venerdì 16 ottobre 2015

IL COMMA NAPOLITANO

All’articolo 40 comma 5 del Ddl Boschi appena approvato a Palazzo Madama  è scritto che “le prerogative dei senatori di diritto e a vita restano regolati secondo le disposizioni già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. Si conservano in questo in questo modo i 579 mila 643 euro l’anno riservati agli ex inquilini del Quirinale, che vengono così addirittura blindati all’interno della Costituzione. Ma non finiscono qui i privilegi del Colle: auto di servizio e chaffeur, linee telefoniche protette, scorta, segretarie personali, maggiordomo e guardarobiere a disposizione per la residenza privata.

Alcuni lo chiamano il “comma Napolitano” in quanto, sostengono i più critici, sembra una norma pensata, scritta e inserita nella riforma costituzionale appositamente per lui, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, oggi senatore di diritto e a vita.

Sono questi i privilegi di un monarca e non di un Capo di Stato di una Repubblica democratica. Si pensi che José Alberto Mujica Cordano, ex presidente dell’Uruguay, trattiene per se uno stipendio di 800 euro circa al mese, in considerazione del fatto che molti suoi connazionali vivono con molto meno, e non gode di alcun privilegio. Vive in una piccola fattoria, alla periferia di Montevideo. Nei 5 anni della sua carica ha aumentato i salari e ridotto la disoccupazione.

Cosa differenzia l’attuale scenario politico e sociale del nostro Paese da quello della Francia prima della rivoluzione francese? Mentre l’aristocrazia si consolava con gli splendori della corte, il popolo pativa la fame schiacciato sotto il peso dei ceti privilegiati.

mercoledì 14 ottobre 2015

IL GOVERNO PROEVASORI

È un fatto che l’uso del contante favorisce il sommerso e quindi l’evasione; con i suoi 150 – 160 miliardi di euro di evasione fiscale, è anche un fatto che l’Italia è maglia nera d’Europa. Stabilito che l’utilizzo del contante alimenta le possibilità di sviluppare economia sommersa – il cui valore in Italia è compreso, secondo le stime Istat, fra i 255 e i 275 miliardi di euro, in un intervallo fra il 16,3% e il 17,5% del Pil –, è proprio opportuna la decisione di Matteo Renzi, annunciata dai microfoni di Rtl 102.5, di triplicare il tetto (da 1000 a 3000 euro) all'uso del denaro contante?

Secondo Renzi, aumentare la libertà nell'uso del contante favorirà i consumi, atteso che meno controlli e meno paure indurranno più spese, ovviamente da parte degli evasori: chi dispone di redditi tracciabili non teme di spendere i suoi soldi.

Considerato che nessun normale cittadino va in giro con tremila euro nel portafogli per fare la spesa al supermercato, dove peraltro sono molto ben attrezzati nell'accettare pagamenti con carte di credito, quali sono dunque i consumi che giustificano l’uso inderogabile del contante?

La correlazione tra l’uso del contante e l’evasione è messa in evidenza dal fatto che in Italia le transazioni in contante sono il 90% del totale, a fronte di un valore medio europeo del 70%. E non si tratta di una preferenza meramente culturale per la moneta corrente. In Italia si utilizza prevalentemente il contante per evitare la tracciabilità delle operazioni. Il reddito medio dei dentisti in Italia è di 52.000 euro; 41 dentisti su cento dichiarano di vivere con un reddito lordo inferiore ai 35.000 euro. Il reddito medio dei gioiellieri è di 17.000 euro e quello dei tassisti è di 15.000 euro.

Come potrebbero costoro giustificare spese superiori alle loro entrate se non con l’anonimato del contante?

Non abbiate timore evasori! Arriva ancora una volta in vostro soccorso lo Stato che, vestito delle spoglie del paladino Matteo, vi consentirà di uscire dalle fogne e di far festa, alla faccia di tutti coloro che le tasse son costretti a pagarle e a non sgarrare. L'unico prezzo che vi tocca pagare è quello di continuare a votarlo.

mercoledì 7 ottobre 2015

L’EUGENETICA FONDATA SUL RIGORE DEI CONTI PUBBLICI

Che la sanità italiana sia un ricettacolo di sprechi  è cosa nota a tutti. Che i rimedi sinora adottati per correggerne le disfunzioni e  migliorarne gli standard di qualità siano risultati inefficaci è ampiamente dimostrato e testimoniato dalle lunghe liste d’attesa per accedere e fruire delle prestazioni sanitarie, dall'aumento dei ticket, che in alcune regioni rincari si sono attestati dal 40% al 65%, dalla riduzione dei servizi, sia pure a fronte di un aumento della tassazione, e infine dalla ridotta disponibilità dei farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale.

Rattrista pensare che il sistema sanitario italiano era uno dei migliori al mondo e che dal 2009 ad oggi, a causa dei continui tagli, rischia un gravissimo declino. Nello specifico, in rapporto al Pil, l’Italia spende ormai meno della Grecia: nel 2013 la Grecia si è assestata sul 9,2% del Pil, mentre l’Italia è scesa all’8,8%, facendo del nostro Paese il fanalino di coda dei paesi dell'UE in materia di assistenza sanitaria pubblica.

Giova ricordare che l’assistenza sanitaria, insieme alla previdenza, pur rappresentando un asse portante del welfare, è da oltre un decennio sotto attacco; con la scusa della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa, di fatto si sta realizzando un sistematico smantellamento della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata. Il risultato finale è che per effetto dei continui tagli la qualità del sistema sanitario pubblico si sta rapidamente deteriorando; oggi circa dieci milioni di italiani, secondo il rapporto ufficiale del CENSIS, non ce la fanno più a curarsi come dovrebbero e quelli che possono permetterselo si rivolgono sempre più verso il sistema privato a pagamento.

Nello stato in cui si trova, se il sistema sanitario nazionale sta ancora in piedi è solo per la dedizione di moltissimi medici e infermieri che continuano a lavorare con passione, competenza e dedizione, nonostante un sistema sanitario intriso di corruzione e malaffare. Non è certo per le politiche sanitarie sinora adottate che il sistema regge, ma solo grazie all'umanità e alla fatica del personale sanitario, costretto a 60 o 70 ore settimanali di lavoro, ben oltre le 48 previste dalla normativa in materia, per assicurare livelli di assistenza adeguati.

Razionalizzare la spesa sanitaria, evitando gli sprechi si può. Scaricare però sulle fasce meno abbienti, sui più poveri e soprattutto sui più fragili il peso della riforma è non solo immorale ma significa anche disconoscere la piena tutela del diritto alla salute sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione. La sanità pubblica è innanzitutto un problema di democrazia, di coesione sociale e in una società che vuole dirsi davvero civile il welfare non è un’opzione come tante altre, ma una necessità imprescindibile.

Riqualificare le spese liberando la sanità dal profitto, dalla speculazione, dalla corruzione sarebbe forse un passo più intelligente del Decreto di appropriatezza elaborato dal ministro Lorenzin nella direzione del contenimento della spesa. Consulenze false e inutili, appalti truccati, medici che effettuano visite private e contestualmente risultano presenti nella struttura pubblica, amministratori sanitari che pagano le forniture ospedaliere due volte, chirurghi che falsificano i registri delle sale operatorie al fine di agevolare familiari, amici, parenti e amanti a detrimento dei “senza santi in paradiso” con escamotages ingegnosi che costano al Servizio Sanitario nazionale e dunque alle “tasche” dei contribuenti, milioni e milioni di euro. Sarebbe sì questo un passo avanti nella direzione della razionalizzazione delle risorse e del contenimento della spesa. Ma non si può barattare la promozione e il miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini con le promesse di Renzi di togliere Imu e Tasi a fini elettorali, che ancora una volta si assumerà il merito e la popolarità di aver ridotto le imposte. Un ulteriore taglio lineare di circa 10 miliardi di euro nel comparto sanitario, sia pure spalmato su più anni, metterà a serio rischio i servizi ai cittadini.

Il ministro Lorenzin, con l’obiettivo di rastrellare i dieci miliardi che servono a Renzi per i suoi fini propagandistici, rassicura che non ci saranno tagli lineari ma solo misure di efficientamento. La stretta riguarderà le prestazioni specialistiche e le analisi considerate non necessarie. Le prestazioni prescritte da un medico ma ritenute non necessarie saranno totalmente a carico del malato. Bene, ma chi discriminerà i trattamenti utili da quelli inutili? Chi stabilirà “a priori” quando un esame clinico è utile e quando invece è inutile? Ebbene, non l’autonomia professionale del medico, ma un protocollo elaborato dal ministero della Salute che definisce quali prestazioni diagnostiche sono utili e quando farle.

Appiattire l’autonomia professionale del medico, costringendolo a prescrivere secondo compatibilità e risparmio, significa non solo svilirne la funzione, ponendolo di fatto nella situazione conflittuale tra la scelta terapeutica e la spada di Damocle della sanzione disciplinare, ma rendere anche un pessimo servizio a quegli ammalati che vedendosi negare una Tac o un altro esame rinunceranno a curarsi del tutto o andranno nel privato.

Se il problema è invece l’incompetenza e il cinismo di alcuni medici, che confondono un’appendicite con un mal di pancia o che per fare il favore all'amico radiologo prescrivono scritteriatamente esami del cui costo si vedono poi tornare una percentuale, si sanzionino costoro senza fare di un’erba un fascio. Si costringano i medici a mantenersi costantemente aggiornati in ragione dell'evoluzione dei progressi della scienza. E al di là delle responsabilità professionali, si vincolino in maniera più stringente i medici ad adeguare la loro condotta professionale al rispetto di quelle norme già previste dal codice deontologico. Troppo spesso, a dispetto di quest’ultimo, accade infatti di vedere pazienti (soggetti per loro stessa natura più deboli e vulnerabili delle persone cosiddette sane e “normali”) trasformati in mere pedine sulle quali i detentori del sapere scientifico e terapeutico esercitano un “potere” arbitrario e intollerabile.

Il rapporto medico-paziente, delicato e fondamentale, non può essere ingabbiato nei limiti dell'appropriatezza prescrittiva, che prevede altresì penalizzazioni in caso di mancata applicazione, senza minare significativamente quella relazione fatta di fiducia e di stima reciproca. Il malato che affida la propria salute al medico non può e non deve avere il sospetto che la mancata prescrizione è frutto di calcolo opportunistico del medico per non incorrere nel sistema sanzionatorio.

A differenza di tutte le altre scienze, la Medicina non è solo un insieme di conoscenze tecniche, ma anche e soprattutto relazione, carica di valenze simboliche e implicazioni culturali, tra guaritore e malato: non v’è niente di più personale e intimo come la sofferenza e il dolore. All'interno di questo quadro, in cui gli unici attori sono il paziente e il medico, l’imporre una logica restrittiva e repressiva ha l’effetto controproducente di andare a scapito del malato, che innocente paga le conseguenze di restrizioni e proibizioni, e della stessa medicina, che così si rovina la reputazione.

Ignobile poi la contropartita offerta ai medici, sviliti al ruolo di funzionari amministrativi, dal governo per rassicurarli sul rischio di denunce. Il governo intende infatti varare nuove norme sulla responsabilità professionale dei medici al fine di immunizzarli dalle cause intentate per malpractice dai pazienti, col rischio di passare da una medicina difensiva a una medicina astensiva. Così dall'eccessiva prescrizione di test, dettati dal timore di una denuncia da parte del paziente, si passerà all'eccesso di astensione prescrittiva per il timore di una multa da parte delle autorità sanitarie.

Il diritto di fruire di adeguate prestazioni mediche non può essere colpevolmente negato con la necessità del rigore nei conti dello stato. È ovvio che di questo passo solo i ricchi potranno continuare a curarsi, mentre i poveri si ammaleranno e moriranno prima. Ma forse è proprio questo che si vuole. Con metodi più “soft” si ripropone quanto accadde nella Germania di Hitler con l’operazione “Aktion T4”: trecentomila esseri umani (malati, deboli di mente, portatori di handicap), classificati come “vite indegne di essere vissute”, furono sterminati perché considerati “mangiatori inutili”. Nel settembre del 1941 dopo aver “disinfettato” 70.273 pazienti il regime poteva orgogliosamente vantarsi, calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, di aver fatto  risparmiare alla nazione 4.781.339,72 kg di pane; 19.754.325,27 kg di patate… e inoltre 2.124.568 uova”.

Oggi, in nome dell’austerità, si preferisce che un malato muoia piuttosto che spendere soldi per curarlo.

mercoledì 30 settembre 2015

NON È CON LA PROPAGANDA CHE SI RISOLVONO I PROBLEMI

La bravura di Renzi a gettar fumo negli occhi degli italiani non servirà a cacciare fuori dai guai l’Italia. Il problema non sono i decimali. Il governo ha infatti stimato, sulla scorta dei dati forniti dall’Istat, una crescita dello 0,7% per l’intero 2015. Il fatto è che l’Italia resta ancora gravemente malata, nonostante la propaganda del governo sulla ripresa economica. È fisiologico che dopo lunghi nove anni di crisi qualche marginale spostamento numerico si verifichi nei fondamentali assetti dell’economia, ma questo non significa affatto che la crisi sia ormai finita.
Renzi, col trascorrere del tempo, sembra sempre più simile ad un prestidigitatore, ad un illusionista che a un capo di governo. Purtroppo la propaganda ha la meglio sulla realtà; in Italia c’è un circuito mediatico desolante che rende arduo per il cittadino farsi un’idea serena ed obiettiva della realtà: la maggioranza dei mass media fanno a gara nell’arte del lecchinaggio e della ruffianeria. Non a caso l’Italia per libertà di informazione è al 73° posto, tra la Moldavia e il Nicaragua. E non tanto per la censura quanto per l’autocensura che limita moltissimo la stampa, la televisione, il cinema che sono diventati totalmente privi di coraggio nel denunciare e testimoniare la realtà del nostro Paese.
Basta un flebile zero virgola e subito televisione e stampa fanno a gara nello stabilire un nesso causale tra la ripartenza dell’economia e il magico funzionamento della ricetta dell’esecutivo, evitando paragoni molto semplici, per esempio con gli indicatori di altri paesi europei, ma imbarazzanti. La Spagna, per esempio, viaggia al ritmo del 3 per cento in più; gli altri paesi dell’Unione hanno indici di ripresa più consistenti; l’Italia del preteso boom renziano cresce invece dello zero virgola e questo basta per convincersi e convincere che sta andando tutto bene.
È sorprendente che la televisione, che ha ormai lobotomizzato e stordito la coscienza critica degli italiani, non dica che forse nella piccola ripresa in atto, le scelte del governo non hanno inciso proprio un bel niente. Il dimezzamento del prezzo del petrolio (da circa 100 a 50 dollari al barile), la politica monetaria del Quantitative Easing e la conseguente svalutazione dell’euro sul dollaro sono alla base del flebile 0,7% registrato dall’Istat. Ma quanto durerà questa favorevole congiuntura?
In Italia, il ribasso del prezzo del petrolio ha consentito nel primo semestre del 2015 un risparmio energetico di 10 miliardi di euro; la debolezza dell’euro ha favorito le nostre esportazioni; infine i tassi vicino allo zero hanno dato fiato ad un’economia asfittica, abbassando gli interesse che le imprese pagano alle banche per finanziarsi. Quello che non dicono stampa e televisione è che l’Italia è in una situazione drogata: il risparmio energetico non durerà per sempre, l’euro potrebbe risalire rispetto al dollaro, il Quantitative Easing ha una scadenza certa. Con queste condizioni favorevoli il nostro Paese avrebbe dovuto fare di più: ai livelli attuali la BCE aveva previsto per l’Europa una crescita del Pil dell’1,5% per il 2015, dell’1,9% per il 2016 e del 2,1% per il 2017 . Se i dati positivi dell’Istat dovessero essere confermati nei prossimi mesi, il Pil atteso sarebbe dell’1%: un dato nettamente inferiore a quello medio stimato dalla BCE. Negli Stati Uniti il Quantitative Easing ha fatto molto di più: la disoccupazione è scesa al 5,5% e il Pil cresce a ritmi del +3% all’anno .
Non è con la propaganda che si risolvono i mali del Paese: la politica industriale che non c’è; la malavita organizzata, che controlla larghe fette del territorio nazionale; la corruzione che toglie ossigeno allo sviluppo ; la dimensione  dell’evasione fiscale che, superando i 150 miliardi di euro, aggrava il debito pubblico e sottrae servizi alla collettività ; la lentezza della giustizia che comporta l’esborso di miliardi di euro l’anno per la riparazione dei danni derivanti dall’eccessiva lunghezza dei procedimenti e la fuga dall’Italia degli investitori, che non hanno un ambiente normativo certo su cui fare affidamento ; la devastante cementificazione del territorio e il conseguente dissesto idrogeologico,  una vera e propria piaga che costa non solo in termini economici, circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni provocati dal mal tempo, ma anche in termini di vittime umane ; il costo della burocrazia che, secondo la Commissione europea, ha un costo di 73 miliardi di euro, pari al 4,6% del Pil ; il malcostume, tutto italiano, dei politici, con l'effetto non solo di privare lo Stato di strumenti di equanimità e di giustizia, ma anche quello di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e nello Stato di diritto ; l’insufficiente liberalizzazione delle lobby professionali – notai, avvocati, farmacisti, ecc. – con effetti distorsivi della libera concorrenza sul mercato ; l’elefantiaco apparato statale diventato enorme e sempre più esoso, con stipendi che, almeno nella parte dirigenziale della piramide, non hanno pari in altre parti del mondo ; l’eccessiva pressione fiscale (54% del Pil) che deprime la domanda interna . Mi fermo qui: l’elenco è lungo.
Di tutte le promesse fatte da Renzi, le uniche concrete sono: la legge elettorale, il bonus degli 80 euro e il Jobs Act.
La legge elettorale – Italicum – è di fatto peggiore del “porcellum”: neanche Mussolini con la legge elettorale approvata il 18 novembre 1923 osò tanto . Assegnare una maggioranza bulgara alla coalizione che supera il 37% dei voti  significa di fatto instaurare una dittatura  in nome della governabilità.
Il bonus degli 80 euro ha rappresentato senz’altro uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico specie in prossimità delle elezioni europee, ma ha avuto effetti modesti sul Pil e non ha certo prodotto nuova ricchezza . Peraltro, se eliminiamo l’ipotesi di un beneficio sulla crescita, accogliendo come finalità del governo quella di una maggiore equità sociale, sarebbe stato più opportuno destinare le risorse agli incapienti, mediante l’introduzione di una forma di reddito minimo per coloro che versano in uno stato di deprivazione materiale. Una manovra di questo tipo infatti, avrebbe avuto il vantaggio di determinare un maggiore impatto sui consumi e una più accentuata riduzione delle disuguaglianze sociali . L’unico effetto della decontribuzione è stato quello di aver sottratto introiti pubblici e quindi meno servizi.
Il Jobs Act rappresenta la peggiore e più inutile riforma degli ultimi venti anni , il cui obiettivo è lo smantellamento del valore del lavoro, che la nostra Costituzione pone a fondamento della Repubblica a garanzia della libertà e della possibilità di partecipazione attiva delle persone alla vita sociale del Paese . Quando un imprenditore ha la possibilità di trattenere circa 25 mila euro per ciascuna mutazione del rapporto contrattuale siglata dalla sua impresa, è evidente che ha di fronte un’opportunità di fare cassa, che non si lascia certo scappare: con le decontribuzioni, ottiene fondi significativi senza alcun vincolo di destinazione ad un loro uso produttivo. Ora, considerato che l’esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali è previsto per un massimo di 36 mesi, cosa accadrà al termine dei tre anni? È assai probabile che dopo tre anni l’impresa darà il benservito al neo assunto a tutele crescenti, senza peraltro trovare alcun ostacolo nella rigidità del vecchio diritto del lavoro. Se si aggiunge poi che oltre ai vantaggi economici per l’impresa, il Jobs Act prevede anche un condono giuridico che azzera automaticamente tutti i soprusi compiuti sotto la falsa copertura dei contratti a progetto, si comprende meglio il motivo dell’aumento da prefisso telefonico dell’occupazione .

Quale impatto potranno mai avere le misure fin qui adottate dal governo di fronte ai veri mali del Paese? Nessuno!  Invece di varare politiche serie, il governo gioca con misure demagogiche senza alcuna portata innovativa, peggiorando il quadro già drammatico. E il Presidente del Consiglio si esibisce nell’unica cosa che gli riesce meglio: da bravo illusionista, far credere agli italiani quello che non è.

sabato 19 settembre 2015

I TIFOSI DELLA POLITICA

Sono convinto, forse a torto, che se gli uomini fossero più attenti e critici verso i politici che li rappresentano, questi non si permetterebbe di fare ciò che spesso fanno. Se fossero più esigenti in materia di diritti e doveri verso se stessi e verso chi li rappresenta, meno sottomessi, le società tutte sarebbero senz'altro più democratiche e meno corrotte. E poiché per definizione una democrazia è il governo del popolo, assai difficilmente si potrebbe avverare che gli interessi della maggioranza fossero disattesi a tutto vantaggio di una minoranza.

Naturalmente è fondamentale per la corretta fisiologia della democrazia che la maggioranza del popolo elevi la sua cultura di quel tanto che lo metta in grado di “giudicare”, valutare criticamente la bontà di una proposta rispetto ad un’altra, alla stessa stregua di un giudice che emette il suo verdetto solo dopo aver soppesato attentamente le ragioni dell’accusa e quelle della difesa.

La gran parte degli elettori invece si comporta nelle urne come allo stadio: il tifoso della politica, come quello del calcio, non si pone la questione se le proposte avanzate dal proprio schieramento siano nell'interesse dello sviluppo del Paese, in accordo con i dati di realtà e se gli uomini all'interno di questo o quel gruppo politico siano degni di adempiere con disciplina ed onore al dettato dell’art. 54 della Costituzione. L’importante non è che la propria squadra giochi rispettando le regole: l’importante è vincere, indipendentemente dai mezzi con cui la vittoria si ottenga! Se la società di calcio ha pagato questo o quello per ottenere il risultato atteso è ininfluente ai fini della vittoria. Il tifoso della politica come quello dello stadio chiede solo una cosa: VINCERE!

La questione chiave è che finché il popolo non diverrà più consapevole e meno ignorante è assai difficile credere che istituzioni davvero buone possano essere realizzate. E nei luoghi in cui prevalgono le cattive istituzioni – è la storia che si incarica di testimoniarlo – gli individui rimangono invischiati in circoli viziosi di ignoranza, malattia, povertà e, spesso, violenza.

sabato 12 settembre 2015

RENZI E IL PD TORNANO A CRESCERE

Sorpresa, Renzi e il PD tornano a crescere dopo mesi col segno negativo! Non posso non osservare che questo risultato inaspettato giunga subito dopo l’annuncio di Renzi di eliminare Imu e Tasi per tutti.

Se come Gramsci odio gli indifferenti, che non si occupano di politica, perché hanno cose più importanti da fare, gli accondiscendenti nei confronti di chi sta in alto, perché troppo vili per uno scatto di orgoglio, odio ancor di più gli opportunisti che votano per questo o quello solo per bieco tornaconto personale, perché mette loro 80 euro in busta paga, toglie loro l’Imu, la Tasi, ecc., perché hanno avuto la promessa di un lavoro per il loro figlio o il loro nipote, ecc. Dimenticano questi che tali politici non mettono fuori i loro soldi, ma quelli di tutti gli italiani. E “fare i buoni” con i soldi di tutti i contribuenti non è segno di generosità, ma di “stronzaggine”.

Tutti costoro – verso i quali provo irrefrenabile nausea – non si rendono conto che così agendo non impegnano soltanto il loro destino, ma legano al loro anche quello di tanti altri che vorrebbero costruire una società più giusta e civile; non si rendono conto che il loro atteggiamento, incapace di distinguere tra l’attività politica degna di apprezzamento e il degrado morale al quale essa può andare soggetta, sta alla base della corruzione di una società intera. Provo per questi un odio feroce: sono essi la radice e la cagione di tutti i mali.

Nelle democrazie i popoli che eleggono i loro rappresentanti devono essere più scaltri e meno ingenui. Più responsabile e consapevoli nel selezionare i propri rappresentanti al potere. La democrazia è impegno civile e quando questo impegno appare troppo gravoso per taluni, evitino almeno di votare per non far danno. Perché le cose non accadono per opera di una ristretta minoranza, ma perché l’indifferenza della stragrande maggioranza e degli opportunisti consentono che accadano.

Quando la massa abdica alla ragione e segue come una “mandria di vacche” il vaccaro, lasciando promulgare leggi che penalizzano l’emancipazione del Paese e salire al potere persone che non sono degne di governare o amministrare la cosa pubblica, non ha il diritto di lamentarsi quando poi il brodo è fatto.

La partecipazione democratica non la si ottiene dall'alto, la si esige! Proprio per questo essa richiede ispirazione ideale e seria preparazione che non può esaurirsi nell'io ti voto se mi abbassi le tasse, mi procuri il lavoro, mi metti più soldi in tasca, ecc. ecc. Essere cittadini di una società democratica non significa praticare la politica del “do ut des”, secondo la quale dietro qualsiasi cosa ci deve essere un tornaconto personale.

Se questa mentalità è utile al bottegaio, non lo è in una società democratica, perché se la democrazia è la forma più alta e più nobile di governo, il populismo e la demagogia, che tale mentalità produce, sono le forme peggiori.

Populismo e demagogia incubano la corruzione e generano un ambiente sociale squallido e degradato, fatto di devastazione fisica e morale di uomini, che per sopravvivere sono costretti a durissime condizioni di lavoro, e nel quale l’unica libertà possibile è quella dei “servi”, nella quale il padrone di turno lascia fare ai propri servi tutti ciò che egli ritiene non dannoso ai suoi propri interessi: lascia che si divertano con cose futili, lascia che si rovinino al gioco, lascia che litighino e si azzuffino tra di loro. E con la complicità della loro poco cultura e ignoranza, lascia credere che al mondo siffatto non v’è alternativa!

Una sana società civile si basa sul rapporto leale dei cittadini verso le istituzioni e nella consapevole sottomissione alle leggi espressive del bene comune; ma è assai difficile un adempimento puntuale di tali doveri, quando soggetti poco degni, vuoi per incapacità vuoi per levatura morale, rivestono incarichi istituzionali. E tali soggetti non sono un castigo divino, ma la libera scelta della volontà generale. Da ciò deriva che la responsabilità politica grava su ciascuno senza eccezioni e l’espressione di un “voto consapevole”, non subordinato al proprio tornaconto, che tenga conto dell’interesse per le sorti del Paese e della collettività in generale non dovrebbe essere soltanto un dovere civico e morale, ma un “imperativo categorico” nel senso kantiano.

venerdì 11 settembre 2015

SIAMO TUTTI COLPEVOLI DELLA MORTE DI AYLAN!

La foto del piccolo Aylan senza vita fa davvero male! È divenuta da subito l’icona di una strage ridotta spesso a singole cifre ed episodi che non scuotono le nostre coscienze. E poiché la potenza dei simboli è quella di scavare, penetrare all'interno dell'essere senza alcuna mediazione, quella foto ha destato e scosso la coscienza intorpidita di quanti ingenuamente o stupidamente erano convinti che dietro i numeri di quanti hanno perso la vita in mare non si celassero tragedie ugualmente profonde e commoventi.

Il fatto che oltre duemila migranti siano annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste europee in questi mesi del 2015 non ha fatto scattare nessuna molla di umana solidarietà. Ogni forma, ogni respiro, ogni pensiero è rimasto immutato sino a quando quella foto – scattata, insieme ad altre, da Nilufer Demir, giornalista turca – ha fatto il giro del mondo, suscitando eco vastissima e scuotendo le coscienze, nonché le cattive coscienze, di persone comuni come dei massimi leader europei.

Quella foto ha segnato un punto di non ritorno; qualcosa è cambiato. L’immagine del piccolo Aylan sulla spiaggia turca di Bodrum ha strappato il velo di cinismo dai nostri occhi, mostrando l’ecatombe di morti nel Mediterraneo. Uomini e donne senza vita, alla deriva di un mare che avrebbe dovuto portarli in salvo. Dopo lo choc provocato da quell'immagine è iniziata una vera e propria gara di solidarietà.

Ovunque ci sono stati appelli per accogliere i rifugiati, dal Vaticano ai normali cittadini che si sono dichiarati pronti ad aprire le porte delle loro case. Applausi e grande festa alle stazioni di Monaco di Baviera, di Vienna e di Salisburgo, dove un flusso umano ha salutato con un caloroso benvenuto le migliaia di rifugiati giunti in pullman e treni speciali allestiti alla bisogna. Quando poi un altro convoglio con 450 persone a bordo è arrivato a Salisburgo, molti hanno accolto i rifugiati con applausi, offrendo loro da mangiare, da bere e coperte.

Il governo tedesco ha subito dichiarato che avrebbe stanziato sei miliardi di euro per far fronte all'emergenza profughi. La Francia, che fino al giorno prima non ne voleva sapere di profughi, cambia registro e annuncia che accoglierà 24.000 profughi; il presidente Francois Hollande si è ora convinto che “la crisi può essere gestita”. Gli ungheresi, il cui premier Viktor Orban  aveva bloccato il transito dei rifugiati, si sono mobilitati per dare un passaggio ai profughi che a piedi avevano deciso di lasciare l'Ungheria alla volta della Germania e dell’Austria. E così via.
 
E in questa euforia generalizzata di solidarietà – simile a quella messa in scena da Tom Tykwer nel film “Il Profumo”, quando il protagonista Jean-Baptiste Grenouille, nel giorno della sua esecuzione, grazie al suo inebriante profumo, manda la folla, accorsa per assistere alla sua morte, e le autorità in un’orgia sfrenata di amore – si sottace, si dimentica che quest’ecatombe ha responsabili ben definiti, che non sono certo in primis i “trafficanti”, che rappresentano soltanto l’ultimo anello del problema.

Non sono stati certo quest’ultimi a destabilizzare e devastare ampie aree del mondo con politiche di sfruttamento neocoloniale, guerre ed altri interventi militari, col risultato di mettere in moto esodi biblici: torme di diseredati alla ricerca di condizioni di vita meno disumane.

Comprendo la solidarietà spontanea della gente comune che riscopre – sia pur tardivamente – il valore della parola solidarietà, con atti concreti e tangibili. Ci voleva la morte di un bambino per scuotere le loro coscienze rattrappite? O quella solidarietà ostentata non è altro che catarsi, un rito collettivo di purificazione per mondarsi dall'essere stati spettatori indifferenti di una tragedia che si consumava diuturnamente dinanzi ai nostri occhi ciechi? Un’azione liberatrice per allontanare da se il peso della complicità e dell’orrore cui assistiamo assuefatti e indifferenti?

Ebbene, se sono disposto – con molta cautela – a condividere questa generale euforia di solidarietà messa in atto dalla gente comune nei confronti di profughi e rifugiati, lo sono meno – niente affatto – nei confronti di quegli stessi leader europei che fino a ieri erigevano muri, volendo fare dell’Europa una fortezza, e oggi si scoprono, improvvisamente, bravi e buoni dando ospitalità ai rifugiati.

Quanta ipocrisia, quanta retorica tese non solo a coprire le vere cause di questa tragedia, ma ad allontanare da sé le responsabilità delle tante morti inutili. La verità è meno retorica e più prosaica: la metà di tutte le forniture di armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Gli Stati Uniti nell’ultimo decennio ne hanno inviate per 25 miliardi di dollari; la Russia ne ha inviate circa 5,5 miliardi di dollari; la Francia più di 5 miliardi; la Germania 3,3 miliardi; il Regno Unito 3,1 miliardi; infine l’Italia con più di 1 miliardo.

Aylan Curdi, 3 anni, forse cambierà l’Europa. Me lo auguro! Se almeno la sua morte servisse a tracciare un solco tra il prima e il dopo, tra la barbarie e la civiltà, essa non apparirebbe così vana, così inutile. Così straziante!

La morte di quell'innocente non dovrebbe evocarci solo compassione, ma porci dinanzi a due possibilità: o malediciamo un mondo siffatto, nel quale siamo stati convocati senza consenso, trincerandoci dietro un legittimo atto di accusa al mondo e a chi l’ha fatto, oppure lo benediciamo, assumendo però su tutti noi la “colpa”. Una “colpa” in senso jaspersiano, che non si esaurisce soltanto nella colpa criminale o morale. Ma è la “colpa” che investe qualsiasi uomo che tollera ingiustizie e malvagità che possono essere inflitte a un proprio simile e non fa nulla per impedirlo.

Nessun alibi, nessuna giustificazione: siamo tutti colpevoli finché saremo in grado di condurre le nostre esistenze tranquille senza che il dolore dell’altro diventi il “mio” dolore, senza che il patire dell’altro diventi la “mia” passione.

Se possiamo “tollerare” che la natura di un qualsiasi uomo venga negata nel suo nucleo di dignità, allora non c'è diritto, non c'è politica, non c'è moralità che possa costituirsi e cui ci si possa appellare.

L’appartenenza all'umanità esige che si viva insieme o non si viva affatto! E per quanto innocenti, se non apriamo gli occhi, non testimoniamo, non denunciamo quotidianamente la violenza e lo sfruttamento sull’uomo, diventiamo colpevoli.

Non conosco altra forma di lotta e mi rendo conto di quanto sia fragile dinanzi alla potenza dell'apparato, ma di una cosa sono certo: se gli autori di tutti i crimini perpetrati contro l’umanità non avessero potuto contare sulla partecipazione e sull’indifferenza di molti non avrebbe potuto funzionare. Se non eleggessimo corrotti, impostori, ladri, traditori, questo mondo sarebbe un pochino meglio di quel che è.

Questo è il solo modo che conosco per saldare in parte il debito della mia colpa nei confronti del piccolo Aylan Curdi e di tanti altri come lui.