domenica 12 agosto 2018

VACCINI SÌ, OBBLIGATORIETÀ NO!

Sul tema delle vaccinazioni vi sono due fronti diametralmente contrapposti: da una parte ci sono quelli che dicono che sui vaccini infantili non c’è da discutere, ma solo da somministrare; dall’altra ci sono coloro che sono contrari alla loro somministrazione perché fondamentalmente convinti che si tratti di una pratica dannosa per la salute, soprattutto dei bambini, utile soltanto agli interessi economici delle aziende farmaceutiche.

Affrontare il tema schierandosi a favore di quanti sostengono apoditticamente l’indiscussa utilità dei vaccini è altrettanto sbagliato quanto mettersi dalla parte di coloro che sono contrari alla loro somministrazione. 

Il teologo francese Pietro Cantore nel XII secolo, alludendo al piacere di ragionare, affermò: “Nessuna verità può essere veramente capita e predicata con ardore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa”. E per disputa intendeva il confronto in cui le idee intorno a un tema si ritrovavano per mettersi alla prova, un po’ come avviene nei tribunali in cui la disputa tra l’accusa e la difesa, suffragata dalle prove, diventa lo strumento di accertamento della verità. 

Intanto la domanda se i vaccini servano oppure no è capziosa e tendenziosa. Nessuno – sano di mente – potrà mai affermare che i vaccini non servano. Nessuno – che abbia un minimo di cultura – potrà mai mettere in discussione il ruolo che i vaccini hanno svolto nel debellamento di malattie come il vaiolo e la poliomielite. Grazie ai vaccini, vaiolo e polio sono praticamente scomparsi e non destano più preoccupazione. E questo ci porta alla conclusione che siano fra le più grandi scoperte della medicina.

Ma una cosa sono i vaccini, altra cosa la politica sanitaria legata ai vaccini. Dire che i vaccini sono rimedi farmacologici efficaci nel contrasto delle epidemie, il cui esito è fatale o deturpante o invalidante, altro è usarli scritteriatamente, quasi fossero pasticche per la gola. I vaccini sono farmaci assai efficaci, e in quanto tali presentano senz’altro benefici – che consistono nella prevenzione di una malattia – e rischi di insorgenza di eventi avversi. E dunque, come si fa per tutti i farmaci, si somministrano quando i benefici attesi superano i rischi. 

Faccio un esempio banale. I chemioterapici si rivelano, in alcuni casi, assai efficaci nella terapia delle malattie tumorali, ma gli effetti collaterali sono tanto importanti da obbligare a sospendere la cura. È un dato ormai acquisito che durante la vita di ciascuno di noi il DNA di molte nostre cellule subisce mutazioni, sia casuali sia dovute all’esposizione ad un agente cancerogeno. E poiché ogni cellula del nostro corpo obbedisce agli ordini impartiti dal proprio DNA, possiamo concludere che produciamo quotidianamente un numero elevatissimo di cellule cancerose. Nella maggioranza dei casi le cellule mutate non sopravvivranno, grazie a un sistema di controllo che causa il suicidio della cellula, quando è danneggiata. Questo meccanismo di auto-distruzione prende il nome di apoptosi o “morte cellulare programmata”: la cellula si rompe e il suo contenuto viene riassorbito dal corpo, senza conseguenze per la nostra salute e senza che noi ce ne accorgiamo. Se tale meccanismo di controllo della proliferazione venisse meno, ci penserà allora il nostro sistema immunitario, attivando le cellule Natural Killer capaci di riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Sia chiaro che per diventare maligna una cellula deve danneggiare almeno cinque o sei sistemi di controllo, ma per chiarezza espositiva mi limiterò a questi due meccanismi. Bene, se – in dipendenza del fatto che cellule tumorali si formino spontaneamente nel nostro corpo – eminenti medici ci consigliassero di assumere chemioterapici a scopo preventivo, per eliminare eventuali cellule sfuggite sia al suicidio programmato sia all’attacco dei linfociti K, da un punto di vista teorico avrebbero ragione, ma da un punto di vista pratico il loro eccesso di prudenza sarebbe grandemente superato dagli effetti collaterali, che se in corso di malattia sono un rischio calcolato pure da assumere, non lo sono affatto quando le condizioni del soggetto sono quelle di un soggetto sano.

Se la posizione del medico a favore dell’uso di chemioterapici a scopo preventivo si contrapponesse a quello del medico contrario all’uso dei chemioterapici, avremmo lo scontro che si è creato nel Paese a proposito dell’uso dei vaccini. Il primo suffragherebbe la propria tesi, nel caso in cui il soggetto sano dovesse sviluppare un tumore; il secondo invece comproverebbe la sua, nel caso in cui il paziente morisse per gli effetti collaterali prodotti dal chemioterapico.

Entrambi hanno ragione, ed entrambi hanno torto. Nelle contrapposte posizioni manca il senso della misura: il punto di equilibro tra due opposti errori, il primo dei quali pecca per eccesso e l’altro per difetto. Come uscirne? Certamente non nella direzione di trovare un equilibrio tra due posizioni equidistanti e contrapposto, secondo il principio che “in medio stat virtus”, e neppure in quella di mettere a tacere, semplicemente con un atto di imperio, una delle due tesi, alimentando così il sospetto di partigianeria. Se ne esce dando risposte oneste a domande legittime, e non eludendole. E uso a proposito il termine “onesto”, inteso nel senso di onestà intellettuale. 

L’onestà intellettuale è l’essere disponibili ad accogliere anche la tesi dell’avversario, quando le prove e l’evidenza dei fatti depongono a favore di quest’ultimo. Una persona intellettualmente onesta ha un atteggiamento rigoroso, preciso, analitico, e soprattutto è convinta di quello che dice non per partito preso, ma perché le informazioni e i dati di cui dispone conducono alla convinzione che si è fatto. E tuttavia è pronto ad accettare e a sostenere un pensiero diverso dal proprio quando scopre la falla del suo convincimento. 

Credo che questa sia una persona intellettualmente onesta.

Il massiccio bombardamento mediatico sui casi di morbillo, e sulla necessità di attuare un programma di vaccinazione su larga scala per arginare il diffondersi dell’epidemia e contenere il crescente numero di bambini falciati da questo spietato killer (ebbene, sì diciamo il suo nome: morbillivirus), ha creato la fazione di quelli che sono a favore dell’obbligo della copertura vaccinale per essere ammessi negli asili nido e nelle scuole, di contro a quella che non vuole sottoporre il figlio obbligatoriamente ad una vaccinazione perché preoccupata più dei rischi dei possibili eventi avversi che del rischio di contagio. L’una contro l’altra contrapposta, queste due fazioni hanno in breve trasformato una questione scientifica in scontro ideologico e politico, che ha amplificato la confusione, senza beneficio per nessuno.

Si parla spesso dell’importanza di imparare a pensare, cioè a ragionare in modo corretto per affrontare e risolvere problemi. Ma di fatto i servizi e i canali di comunicazione e informazione sociale (i cosiddetti media) non forniscono affatto gli strumenti culturali ai cittadini per risvegliare la loro capacità di riflettere autonomamente. Il linguaggio comunicativo di cui si avvalgono è più simile a quello pubblicitario che a quello scientifico. 

Nel primo, il fine non è fornire informazioni tese ad appurare la verità dei fatti, piuttosto è quello di persuadere costruendo relazioni emotive con il prodotto. Così se voglio convincere gli italiani sulla necessità di far vaccinare i loro figli, scriverò sulle prime pagine dei giornali, a caratteri cubitali: «ALLARME MORBILLO IN ITALIA, MORTI DUE BAMBINI». Quindi immagine del bambino e volti straziati dei genitori. La televisione poi narrerà la storia del piccolo “Andrea” (nome di fantasia) e l’intervista col medico curante, che riferirà di aver più volte suggerito ai genitori di far vaccinare il bambino, ma senza successo, e col ministro che dichiarerà l’inammissibilità di morti evitabili con l’uso del vaccino. Infine, l’intervista con il pluridecorato super professorone che farà il solito pippone sulla necessità della vaccinazione. 

Domando a chi mi legge: sembra questo un modo corretto di informare i cittadini su un tema che se ha molte zone in luce, ne ha altrettante in ombra? Sostenere che si sappia tutto sui vaccini è antiscientifico quanto asserirne la loro inutilità.

Nel secondo (quello scientifico), occorre innanzitutto una buona dose di onestà intellettuale e ragionare in modo critico. E cosa vuol dire allora “ragionare in modo critico”? Vuol dire rendersi consapevoli di ciò che si vede, si tocca, si gusta in accordo con quelli che sono i modi di funzionare dei modelli mentali. Quando guardiamo un volto nuovo, lo mettiamo in relazione con un altro, ne evidenziamo le differenze e le somiglianze. Quando tocchiamo un oggetto, ne scopriamo le relazioni con un altro a noi già noto. Quando gustiamo un cibo, ne cogliamo le sensazioni e le relazioni con i nostri ricordi di altri cibi. Ma non basta: senza l’ossatura della struttura logica non andremmo molto lontano. Non basta, infatti, scoprire le relazioni tra gli oggetti: è necessario stabilirne anche la coerenza. Il ragionamento critico è tutto qui!

Se imparassimo tutti ad usare più pensiero critico, non accetteremmo più alcuna idea, comportamento o convinzione prima che sia passata al vaglio della ragione. Non cadremmo più nei tranelli cognitivi in cui ci fanno inciampare per costringerci ad operare scelte, che da coscienti non avremmo fatto. Non saremmo più vittime della suggestione che, attraversando indenne la soglia critica della mente, agisce direttamente sulla parte emotiva della nostra mente, plasmando e coartando la nostra visione delle cose agli interessi dei “gruppi di potere” da sempre. Se confidassimo di più nella nostra intelligenza, piuttosto che ad essa abdicare in favore dell’indiscussa autorità di qualcun altro, forse – e dico forse – ci avvicineremmo di più alla nostra idea di felicità, benessere, giustizia. Se Galileo avesse rinunciato (abiurò è vero, ma solo per evitare le torture e il rogo) alla sua intelligenza per l’indiscussa autorità di Aristotele, l’umanità sarebbe ferma alla teoria geocentrica dell’universo. Dai tempi di Galileo, l’arroganza e la caparbietà del Potere restano le stesse. Nessun Potere osa mettere i propri “sudditi” nella condizione di imparare a ragionare in modo corretto, pena: la sua stessa sopravvivenza.

Detto questo, torno alla questione dei vaccini. 

Premesso che bene ha fatto l’attuale Ministro della Sanità Grillo, disponendo il rinvio di un anno dell'obbligo di presentare i certificati vaccinali per l'iscrizione alla scuola dell'infanzia e ai nidi, sollevare dubbi sulla politica sanitaria legata ai vaccini non è affatto peregrino.

Intanto perché la nostra Costituzione Italiana nel contemperare il diritto individuale di salute del singolo con l’interesse della collettività (Art. 32), impone al legislatore di rispondere secondo canoni di ragionevolezza e di proporzionalità al carattere impositivo di un trattamento sanitario. Il secondo comma del precitato articolo infatti recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. 

Da ciò ne consegue che gli argomenti legislativi a sostegno dell’obbligatorietà delle vaccinazioni devono trovare almeno conforto nel fatto che esista sul territorio italiano un’emergenza epidemiologica tale da sospendere il diritto individuale in favore di quello collettivo. E dunque chiediamoci se in Italia esista davvero un’emergenza epidemica che giustifichi l'obbligo dei vaccini contro: poliomielite, difterite, tetano, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae tipo B, morbillo, rosolia, parotite, varicella. 

Per quanto riguarda la poliomielite, il 21 giugno 2002 l’OMS ha certificato che l'Italia è un paese libero dalla polio dalla seconda metà degli anni '80.

Per quanto riguarda la difterite, il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica riporta che in Italia non sono più stati registrati casi di difterite, provocata da C diphtheriae tossinogenico, a partire dal 1996.

Per quanto riguarda poi Tetano, Pertosse, Epatite B, Haemophilus, Parotite, Varicella, l’obbligatorietà dei vaccini si basa fondamentalmente sull’idea che tramite l’innalzamento delle soglie di copertura si possa raggiungere una protezione non solo dell’individuo ma della collettività, il cosiddetto “effetto gregge”, di 
cui però non esistono ancora dati definitivi sulla reale efficacia. 

Il principale obiettivo della vaccinazione contro la rosolia non è di carattere epidemiologico, ma teso alla prevenzione della rosolia congenita, ovvero quelle anomalie che un neonato può presentare in seguito all'infezione materna e alla conseguente infezione fetale da virus della rosolia. Il che ne suggerirebbe un uso selettivo sulle donne in età fertile.

Infine, il morbillo. I dati del Ministero della Sanità dicono che dal 1970 alla fine degli anni 90 il morbillo ha presentato il tipico andamento delle epidemie dovute a malattie che dopo la guarigione conferiscono immunità. Nel 1970 il numero dei casi registrati fu di 52.781; il picco più elevato si ebbe nel 1988 con ben 88.009 casi. E non mi consta che in quegli anni si sia fatto un uso così massiccio dei media tale da creare un vero e proprio clima di emergenza epidemica, eppure anche in quegli anni esistevano i vaccini per il morbillo. A quel tempo, se la memoria non m’inganna, quando un bambino si ammalava di morbillo, il medico rassicurava i genitori dicendo loro che si trattava di malattia esantematica tipica dell’infanzia. Raccomandava caldo e riposo a letto. Quindi prescriveva sciroppo contro la tosse e paracetamolo (tachipirina) all’occorrenza. Antibiotici in caso di complicazioni. Nulla di più, per il resto la malattia avrebbe seguito il suo decorso sino a guarigione. Questo era quello che avveniva nella larga maggioranza dei casi, senza particolare allarmismo. 

L’esperienza, unita al buon senso, ci ha insegnato che la medicina non è propriamente una scienza esatta come la fisica o la matematica: la medicina è tutto tranne che una scienza esatta (e, pertanto, per orientare serenamente e consapevolmente coloro che ne hanno una scarsa conoscenza e sono sempre più nel bailamme dei tanti pareri, i medici e gli scienziati dovrebbero imparare a farsi guidare oltre che dalla ricerca anche da quella onestà intellettuale, che rifugge – come ho già detto – da preconcetti e posizioni ideologiche). Capita infatti talvolta che un banale mal di gola evolva in pericardite o glomerulonefrite. Come capita che il più banale intervento d’appendicite possa – sia pure in rari casi – risultare fatale, così anche una malattia esantematica come il morbillo (al pari di tantissime altre malattie), in soggetti defedati e con sistema immunitario compromesso, può esporre la salute dell’infetto a complicanze (superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti), che non sono la regola . Le statistiche riferiscono che tali complicazioni causano circa 30-100 decessi ogni 100 mila persone colpite. Domando allora se sono questi i numeri che giustificano il generale allarmismo “emergenza morbillo”?

Se dovessimo prendere in considerazione tali numeri come margine di rischio non accettabile, allora nessun genitore dovrebbe far sottoporre il proprio bambino ad un intervento di tonsillectomia, atteso che, nella fascia di età compresa fra 1 e 4 anni, il rischio di morbosità perioperatoria è stimato intorno al 2-3%. Uno studio dice che i decessi per anestesia sono uno ogni 8 mila interventi, ergo nessuno dovrebbe mai sottoporsi ad un intervento chirurgico. Insomma, come in ogni momento e in ogni atto della nostra vita (salire e scendere le scale, viaggiare in macchina o in aereo, ecc.) c’è sempre un margine di rischio ineludibile, così in medicina nessuna certezza di risultato è data. E allora perché tanto clamore mediatico sui casi di meningite e di morbillo, quasi fossero la nuova peste nera che dilaga e miete vittime?

Pare che la scorsa epidemia influenzale abbia interessato complessivamente 6,7 milioni di casi e causato 112 decessi, tra cui 11 bambini sotto i 14 anni; i casi di morbillo registrati nel periodo sovrapponibile sono stati invece di 400 ammalati e quattro decessi, due dei quali adulti (di 38 e 41 anni) e i restanti bambini sotto i 10 anni di età. Sono dunque questi i numeri che dovrebbero far scattare il “codice rosso” emergenza epidemica da morbillo? Sono ancora questi i numeri che legittimano il ricorso a un decreto impositivo, necessario ed inevitabile, per arginare il dilagare dell’epidemia, minacciando addirittura (all’inizio) la sospensione della patria potestà e pesanti sanzioni pecuniarie?

Mi viene da dire: “non c’è proporzione”! Personalmente ritengo che i dati a disposizione non giustifichino affatto il ricorso a mezzi coercitivi per ottenere uno scopo che potrebbe essere più efficacemente ottenuto mediante un’informazione capillare e il convincimento delle persone: nella maggioranza dei casi i figli stanno più a cuore ai genitori che alle istituzioni. Nessun genitore – sano di mente – rinuncerebbe a far vaccinare il proprio bambino, quando persuaso dell’utilità della pratica vaccinale.

Lo scopo fondamentale delle istituzioni preposte non dovrebbe essere tanto quello di schierarsi a favore di una parte, avversando l’altra di ignoranza e ciarlataneria. Ma di avvicinarsi quanto più è possibile alla verità, superando ignoranza, pregiudizi e posizioni ideologiche nell’interesse precipuo dei suoi cittadini e non delle aziende farmaceutiche che, facendo del profitto la loro ragione di vita, spesso trascurano la salute delle persone. È dunque legittimo il sospetto che dietro tutto il clamore mediatico e la politica sanitaria si celino i veri beneficiari dei piani vaccinali, cioè le case farmaceutiche? È giusto indagare per scoprire se la farmacovigilanza in Italia è davvero indipendente o se subisce pressioni dalle lobby farmaceutiche? Ovvero, chi promuove i vaccini e l’obbligo vaccinale è davvero libero da conflitti d’interesse? Sono domande niente affatto oziose e inutili; ma che sono ancora in attesa di una risposta esaustiva.

Il sentiero della storia della scienza è costellato di uomini che, bollati dapprima come eretici, si sono scontrati contro il pensiero dominante, per affermare una visione del mondo più coerente con la realtà. Così non è ammissibile che chi solleva dubbi sull’efficacia e sull’innocuità dei vaccini sia liquidato come un «eretico» dal mondo accademico ufficiale, e gli si tolga la parola. Come pure non è ammissibile che un ex ministro della Sanità (parlo della Lorenzin), nella sua foga di comunicare l'importanza dei vaccini, ha negato che esistano soggetti danneggiati da vaccino, quando avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che il Ministero della Salute eroga 631 indennizzi per danni irreversibili dovuti a vaccinazione. E, quel che è peggio, nessun organo ufficiale ha rettificato l’errore della Lorenzin. 

Per avere un'idea, seppur molto vaga, di quanti siano i casi di reazioni avverse ai vaccini in Italia, si può consultare il rapporto OsMed (Osservatorio Nazionale sull'impiego dei Medicinali. L'uso dei farmaci in Italia. Rapporto Nazionale 2015. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2016.). Secondo tale rapporto, i casi di reazioni avverse ai vaccini sono stati: 740 nel 2003, 2430 nel 2011, 2555 nel 2012, 8182 nel 2014, 7892 nel 2015. I dati sono di per sé eloquenti: all’aumento della prassi vaccinale, corrisponde un aumento dei casi di reazioni avverse.

Senza voler essere partigiano di questa o quella posizione, sembra evidente che non proprio tutto è noto nel campo dei vaccini, come contrariamente vogliono farci credere. Luc Montagnier, medico e biologo francese che nel 1983 ha scoperto il virus dell'HIV, che è tra quelli che si oppongono ad un uso sistematico e su larga scala dei vaccini, ha dichiarato: “negare gli effetti indesiderati dei vaccini è un atteggiamento anti-scientifico”. 

In discussione – ripeto – non è l’utilità o meno dei vaccini: essi rappresentano senza alcun dubbio uno strumento fondamentale della medicina. La questione è se di fronte agli attuali dati epidemiologici sia giustificato ricorrere ad un atto impositivo calato dall’alto che assimila al morbillo quanto accadde in Italia negli anni ’60 per fronteggiare le epidemie di vaiolo e polio. A quel tempo solo un pazzo poteva opporsi alla pratica vaccinale obbligatoria. 

Il fatto che oggi i vaccini siano farmaceuticamente “sicuri” (cioè correttamente preparati), non depone per la loro “innocuità”. Le vaccinazioni un tempo erano rivolte a malattie importanti come il vaiolo, la difterite, il tetano, la poliomielite, che costituivano sì una minaccia importante nella vita di ciascun individuo, tale da compensare gli eventuali eventi avversi. Via via però, col trascorrere del tempo, si sono rivolte anche a malattie minori come il morbillo, la parotite, la rosolia. Sino ad arrivare a malattie provocate da germi che, per variabilità dei sierotipi o modificazioni continue del genoma, offrono un’immunità parziale e di breve durata (si pensi alla vaccinazione antinfluenzale). 

Sorge allora spontanea la domanda: non sarà che la diffusione di massa di tutti questi vaccini alteri la nostra naturale capacità di risposta all’attacco di virus e batteri? Non sarà che abituare l’organismo ad una immunità indotta sempre e solo farmacologicamente, diversa da quella naturale, scompensi il nostro sistema immunitario? C’è forse una relazione tra l’aumento delle malattie allergiche ed autoimmuni e l’uso disinvolto dei vaccini? Riconosciuto che il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale nella protezione dai tumori, non sarà che il più frequente ricorso a pratiche vaccinali possa essere in parte responsabile dell’aumento delle patologie oncologiche? È ormai risaputo che può essere proprio un calo delle difese immunitarie a facilitare la comparsa della malattia tumorale.

Un fatto sembra essere acclarato: dieci giorni dopo l’inoculazione di un qualsiasi vaccino si registra una caduta dei livelli di linfociti, nota nell’ambiente scientifico come sindrome da squilibrio immunitario post vaccinale. Le due funzioni T1 e T2 del sistema immunitario, separate e in equilibrio tra di loro, tendono a spostarsi verso T2, predisponendo così ad allergie come riniti, asma, rash cutanei, ecc. 

Ad alcuni questa dell’indebolimento del sistema immunitario, cui sarebbero soggetti i bambini vaccinati rispetto a quelli non vaccinati, apparirà come una favola, ma sta di fatto che a questa favola molti immunologi ci credono. E allora perché non cogliere l’occasione per un dibattito serio sull’argomento e studiare in modo più esauriente i vaccini? Perché non organizzare una ricerca “indipendente” dalle aziende farmaceutiche che valuti cosa succede effettivamente nell’organismo di un bambino 5 o 10 anni dopo l’introduzione di un vaccino, e soprattutto di più vaccini insieme, come è oggi prassi comune? 

Per sfatare ogni dubbio, si potrebbero avviare studi clinici controllati in doppio cieco randomizzati, al fine di saggiare la reale efficacia del trattamento vaccinale. Il trattamento doppio cieco randomizzato è un protocollo di indagine comunemente praticato per saggiare l’effettiva efficacia terapeutica di un dato farmaco rispetto al placebo. È stato usato, per esempio, per chiudere definitivamente la diatriba sorta tra quanti sostenevano l’efficacia della terapia omeopatica e quanti l’avversavano, attribuendole il solo effetto placebo. La conclusione è nota: “Un medicinale omeopatico ha lo stesso effetto di un qualsiasi placebo”. Milioni di persone continuano ad usarla, perché ritengono che funzioni? Bene, spendano pure come meglio credono i loro soldi. Ma, almeno sappiamo che da un punto di vista scientifico non ha alcun effetto terapeutico.

Una ricerca con metodo doppio cieco randomizzato, per valutare l’efficacia del vaccino antitubercolare, è stata condotta negli anni ’60 su 260.000 persone individuate tra due gruppi di popolazione viventi in due stati confinanti dell’India. La conclusione fu che l’incidenza della tubercolosi era maggiore proprio tra i vaccinati. L’Oms sulla base di questi dati ritirò la “la raccomandazione ufficiale” per l’utilizzo di questo vaccino (Bollettino OMS , 1979 57/5). 

Finché una tale ricerca non verrà fatta anche per tutti gli altri vaccini, sarà difficile stabilire se l’uso massiccio delle vaccinazioni vada a vantaggio della salute di tutti o a quello delle aziende farmaceutiche, che dalle malattie traggono un fiorente business.

Ma quando gli oppositori dell’uso così disinvolto dei vaccini richiedono studi clinici controllati in doppio cieco randomizzati, la risposta che in genere viene loro fornita è che una tale procedura sarebbe eticamente inaccettabili per i vaccini. Perché privare un bambino della vaccinazione può rappresentare un atto che lede il suo diritto a ricevere un trattamento sanitario sicuro ed efficace. Ma come si può stabilire che quell’atto è sicuro ed efficace se non ne esistono le prove, se non vengono forniti studi che lo dimostrino? È un po’ come il “paradosso del mentitore o di Epimenide”. Epimenide, che era cretese egli stesso, affermando che “tutti i cretesi sono bugiardi” rendeva impossibile stabilire la falsità o la verità della sua affermazione. 

Personalmente credo che un mondo con più conoscenze possibili, accessibili a tutti, sia preferibile a un mondo con meno conoscenza. E la ricerca è lo strumento migliore per promuoverla. 

In conclusione, la questione non è affatto semplice, come vogliono farci credere. Al contrario, è piuttosto complessa, e sull’argomento non sempre c’è onestà e correttezza. Il colossale sistema mediatico ci vuole convincere che siamo nel bel mezzo di un’epidemia, e che occorre correre ai ripari. Non sappiamo bene quanto questo bombardamento mediatico (che sforna a getto continuo una delle emozioni più potenti: la paura) sia l’ennesimo riflesso dell’inganno di cui siamo vittime. Ma, un fatto è certo: la situazione epidemiologica che si registra oggi in Italia non è tale da giustificare il ricorso all’obbligatorietà della vaccinazione per legge. E proprio per questo potrebbe essere l’occasione per avviare uno studio per valutare lo stato di salute dei bambini vaccinati e confrontarlo con quello dei bambini non vaccinati per scelta consapevole dei genitori senza ledere il diritto di salute del bambino a ricevere un trattamento sanitario sicuro ed efficace. 

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