofferenza sono le cause del collasso bancario dei quattro istituti di credito, che ha trascinato centinaia di migliaia di risparmiatori, che hanno visto svanire in un attimo i loro patrimoni, per alcuni frutto di una vita di sacrifici e rinunce.

La domanda che sorge spontanea è perché la Banca d’Italia e la Consob hanno consentito alle quattro banche (che sapevano essere gravemente malate) di vendere ai propri clienti azioni e obbligazioni subordinate senza informarli adeguatamente del rischio altissimo di quell'investimento?


Quando le quattro banche sono state commissariate, hanno continuato a vendere obbligazioni subordinate di nuova emissione per 788 milioni di euro, senza peraltro informare i risparmiatori sullo stato di decozione delle banche. Al contrario, venivano tranquillizzati sulla solvibilità del sistema bancario. 

Un disastro da 2 miliardi a danno di risparmiatori ingannati che ha replicato il copione di una decina d’anni fa, con i crac di Parmalat (14 miliardi) e Cirio (2,2 miliardi). Con la differenza, non da poco, che allora si trattò di due imprese industriali che, piazzando le loro obbligazioni ad alto rischio attraverso il circuito bancario, ha consentito almeno ai risparmiatori di far causa ai loro istituti di riferimento, accusandoli di aver venduto titoli spazzatura senza informarli adeguatamente. Questa volta invece non ci sono intermediari da incolpare: chi ha piazzato i titoli marci sono le stesse banche, che però sono fallite. 

Parlare pertanto di decreto “salvabanche” è un eufemismo: il salvataggio è solo apparente. È piuttosto la presa d’atto della rapina avvenuta negli anni passati: scurdammoce 'o passato. Sono state create quattro nuove banche, le buone, e le vecchie, quelle cattive, che dovrebbero rispondere ai risparmiatori ingannati, sono scatole vuote, in liquidazione, senza un euro in cassa. 

Ora, pur volendo adire le vie legali, coi tempi della nostra giustizia, se non sarà tutto prescritto, sicuramente chi ha truffato non risarcirà.