venerdì 12 febbraio 2016

IL MARTIRIO DI GIULIO REGENI

Reporter Sans Frontières, un’organizzazione non governativa a difesa della libertà di stampa, colloca già da tempo l’Egitto di al-Sisi al secondo posto nel mondo per il numero di giornalisti imprigionati. È in questo contesto che va collocato il probabile arresto di Giulio Regeni e il suo conseguente martirio.

La diffusione e l’amplificazione attraverso i mezzi d'informazione del suo assassinio hanno mostrato e mostrano ad una platea più vasta che in Egitto esiste un regime dittatoriale, tirannico e crudele presieduto dal generale Abd al-Fattah al-Sisi. Come Pinochet in Cile rovesciò con la forza il legittimo governo del Presidente socialista Salvador Allende e represse poi nel sangue ogni oppositore, così al-Sisi, salito al potere il 3 luglio 2013, ha rovesciato il presidente regolarmente eletto Mohamed Morsi, reprimendo poi nel sangue le manifestazioni di protesta.

Dai giorni della strage, secondo Human Rights Watch, un’organizzazione non governativa per i diritti umani, il regime ha arrestato 41 mila egiziani, tra Fratelli musulmani e militanti di partiti laici, e condannato a morte 1200 loro dirigenti.

Come al solito, l’Europa e gli USA hanno della democrazia un concetto assai relativo, che viene applicato caso per caso a seconda della convenienza. E in quello egiziano non è stato applicato: quello egiziano non è stato un “golpe”; l’esercito di Abd al-Fattah al-Sisi sarebbe intervenuto in nome del popolo per proteggere una rivoluzione pacifica organizzata dai giovani egiziani e seguita da milioni di persone in tutto il Paese.

Il corpo martoriato di Giulio Regeni testimonia il vero volto di al-Sisi anche ai difensori della democrazia a senso unico e al nostro premier Matteo Renzi, che lo scorso agosto, al meeting di Comunione e Liberazione, non solo si è vantato di essere stato il primo capo di governo occidentale ad averlo incontrato, ma lo ha definito persino un grande statista che ha “il merito di aver ricostruito il Mediterraneo”. Come si potesse chiamare democrazia la destituzione di un presidente democraticamente eletto, la sospensione della costituzione, l'arresto dell'intera leadership di un movimento politico e la chiusura immediata dei canali televisivi ritenuti ostili è qualcosa che andrebbe spiegato.

Se l’attuale capo del Governo italiano avesse  consultato i dossier della Farnesina, e se non quelli almeno dato una sbirciatina su Wikipedia, probabilmente avrebbe evitato l’imbarazzo di oggi e l’orrore della raggelante crudeltà delle sevizie inflitte al giovane Giulio apparirebbero meno sorprendenti e più conseguenti.

Resta il fatto che l’Egitto è dal 2012 sotto la lente delle organizzazioni umanitarie, che denunciano gli arresti arbitrari, le torture, gli stupri legalizzati da parte delle varie forze di sicurezza egiziane. L’occidente europeo e americano, sempre pronti a condannare e a intervenire, anche con la forza, come è avvenuto in Libia e in Siria, in nome della pace e della democrazia non hanno visto e non hanno sentito. Il “Massacro di Rabaa” (agosto 2013), descritto da Human Rights Watch come “il più grave massacro di dimostranti nella storia dei crimini contro l’umanità” è passato sotto traccia e non ha impedito ai governi occidentali di fare affari con al-Sisi.

Gli Stati Uniti sono il “salvadanaio d'Egitto”: ogni anno versano al Paese arabo 1,3 miliardi di dollari che servono per sviluppare armamenti egiziani e mantenere il trattato di pace tra Egitto e Israele. L’Eni e le altre superlobby vedono meglio tutelati i loro affari se al Cairo c’è un uomo come al-Sisi che, in cambio di facili concessioni per lo sfruttamento di giacimenti di gas di rilevanza mondiale, vede il proprio conto in Svizzera rimpinguarsi.


Se continua la logica cinica degli interessi e degli affari a detrimento dei diritti umani, è poi arduo credere in un mondo pacificato dal terrorismo e dalle guerre. Uomini come al-Sisi sono i fabbri nella cui fucina sono forgiati i militanti del terrorismo e dell’odio. 

Sono i diritti umani che interpellano l’Agenda della politica e non gli affari. Alla politica spetta infatti il compito di farsi vessillo dei bisogni vitali di cui è portatore ogni persona “senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 10 dicembre 1948). 

Alla politica spetta ancora il compito di  attuare le condizioni perché quanto contenuto nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” non sia vuoto fraseggio, ma intelligenza, volontà e determinazione di realizzarne il patto in essa siglato da uomini liberi. 

Se la politica rinuncia a questo “scopo primario”, allora non è dissimile da una cosca mafiosa il cui unico fine è quello di fare affari leciti e illeciti utili al proprio tornaconto. 

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