Possiamo ancora parlare di democrazia quando è ormai
risaputo che la mentalità delle masse può essere sapientemente “fabbricata” dai
poteri forti? E se la democrazia non fosse una conquista delle grandi masse
popolari, ma l’espediente dei poteri forti per meglio controllare e
condizionare le masse?
Lo scrittore britannico Aldous Huxley nel romanzo di
fantascienza di genere distopico “Il mondo nuovo” dice: «Un governo del terrore
funziona nel complesso meno bene del governo che, con mezzi non violenti, manipola
l’ambiente e i pensieri e i sentimenti dei singoli, uomini, donne e bambini». Un
governo del terrore funziona meno bene perché il castigo pone un temporaneo
arresto alla condotta indesiderata, ma non sarà mai in grado di contenerla del
tutto. Sempre da qualche parte, in un certo luogo e tempo, un “uomo” alzerà la
schiena e, scagliandosi contro i suoi carnefici, riaffermerà l’essenza della sua
condizione umana, avida di futuro e speranza.
Metti un uomo in catene e prima o poi si
ribellerà per affermare la coscienza della propria libertà. Torture disumane e
privazioni della libertà non hanno, infatti, mai piegato uomini come Nelson
Mandela, Steve Biko, Mahatma Gandhi, che non hanno accettato compromessi o
patteggiamenti sulla dignità dell’uomo. Senza deviare dall’azione intrapresa,
hanno dimostrato che si può e si deve lottare, anche a costo della propria
vita, dinanzi al male dell’ingiustizia e dell’iniqua distribuzione delle
risorse. La loro ostinata determinazione
a battersi per la giustizia e la libertà non ha conosciuto mai tentennamenti o
cedimenti.
Mahatma (“grande anima”) Gandhi riuscì a piegare un impero, quello
inglese, e a insegnare all’uomo moderno come cambiare il mondo senza la
violenza. Nelson Mandela si battette contro il disumano e terribile regime
dell'apartheid, la politica di segregazione razziale istituita dalla minoranza
bianca del Sudafrica che schiavizzava la popolazione nera del paese. Steve Biko,
divenuto il simbolo della lotta all’apartheid in Sudafrica, guidò la protesta
dei neri che subivano la segregazione razziale, affermando che la vittima non è
senza colpa: essa è complice di quel crimine che è il permettere al carnefice
di abusarne e lasciare che il male regni senza opporvisi. Fu arrestato dalla
polizia e torturato fino alla morte.
Gli oppressori poterono straziare i loro
corpi, ma non poterono piegarne l’orgoglio e la dignità; poterono confinare in
carcere i loro corpi, ma non poterono soffocare la loro palpitante e prepotente
passione di vita e libertà. Così essi furono più liberi di quanti pur liberi adeguano
la propria condotta di vita alla morale dominante senza farla propria. Uomini
impagliati che popolano la terra che si appoggiano l’un l’altro, senza occhi
per vedere né voce per comunicare né forza per agire; uomini vuoti, ancora più
vuoti dei morti, che con i loro occhi diritti hanno almeno una forza che manca
ai vivi (Thomas Eliot).
A giudicare dai modi in cui si esprime la democrazia nei
paesi che si dichiarano democratici, dobbiamo con rammarico e disincanto
constatare che in nessuno di questi paesi è stata realizzata una democrazia
reale. Sempre di più i personaggi che dominano la nostra vita politica
governano ma non rappresentano veramente i cittadini, ma gli interessi di gruppi
di potere, per lo più economici, che sono capaci di influenzare e condizionare qualsiasi
decisione politiche, benché non siano stati eletti da nessuno.
Di fatto i
nostri rappresentanti, presto o tardi, diventano docili strumenti nelle loro
mani. Il caso Tsipras, il capo di governo della Grecia, è emblematico. Il fatto
è noto: Alexis Tsipras, sebbene subito dopo la sua elezione avesse posto in
modo semplice e dignitoso il problema della sussistenza di uno spazio per la
politica democratica adversum le politiche di austerità, imposte a un popolo
ridotto di fatto allo status di colonia sotto protettorato tedesco, sotto la
concretissima minaccia di morte per asfissia finanziaria fu costretto a
fare dietrofront e ad approvare entro pochi giorni l’ennesimo piano di riforme
lacrime e sangue.
La domanda che dobbiamo porci è se siamo di fronte al
fallimento della democrazia perché cittadini e nuove generazioni, in
particolare, sono disinformati e lontani dalla politica per menefreghismo, o
piuttosto – per il motivo opposto – perché di fronte all’impossibilità di
scalfire un potente apparato di potere, che controlla e restringe sempre più i
margini di democrazia, prima o poi sorge un senso di impotenza che sfocia in scetticismo.
Ovvero, il distacco progressivo fra politica e società non è la conseguenza di una
indifferenza dilagante ma di un senso di frustrazione di fronte
all’impossibilità dei cittadini di incidere significativamente sulle scelte
politiche, ormai dettate più da una logica propria che dalle istanze reali dei
cittadini; questo senso di impotenza di fronte alle decisioni politiche, che
sono sempre prese altrove (lontano dai cittadini), determinerebbe poi lo scarso
interesse, soprattutto dei giovani, per le questioni riguardanti il futuro
economico e sociale del Paese.
Ma può anche essere che la società dei consumi,
prospettandoci il consumo dei beni come nuovo principio etico della felicità,
abbia corrotto e distratto a tal punto gli oppressi da trasformarli in tanti bambini
interessati solo a soddisfare i loro bisogni. E questa mentalità individualista,
figlia delle politiche neoliberali, sarebbe essa stessa responsabile della generale apatia
sociale e della mancanza di ogni sentimento di solidarietà. Va da sé infatti che,
quando l’esistenza di ciascuno è basata prevalentemente sulla ricerca esclusiva
del proprio benessere, la partecipazione politica viene meno proprio per l'assenza di un sentimento di solidarietà, che ne è il presupposto.
La nostra
Resistenza conobbe la partecipazione di tantissimi giovani che, per affermare
uno stato di diritto basato sulla libertà e uguaglianza dei cittadini, non
esitarono a sacrificare la propria stessa vita. Uomini e donne che si sono immolati
solo per un ideale; nessun vantaggio, nessuna contropartita se non quella di
lasciare a quelli che sarebbero venuti dopo uno stato libero dal giogo fascista.
Memorabili e toccanti, senza retorica, le lettere di chi, aspettando la
fucilazione, per lo più diciottenni, rassicurava padri o madri o fidanzate o
fidanzati o mogli o mariti, con l’animo sereno d’aver compiuto il proprio
dovere. Sogni e speranze che sarebbero state cancellate di lì a poco dal
plotone di esecuzione, ma con la fede incrollabile che il loro sacrificio sarebbe
valso a dare alle generazioni future libertà, giustizia, uguaglianza. Convinti
che la partecipazione fosse lo strumento più efficace per umiliare l’arroganza
del potere.
Sono forse simili a questi giganti i giovani d’oggi? C’è una vena
di tristezza in questa domanda retorica. La società dei consumi fornisce loro tutto
ciò che serve per avere un fisico scolpito, una macchina potente, capelli
sempre a posto e folti, l’aspetto perennemente abbronzato, cellulari che
calcolano pure le calorie per mantenere il corpo magro e attraente, ma non ha
fornito loro quello che serve per diventare ed essere veri uomini.
Dunque fuga dalla partecipazione politica per frustrazione e
senso di impotenza, o semplicemente qualunquismo e disinteresse sapientemente
alimentato da tecnocrati e gruppi di potere, e attuato dai media attraverso un
vero e proprio processo di indottrinamento, col fine di allontanare i cittadini
da ogni forma di partecipazione reale alle decisioni politiche?
È probabile che la verità, come sempre, stia esattamente nel
mezzo. Da una parte i cittadini, sempre più inconsapevoli e disinteressati,
pongono le premesse perché le decisioni politiche – quelle che veramente
contano – rispettino più gli obblighi dettati dai gruppi di potere che le
domande sociali nascenti dal popolo, dall’altra l’aspetto globale che ha
assunto la politica toglie ai cittadini ogni possibilità reale di intervento,
non solo politicamente ma anche tecnicamente.
Sarà mai possibile tracciare una vera distinzione tra questi
due aspetti della medesima questione, che si influenzano reciprocamente e ne
amplificano gli effetti? Un fatto è però chiaro ed incontrovertibile: in una
società sempre più concentrata sull’immagine che sul dialogo, è assai difficile
stabilire quanto certe scelte operate dalla maggioranza degli elettori siano il
risultato di un processo di indottrinamento abilmente attuato dai media o piuttosto
l’esito di una deliberazione consapevole e cosciente di ogni singolo cittadino.
Per esempio, se i grandi leader della Terra non avessero
fatto ricorso a sofisticate tecniche di manipolazione mentale basate sulla PNL
(programmazione neurolinguistica) avrebbero ugualmente riportato il successivo
trionfo alle urne?
Secondo gli autori di uno scritto anonimo, dal titolo “An
Examination of Obama’s Use of Hidden Hypnosis Techniques in His Speeches”, l’ex
presidente americano Obama non avrebbe trionfato alle urne senza utilizzare le
tecniche sviluppate dallo psichiatra statunitense Milton Erickson, intervenuto
per colmare l’assoluta mancanza di contenuti del suo programma politico. Il pamphlet
spiega nel dettaglio i “trucchi” utilizzati da Obama – tono della voce,
linguaggio del corpo, comandi subipnotici, aneddoti autobiografici del tutto
inventati (come essere “figlio e nipote di pastori di pecore”), suggestioni e
affermazioni irrazionali – allo scopo di disorientare e canalizzare
l’attenzione del pubblico per conquistarne il consenso.
La programmazione neurolinguistica, inizialmente ideata nel
1975 per scopi psicoterapeutici dallo psicologo Richard Bandler e dal linguista
John Grinder, si è presto diffusa al marketing, alla formazione aziendale, agli
ambienti televisivi, ed è infine approdata anche nel mondo politico per
conquistare il consenso degli elettori.
Non c’è ormai nessun politico che non
ricorra alla suggestione ipnotica per piegare la mente altrui, senza che ne sia
consapevole, al proprio volere. I personaggi politici si trattano e si vendono
come prodotti di consumo al supermercato. La politica è marketing né più né
meno come il marketing aziendale, e se il fine ultimo di quest’ultimo è il
profitto, quello politico è il consenso. E se per ottenere questo occorrerà
ricorrere alla manipolazione della coscienza pubblica, non rispettando l’oggettività
dell’informazione, sia fatto pure: “Parigi val bene una messa”.
Oggi la tecnica mediatica è diventata assai complessa e
consente di realizzare qualsiasi effetto; l’accresciuta disponibilità tecnologica
consente di dispiegare il ventaglio di qualsivoglia fine che per suo tramite
può essere raggiunto. Come nel film di Barry Levinson “Sesso & potere”, si
può creare una finta guerra con l’Albania, sventare cellule terroristiche
pronte a far esplodere una bomba sul suolo americano, mostrare una giovane
ragazza albanese con in braccio un gattino che fugge sotto i colpi d'arma da
fuoco dei terroristi. Il tutto per distogliere l'attenzione dell'opinione
pubblica da uno scandalo sessuale che vede coinvolto il presidente degli Stati
Uniti e potrebbe mettere a rischio la sua rielezione. A tale fine, per muovere
a compassione i cittadini statunitensi, c’è anche una sequenza nella quale il
presidente, sbarcato in Albania, offre a una donna anziana il suo cappotto per
ripararla dal freddo.
Nel libro “Shock Economy”, la giornalista canadese Naomi
Klein arriva perfino a sostenere che le crisi economiche sono artifici utili affinché
il politicamente impossibile diventi politicamente inevitabile. La stessa Klein
afferma: «Come il prigioniero terrorizzato […] rivela i nomi dei compagni e
abiura la sua fede, così le società sotto shock si rassegnano a perdere cose
che altrimenti avrebbero protetto con le unghie e con i denti».
Inutile dire che se questa è la realtà dell’irrealtà, allora
la democrazia è una farsa e noi tutti i suoi guitti, ormai antropologicamente
mutati, funzionali al grande capitalismo finanziario, sul cui altare del
profitto siamo tutti sacrificati e sacrificabili.
La televisione, come mezzo di
persuasione e convincimento che trasmette in continuazione, influenza e
condiziona a tal punto le nostre decisioni – dalla scelta individuale degli
acquisti all’opinione sovrana in materia di economia e politiche sociali – che
è assai difficile sceverare le nostre personali convinzioni da quelle
inculcate.
Le tecniche e le strategie adottate dagli specialisti della
pubblicità e della comunicazione non sono solo assai efficaci a indurre nella
gente falsi bisogni che possono essere soddisfatti solo col possesso di quei
determinati prodotti propagandati, ma sono altrettanto efficaci a presentare
questo o quel leader o partito politico come il più affidabile e il più adatto.
Che il tema del controllo delle menti, già anticipato da
Huxley e da Orwell, da romanzo si sia fatto angosciante realtà?
L’impoverimento
mentale cui assistiamo, provocato dall’incapacità di saper pensare e ragionare,
è un fatto che lascia sgomenti. E non riguarda soltanto quei soggetti di scarsa
istruzione, ma riguarda la maggioranza degli uomini. L’ignoranza è ormai assurta a
valore di cui andare fieri e orgogliosi. Così che ogni forma di stupidità,
becerume e rigurgito razzista può essere presentata come il sacrosanto diritto
a esprimere e a conservare la propria opinione. Se un tempo l’ignoranza era
umile, oggi è arrogante e pontificante. E dinanzi al dilagare di tanta
ignoranza, i mediocri hanno occupato le sedi vacanti lasciate da uomini che
hanno fatto grandi le nazioni, e il cui ricordo sbiadisce col trascorrere degli
anni.
Qualcosa mi dice che se un personaggio politico come Berlinguer tornasse
in vita, non riscuoterebbero affatto quel consenso e quell’adesione di cui al suo
tempo godette. Dietro ogni uomo politico oggi c’è la strategia sagace e ben
pianificata degli “spin doctor”, abili illusionisti che si incaricano di
presentare questo o quel personaggio politico sotto una luce favorevole. Come
un esperto truccatore può rendere la donna più insignificante in una femme
fatale e magnetica, così lo spin doctor può trasformare il più insulso dei
personaggi politici in un campione di intelligenza e competenza, al cui
confronto un personaggio come Berlinguer, refrattario all’uso di tecniche
manipolative per il conseguimento del consenso, sfigurerebbe rispetto agli
altri candidati proprio come l’onesta massaia comparata alle più celebri pop
star.
Ma perché il ricorso pervasivo alla manipolazione di massa?
Perché tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, l'affermarsi della società di massa (nelle fabbriche, nelle scuole, nell'esercito, nella vita
associata) richiedeva un certo suo addomesticamento. L’avvento della società di massa, sebbene da alcuni accolto con tratti
ottimistici come occasione di democratizzazione e di diffusione del benessere, non
poteva non accendere preoccupazione nelle tradizionali e consolidate élite del
potere che, di fronte alla strage dei Romanov e all’instaurazione del comunismo
in Russia, cominciarono seriamente a temere per la propria sopravvivenza.
In
reazione al comunismo, l’élite del potere costituì allora una vera e propria falange
finanziando movimenti come quello fascista in Italia e nazista in Germania. Segnando
in modo profondo il mondo contemporaneo, il sistema autoritario del fascismo e
del nazismo, con il suo grande apparato di “propaganda”, stabilì un controllo
totale sulle masse; attraverso il rifiuto degli ideali democratici e una
vigorosa difesa della diseguaglianza irrimediabile e benefica per gli uomini, fu
possibile modellare l’autorità dello Stato ai piani economici e politici del
ceto borghese più forte. Il sistema pervasivo di indottrinamento, produsse un vero
e proprio annullamento della volontà individuale per l'esaltazione assoluta del
sacrificio e la sottomissione alla volontà del capo per il bene della patria.
L’arma vincente della dittatura fascista e nazista fu la comprensione
dell’importanza che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (all’epoca radio, stampa
e cinema) avevano nella conquista del consenso. Il controllo totale
sull’informazione e sulla cultura conquistò subito un grande numero di consensi,
e senza neppure dover mascherare il volto dichiaratamente autoritario del
nazifascismo. Una continua e aggressiva emissione di messaggi, finalizzati a
mostrare la sua natura giusta e potente, ebbero la meglio su ogni forma di
opposizione tesa a scardinare l'inganno che in quegli anni governava buona
parte della vita quotidiana di tedeschi ed italiani.
Ma quei regimi, entrambi odiosi, sarebbero capitolati se
avessero avuto a disposizione il più potente mezzo televisivo? La televisione a
differenza della radio, del cinema e della stampa, dispone di un quid in più:
la capacità di creare una realtà alternativa, presentandola come realtà. Con la
televisione, l'illusione diventa realtà. Se il delitto perpetrato, attraverso i
mezzi di comunicazione di massa, dai regimi fascisti e nazisti non era
perfetto, perché era indotto, e quindi aveva bisogno comunque di un apparato
repressivo per neutralizzare il dissenso; con l’avvento della televisione il delitto è quasi perfetto, perché non c’è
neppure bisogno di repressione: il meccanismo del consenso è
autoindotto.
L'illusione collettiva e oggettiva è il fatto fisico che prima emargina
e poi espelle spontaneamente chi non si adegua ai modelli dominanti imposti dal
mercato per il tramite della televisione. Piallata dalla cultura di massa
prodotta dalle industrie del consumo, obbediente al potere e alla persuasione
occulta della pubblicità commerciale, la società tutta tende a neutralizzare e
a rendere inoffensiva ogni forma di dissenso.
L'individuo che si contrappone
alla logica del gruppo sperimenta ansia e angoscia; se l’adesione acritica alla
logica del gruppo ripristina poi il suo benessere, l’individuo si adeguerà, per
una forma conscia o inconscia di autocensura, alla volontà collettiva senza che
ci sia bisogno di richiamarlo all'ordine. Pensare dentro gli schemi della massa
è più facile che essere uomo.
Dunque, in concreto, come si può parlare di democrazia
reale, quando questa non è che una falsificazione bella e buona, il risultato di
una manipolazione e ricostruzione della realtà finalizzata ad amplificare a
dismisura una particolare visione del mondo utile al mantenimento dello status
quo?
Finché la strumentazione tecnica disponibile era quella di
un microfono dal palco del comizio, dove gli oratori arringavano la folla, il
modulo era semplice e senza mediazioni di sorta. I leader illustravano le
posizioni dei rispettivi partiti, polemizzavano con gli avversari, quindi esortavano
gli adunati di piazza a votarli. La tecnica era appena sufficiente per
raggiungere il fine atteso. Lo spazio di ascolto era contenuto, scarno e
diretto come in una rappresentazione teatrale. Rispetto al passato, l’affermazione
di sofisticatissime tecnologie digitali accentua l’ambiguità, portando
all’estremo il contrasto tra apparenza e verità. Che cosa è vero e che cosa è falso
nella nostra vita oggi?
In generale, la narrazione dei fatti può essere abilmente
piegata ai fini dei gruppi di potere che sono i veri detentori della
tecnologia. Un club esclusivo di poche migliaia di persone, non elette democraticamente,
in grado di decidere i destini di intere popolazioni, manipolare l’informazione
e i mercati finanziari, imporsi sulla politica e sugli Stati. Canali tematici,
satellitari, locali, internet operano per l’affermazione di una vera e propria
“egemonia culturale” nell’interpretazione dei fatti che esclude qualsiasi
visione alternativa. Eventuali scostamenti dalla cultura dominante non hanno
neppure bisogno di essere censurati, in quanto o sono autocensurati o
semplicemente rigettati perché irragionevoli.
Per esempio, chi denuncia che la crisi economica è il
risultato della crisi delle banche, che hanno accumulato quintali di prodotti
finanziari tossici, e non il risultato della spesa sociale fuori controllo, viene emarginato
dagli spazi televisivi e marginalizzato come un visionario. Nonostante autorevoli
dichiarazioni di economisti, anche premi Nobel, e un’ampia messe di
documentazione, la crisi economica continua ad essere presentata quasi
esclusivamente come una crisi del debito pubblico, prodotto da una spesa sociale elefantiaca.
La gente ci crede e sopporta
rassegnatamente ogni politica di macelleria sociale: tagli alla sanità, all’istruzione,
alla previdenza. E lo Stato può continuare impunemente a tagliare lo stato
sociale per sanare il sistema bancario privato, senza neppure un gemito da
parte di coloro che, pur non avendo vissuto al di sopra delle possibilità, ne
sopportano gli effetti. A dispetto del fatto che la crisi è nata da una finanza
fuori controllo, nessun atto politico è stato ancora fatto per arginarne gli
effetti devastanti. No, la finanza continua a farla da padrona e le borse continuano
ad essere un casinò ad alto rischio, dove tutti giocano d’azzardo giorno dopo giorno,
caricando le future generazioni di un debito pubblico di cui poi dovranno
rispondere.
L’evidenza è sotto gli occhi di quanti trovano ancora il tempo
di leggere e che rifuggono da ogni slogan e certezza, ma non lo è per la
maggioranza degli individui che fanno sempre più fatica ad andare oltre le dieci
righe di uno scritto e che, facendo dell’ignoranza un valore di cui andare
fieri, consentono al megafono dei cultori del dio mercato e ai seguaci delle
dottrine neoliberali di continuare a propinarci il “verbo” della riduzione del debito
pubblico, costi quel che costi. Anche quando le conseguenze economiche di tali
politiche sono disoccupazione, tagli alla sanità, all’istruzione, un massiccio
aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, l'aggravarsi delle
condizioni di deprivazione per più poveri, una situazione ambientale disastrosa,
un'economia complessiva instabile e una prosperità senza precedenti per i
ricchi.
Non posso immaginare un masochismo così idiota degli oppressi, da indurmi
a pensare che se sono così cretini meritano perciò l’ingiustizia di cui sono
fatti oggetto. È possibile che, pur dinanzi all’aggravarsi dei problemi sociali,
siano così deficienti da continuare a credere nella storiella che le politiche
di austerità sin qui perseguite si tradurranno, prima o poi, in benefici per
loro.
In realtà, se togliamo la fede, quasi religiosa,
nell'infallibilità delle teorie neoliberali, non c’è nulla che ci porti a concludere
che quella finora percorsa sia l’unica strada percorribile. Quello che invece
vediamo è un potere economico più forte e aggressivo che mai, contro il quale
la rappresentanza politica è impotente come non era mai stata in passato.
Dinanzi a un capitalismo finanziario e industriale che accredita il proprio
potere su tutti i fronti possibili, le forze democratiche non solo non sono in
grado di opporsi, ma rischiano perfino di non sopravvivere.
Se la democrazia elettorale resiste ancora è solo perché in
un certo qual senso è funzionale al neoliberismo (è molto meglio che qualcuno
ingoi da solo l’olio di ricino, piuttosto che costringervelo). Per il resto è
solo una democrazia formale: conclusasi la consultazione elettorale, la popolazione
viene tenuta lontana dalle informazioni, dal controllo del potere e dal
confronto aperto delle opinioni, ossia dalle condizioni essenziali per una
partecipazione significativa all'assunzione delle decisioni. Non esistono neppure
importanti momenti di mobilitazione popolare, in grado di scalfire le decisioni
prese nel mondo degli affari. Il mondo della finanza mantiene saldamente le
redini del potere.
Ora, se da quanto detto emerge che le nuove metodologie di
comunicazione – che dispongono di una tecnologia assai avanzata e costosa – sono
effettivamente in grado di influenzare in modo significativo la formazione
delle opinioni del popolo, allora la democrazia di cui si parla, e che è quella
diffusa nel mondo, è soltanto una costruzione mitologica. Legata pure all’idea
che siano i popoli a determinare i propri sistemi politici, economici, sociali
e culturali, ma che di fatto agiscono sotto l’effetto del condizionamento
mediatico in modo non dissimile da quello che avviene nella scelta di comprare
un prodotto piuttosto che un altro per effetto del bombardamento pubblicitario.
Se la costruzione del consenso è la risultante di tecniche
psicologiche a scopo manipolativo per indirizzare le scelte, allora il nostro
sistema democratico non è diverso dalla realtà di Matrix, in cui l'intero
genere umano, pur essendo soggiogato alle macchine, che sfruttano gli uomini
per ricavare energia, ritiene di vivere in un mondo reale fatto ancora di case,
amici, locali, strade, ma che altro non sono che immagini virtuali inviate al
cervello dalle macchine intelligenti per perpetuare il loro dominio; un inganno
ordito per assicurarsi l’energia di cui hanno bisogno per sopravvivere.
Se le cose stessero così, allora la democrazia è solo un
sogno seducente, una pura illusione che esiste solo nella mente, ma non nella
realtà. E se fossimo giunti a questo
punto, saremmo già nell’impossibilità di discernere il vero dal falso se non
attraverso gli occhi di chi guida e ha già deciso il nostro destino.