domenica 9 settembre 2018

IN ATTESA DELLA TEMPESTA PERFETTA

L’espressione tempesta perfetta si riferisce alla concomitanza di una serie di eventi avversi che, se presi singolarmente non sono molto devastanti, messi insieme per una fortuita circostanza producono il massimo danno possibile. Quello che sta accadendo oggi in Italia sul piano politico ed economico somiglia molto al fenomeno che dà luogo al formarsi di una tempesta perfetta. 

Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.

Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!

La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?

Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil. 

Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.

Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra. 

Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano. 

Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico. 

Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”. 

Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.

Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi. 

L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere. 

Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese. 

Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal. 

Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso. 

Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà. 

Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio. 

Una lezione di pragmatismo, di cui sarebbe utile tener conto, dovrebbe indurci a percorrere l’unica strada possibile per difendere davvero i nostri interessi nazionali, puntando sulle responsabilità condivise, e non sbattendo i pugni sul tavolo. Le chiusure frontaliere degli altri paesi europei, irritati dall’atteggiamento di Salvini, scaricherebbero, infatti, il fenomeno migratorio solo e soltanto sulle nostre spalle. 

L’Italia non è la Svizzera: con un debito pubblico del 132% circa, una disoccupazione complessiva dell’11% e quella giovanile che supera il 30%, non è proprio nella condizione di fare la voce grossa. Tanto più quando si appresta a chiedere ulteriori dosi di flessibilità sui conti pubblici alla Commissione UE.  

Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza? 

Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.

Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.

Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!). 

sabato 1 settembre 2018

I FIGLI DELLA SOCIETÀ DEI CONSUMI


Fino al secolo scorso, ogni generazione ha vissuto il suo tempo con una profonda sensazione: quella di trovarsi nell’unico tempo possibile. Ciascun uomo sospeso tra due nulla (quello della nascita e quello della morte) ha tentato, almeno provato, di dare un senso alla propria esistenza. Nell’unica vita e nell’unico mondo possibile ogni singolo individuo riteneva di dover contribuire ad edificare ex novo il proprio originale percorso verso il futuro, da lasciare poi in eredità alle successive generazioni, perché ne completassero l'opera. 

Di testimone in testimone, come in un processo di sedimentazione geologica, gli oppressi si sono lasciati alle spalle despoti di ogni ordine e grado, che disponevano dello Stato e degli altri uomini come di una personale proprietà, per il proprio piacere e beneficio e a favore esclusivo del proprio clan e dei propri sodali. 

Con l’idea di realizzare una società in cui ogni privilegio fosse sradicato per il bene collettivo, molti uomini combatterono fino a sacrificare la propria vita. Essi non videro i frutti della loro lotta, eppur si batterono convinti che il loro sacrificio sarebbe stato il vessillo innalzato da altri uomini fino alla definitiva sconfitta della tirannia. Questo è stato l’avventuroso viaggio che ha portato alla scoperta dei diritti umani.

Oggi, infatti, diamo per scontati i diritti delle donne, quelli dei bambini e degli esseri umani in generale, senza riflettere abbastanza che la loro conquista è il prodotto del sangue versato da chi quei diritti non ebbe e non conobbe. Li consideriamo immutabili come il sorgere del sole, come l’alternarsi del giorno e della notte. Li diamo talmente per scontati che non ci sfiora neppure il pensiero di doverne essere i custodi e di vigilare attenti che non ci vengano un po’ alla volta portati via.

Nel vedere però i giovani di oggi non posso non provare un senso di inquietudine. Sapranno questi ragazzi, cresciuti nel mito di modelli pubblicitari e televisivi - che hanno introiettato un'attitudine verso gli oggetti di consumo maggiore di quanto la sia per la poesia, la letteratura, la musica, la filosofia; appiattiti sull’apparenza e sul culto del corpo, senz’anima - essere i degni custodi del patrimonio di civiltà che ci è stato lasciato?

Potranno mai – un giorno – questi ragazzi, questi giovani, totalmente privi di senso della storia, quando fossero chiamati, acquisire d'un tratto la capacità, che è frutto di anni di esperienza e studi, per fare le scelte giuste al fine di scongiurare un futuro dalle tinte fosche preconizzato nel lontano 1932 dallo scrittore britannico Aldous Huxley?

Un fatto mi pare evidente: la maggior parte dei giovani sembra schiacciata sull’esistente; come sessantenni vivono l’ineluttabilità della realtà, come qualcosa di impossibile da modificare. Cinici e disillusi non si battono, non lottano per un futuro migliore. Totalmente privi di progettualità, accettano anche condizioni degradanti di lavoro e di salario pur di acquistare l’ultimo modello di cellulare. Il disinteresse per la politica e per la storia ne fanno poi soggetti facili da sfruttare.

Il poeta libanese Khalil Gibran a proposito dei figli diceva: «I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita». Oggi, almeno nelle nostre società occidentali del benessere, sarebbe più appropriato dire: «I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza stessa del Consumismo».

lunedì 20 agosto 2018

QUANDO SI TRASFERISCONO BENI PUBBLICI IN MANO PRIVATA


Piangiamo pure, ancora una volta, le vittime di un disastro annunciato; uniamoci pure al cordoglio espresso dal Presidente della Repubblica e dalle più alte istituzioni. Allestiamo pure funerali di stato per le vittime del tragico crollo. Se tutto questo serve per accompagnare i defunti nel loro ultimo grande viaggio e ripristinare l’equilibrio interno della comunità spezzato dal tragico evento. Ma questi rituali, questi gesti, tesi a riparare la nuova ferita, la lacerazione prodottasi nel tessuto sociale, non dicono l’avidità, l’ingordigia, la rapacità del nuovo capitalismo. Non parlano del peccato originale che sta alla base di tutti gli altri peccati: il PROFITTO, che non si lascia ammansire dalle voci della morale, della religione, della cultura. E come un Moloch chiede gli vengano tributati sacrifici umani. Perché dinanzi alla pura logica del profitto nessun dilemma morale, che possa ostacolare o ritardare il raggiungimento del fine, è ammesso. Nessuna etica del dovere, nessuna etica della giustizia gli appartiene.

Non è una novità che l’egoismo della ricchezza senza fondo, che ha nel profitto il suo epicentro, possa affatto non tener conto della salute e della vita degli altri esseri umani, ridotti solo a utili strumenti per conseguire ulteriore ricchezza. La storia del rogo della ThyssenKrupp in cui sette operai persero la vita, investiti da una fuoriuscita di olio bollente che prese fuoco, per l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento; il disastro di Bhopal (1984) in cui gli abitanti di un’intera città persero la vita a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC); la tragedia a Dacca in cui persero la vita 381 operai, che producevano capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali tra cui Benetton, per l’assenza delle più elementari condizioni di sicurezza. E la narrazione di eventi simili, che hanno nella logica del profitto il loro minimo comun denominatore, sarebbe così lunga da trovare spazio in un’enciclopedia.

Ci si vuol meravigliare dunque che il privato messo di fronte alla scelta se mettere in sicurezza il ponte Morandi, e quindi erodere parte dei profitti accumulati, o staccare più lauti dividendi ai soci e agli azionisti, abbia scelto quest’ultima opzione? 

Il pensiero del nostro tempo proprio perché dominato dalla cultura capitalistica ha voltato le spalle a qualsiasi valore morale. Neppure i valori religiosi valgono a moderare l’insaziabilità che il capitalismo ha in sé: la logica capitalistica è incompatibile con la “solidarietà” in senso cristiano. E credere, come taluni pensano, di poter coniugare i valori di solidarietà con l’efficienza capitalistica è come pretendere che il lupo si faccia vegetariano. Se il lupo facesse questo, dovrebbe negare la sua natura e diventare altro da ciò che è; in una parola, dovrebbe uccidere sé stesso.

Siamo tutti convinti che il capitalismo sia il mezzo più efficace per produrre ricchezza, sicurezza, potenza, che non vediamo, o meglio non vogliamo vedere, l’altra faccia della medaglia: gli effetti inquinanti e distruttivi della produzione economica che si scaricano sul resto del mondo; il divario crescente tra ricchi e poveri; la disuguaglianza che genera; i focolai di guerra in ogni parte del mondo per la conquista e il possesso di risorse e materie prime; il terrorismo alimentato dall’ingordigia capitalistica; lo sfruttamento sistematico di uomini sacrificati e sacrificabili in nome del profitto. È tutto questo quello che non si vuole vedere dietro le luci sfavillanti dei paradisi artificiali creati dall’efficienza capitalistica e destinati ad un numero sempre più esiguo di individui.

La follia estrema è l’aver creduto e credere che si possano privatizzare beni pubblici senza pagare fio in termini di sicurezza. Quando lo Stato privatizza le ferrovie, le linee aeree, le autostrade, le telecomunicazioni, il servizio dell’acqua potabile, le università, la sanità, di fatto opera un trasferimento di sovranità dal pubblico al privato. E il privato nei suoi obiettivi non ha tanto la conservazione e la tutela nel lungo periodo dei beni pubblici, quanto il loro sfruttamento in termini di profitto. Per restare in tema, la società dei Benetton ha ottenuto ogni anno dal ministero la possibilità di aumentare abbondantemente le tariffe autostradali sulla “promessa” (non mantenuta) di fare investimenti. Fra il 2008 e il 2016, le tariffe nelle tratte gestite da Autostrade per l’Italia sono aumentate del 25%, ma gli investimenti fatti sono stati molto al di sotto dei proventi netti da pedaggio. Proprio nel tratto ligure, dov’è crollato il ponte, a fronte di 280 milioni previsti, per sostenere le spese di ammodernamento, innovazione, gestione e manutenzione della rete stradale, ne sono stati spesi soltanto 76 milioni, ovvero solo il 27% del necessario, nonostante avessero già intascato in cash gli importi dei pedaggi.

Questo fa il privato: è mosso dalla sola molla del tornaconto, nessuna compassione, nessuna empatia. E per questo non accetta poi di essere punito per aver usato propria quella logica che gli ha consentito di essere un vincente! Il dramma, quello vero, o meglio la follia sta in chi lo ha messo nella condizione di esprimere sé stesso, fingendo di non sapere a quali conseguenza esponeva tutti gli altri. Per esempio, che uno psicopatico sia un soggetto privo di empatia è notorio. Si sa che in certe circostanze potrebbe fare a fette la propria madre senza provare alcuna emozione. E proprio questa sua caratteristica, di non provare emozione alcuna, lo rende paradossalmente un soggetto più adatto di altri al successo in aziende multinazionali o in posizioni apicali di potere. Pertanto, l’azienda multinazionale che sceglie un manager puntando proprio sulla sua natura tendenzialmente psicopatica, lo fa a ragion veduta: avrà sufficiente pelo sullo stomaco per realizzare le aspettative di soci e azionisti, senza preoccuparsi molto delle tante famiglie che manderà sul lastrico.

Così a quanti pensano che l’ingresso dei privati nel settore dei beni pubblici sia una manna caduta dal cielo, io dico che il privato è bene che faccia i panettoni, i jeans, le scarpe, ecc. ecc., ma non può occuparsi di beni pubblici senza mettere a repentaglio non solo la sicurezza dei cittadini, ma anche l’accesso a beni e servizi indispensabili, che sono alla base dell’uguaglianza reale fra gli uomini.

Laddove il mercato conserva intatto in sé il principio omeostatico della libera concorrenza, nella quale più imprese che producono gli stessi beni o servizi competono fra di loro, il consumatore è il giudice finale che decide quale prodotto comprare sulla base del rapporto qualità prezzo. Nel punto ideale di incontro tra offerta e domanda viene allora a quantificarsi anche il giusto riconoscimento per il produttore in termini di profitto. Ma quando parliamo di autostrade e ferrovie manca affatto il requisito della libera concorrenza. E se manca questo requisito, siamo allora in regime di concorrenza monopolistica, in cui nessun utente o consumatore è in grado di influenzare con le proprie decisioni l’andamento delle contrattazioni e delle politiche aziendali. E stando così le cose, al monopolio del privato credo sia preferibile quello dello Stato che almeno è non profit.

domenica 12 agosto 2018

VACCINI SÌ, OBBLIGATORIETÀ NO!

Sul tema delle vaccinazioni vi sono due fronti diametralmente contrapposti: da una parte ci sono quelli che dicono che sui vaccini infantili non c’è da discutere, ma solo da somministrare; dall’altra ci sono coloro che sono contrari alla loro somministrazione perché fondamentalmente convinti che si tratti di una pratica dannosa per la salute, soprattutto dei bambini, utile soltanto agli interessi economici delle aziende farmaceutiche.

Affrontare il tema schierandosi a favore di quanti sostengono apoditticamente l’indiscussa utilità dei vaccini è altrettanto sbagliato quanto mettersi dalla parte di coloro che sono contrari alla loro somministrazione. 

Il teologo francese Pietro Cantore nel XII secolo, alludendo al piacere di ragionare, affermò: “Nessuna verità può essere veramente capita e predicata con ardore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa”. E per disputa intendeva il confronto in cui le idee intorno a un tema si ritrovavano per mettersi alla prova, un po’ come avviene nei tribunali in cui la disputa tra l’accusa e la difesa, suffragata dalle prove, diventa lo strumento di accertamento della verità. 

Intanto la domanda se i vaccini servano oppure no è capziosa e tendenziosa. Nessuno – sano di mente – potrà mai affermare che i vaccini non servano. Nessuno – che abbia un minimo di cultura – potrà mai mettere in discussione il ruolo che i vaccini hanno svolto nel debellamento di malattie come il vaiolo e la poliomielite. Grazie ai vaccini, vaiolo e polio sono praticamente scomparsi e non destano più preoccupazione. E questo ci porta alla conclusione che siano fra le più grandi scoperte della medicina.

Ma una cosa sono i vaccini, altra cosa la politica sanitaria legata ai vaccini. Dire che i vaccini sono rimedi farmacologici efficaci nel contrasto delle epidemie, il cui esito è fatale o deturpante o invalidante, altro è usarli scritteriatamente, quasi fossero pasticche per la gola. I vaccini sono farmaci assai efficaci, e in quanto tali presentano senz’altro benefici – che consistono nella prevenzione di una malattia – e rischi di insorgenza di eventi avversi. E dunque, come si fa per tutti i farmaci, si somministrano quando i benefici attesi superano i rischi. 

Faccio un esempio banale. I chemioterapici si rivelano, in alcuni casi, assai efficaci nella terapia delle malattie tumorali, ma gli effetti collaterali sono tanto importanti da obbligare a sospendere la cura. È un dato ormai acquisito che durante la vita di ciascuno di noi il DNA di molte nostre cellule subisce mutazioni, sia casuali sia dovute all’esposizione ad un agente cancerogeno. E poiché ogni cellula del nostro corpo obbedisce agli ordini impartiti dal proprio DNA, possiamo concludere che produciamo quotidianamente un numero elevatissimo di cellule cancerose. Nella maggioranza dei casi le cellule mutate non sopravvivranno, grazie a un sistema di controllo che causa il suicidio della cellula, quando è danneggiata. Questo meccanismo di auto-distruzione prende il nome di apoptosi o “morte cellulare programmata”: la cellula si rompe e il suo contenuto viene riassorbito dal corpo, senza conseguenze per la nostra salute e senza che noi ce ne accorgiamo. Se tale meccanismo di controllo della proliferazione venisse meno, ci penserà allora il nostro sistema immunitario, attivando le cellule Natural Killer capaci di riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Sia chiaro che per diventare maligna una cellula deve danneggiare almeno cinque o sei sistemi di controllo, ma per chiarezza espositiva mi limiterò a questi due meccanismi. Bene, se – in dipendenza del fatto che cellule tumorali si formino spontaneamente nel nostro corpo – eminenti medici ci consigliassero di assumere chemioterapici a scopo preventivo, per eliminare eventuali cellule sfuggite sia al suicidio programmato sia all’attacco dei linfociti K, da un punto di vista teorico avrebbero ragione, ma da un punto di vista pratico il loro eccesso di prudenza sarebbe grandemente superato dagli effetti collaterali, che se in corso di malattia sono un rischio calcolato pure da assumere, non lo sono affatto quando le condizioni del soggetto sono quelle di un soggetto sano.

Se la posizione del medico a favore dell’uso di chemioterapici a scopo preventivo si contrapponesse a quello del medico contrario all’uso dei chemioterapici, avremmo lo scontro che si è creato nel Paese a proposito dell’uso dei vaccini. Il primo suffragherebbe la propria tesi, nel caso in cui il soggetto sano dovesse sviluppare un tumore; il secondo invece comproverebbe la sua, nel caso in cui il paziente morisse per gli effetti collaterali prodotti dal chemioterapico.

Entrambi hanno ragione, ed entrambi hanno torto. Nelle contrapposte posizioni manca il senso della misura: il punto di equilibro tra due opposti errori, il primo dei quali pecca per eccesso e l’altro per difetto. Come uscirne? Certamente non nella direzione di trovare un equilibrio tra due posizioni equidistanti e contrapposto, secondo il principio che “in medio stat virtus”, e neppure in quella di mettere a tacere, semplicemente con un atto di imperio, una delle due tesi, alimentando così il sospetto di partigianeria. Se ne esce dando risposte oneste a domande legittime, e non eludendole. E uso a proposito il termine “onesto”, inteso nel senso di onestà intellettuale. 

L’onestà intellettuale è l’essere disponibili ad accogliere anche la tesi dell’avversario, quando le prove e l’evidenza dei fatti depongono a favore di quest’ultimo. Una persona intellettualmente onesta ha un atteggiamento rigoroso, preciso, analitico, e soprattutto è convinta di quello che dice non per partito preso, ma perché le informazioni e i dati di cui dispone conducono alla convinzione che si è fatto. E tuttavia è pronto ad accettare e a sostenere un pensiero diverso dal proprio quando scopre la falla del suo convincimento. 

Credo che questa sia una persona intellettualmente onesta.

Il massiccio bombardamento mediatico sui casi di morbillo, e sulla necessità di attuare un programma di vaccinazione su larga scala per arginare il diffondersi dell’epidemia e contenere il crescente numero di bambini falciati da questo spietato killer (ebbene, sì diciamo il suo nome: morbillivirus), ha creato la fazione di quelli che sono a favore dell’obbligo della copertura vaccinale per essere ammessi negli asili nido e nelle scuole, di contro a quella che non vuole sottoporre il figlio obbligatoriamente ad una vaccinazione perché preoccupata più dei rischi dei possibili eventi avversi che del rischio di contagio. L’una contro l’altra contrapposta, queste due fazioni hanno in breve trasformato una questione scientifica in scontro ideologico e politico, che ha amplificato la confusione, senza beneficio per nessuno.

Si parla spesso dell’importanza di imparare a pensare, cioè a ragionare in modo corretto per affrontare e risolvere problemi. Ma di fatto i servizi e i canali di comunicazione e informazione sociale (i cosiddetti media) non forniscono affatto gli strumenti culturali ai cittadini per risvegliare la loro capacità di riflettere autonomamente. Il linguaggio comunicativo di cui si avvalgono è più simile a quello pubblicitario che a quello scientifico. 

Nel primo, il fine non è fornire informazioni tese ad appurare la verità dei fatti, piuttosto è quello di persuadere costruendo relazioni emotive con il prodotto. Così se voglio convincere gli italiani sulla necessità di far vaccinare i loro figli, scriverò sulle prime pagine dei giornali, a caratteri cubitali: «ALLARME MORBILLO IN ITALIA, MORTI DUE BAMBINI». Quindi immagine del bambino e volti straziati dei genitori. La televisione poi narrerà la storia del piccolo “Andrea” (nome di fantasia) e l’intervista col medico curante, che riferirà di aver più volte suggerito ai genitori di far vaccinare il bambino, ma senza successo, e col ministro che dichiarerà l’inammissibilità di morti evitabili con l’uso del vaccino. Infine, l’intervista con il pluridecorato super professorone che farà il solito pippone sulla necessità della vaccinazione. 

Domando a chi mi legge: sembra questo un modo corretto di informare i cittadini su un tema che se ha molte zone in luce, ne ha altrettante in ombra? Sostenere che si sappia tutto sui vaccini è antiscientifico quanto asserirne la loro inutilità.

Nel secondo (quello scientifico), occorre innanzitutto una buona dose di onestà intellettuale e ragionare in modo critico. E cosa vuol dire allora “ragionare in modo critico”? Vuol dire rendersi consapevoli di ciò che si vede, si tocca, si gusta in accordo con quelli che sono i modi di funzionare dei modelli mentali. Quando guardiamo un volto nuovo, lo mettiamo in relazione con un altro, ne evidenziamo le differenze e le somiglianze. Quando tocchiamo un oggetto, ne scopriamo le relazioni con un altro a noi già noto. Quando gustiamo un cibo, ne cogliamo le sensazioni e le relazioni con i nostri ricordi di altri cibi. Ma non basta: senza l’ossatura della struttura logica non andremmo molto lontano. Non basta, infatti, scoprire le relazioni tra gli oggetti: è necessario stabilirne anche la coerenza. Il ragionamento critico è tutto qui!

Se imparassimo tutti ad usare più pensiero critico, non accetteremmo più alcuna idea, comportamento o convinzione prima che sia passata al vaglio della ragione. Non cadremmo più nei tranelli cognitivi in cui ci fanno inciampare per costringerci ad operare scelte, che da coscienti non avremmo fatto. Non saremmo più vittime della suggestione che, attraversando indenne la soglia critica della mente, agisce direttamente sulla parte emotiva della nostra mente, plasmando e coartando la nostra visione delle cose agli interessi dei “gruppi di potere” da sempre. Se confidassimo di più nella nostra intelligenza, piuttosto che ad essa abdicare in favore dell’indiscussa autorità di qualcun altro, forse – e dico forse – ci avvicineremmo di più alla nostra idea di felicità, benessere, giustizia. Se Galileo avesse rinunciato (abiurò è vero, ma solo per evitare le torture e il rogo) alla sua intelligenza per l’indiscussa autorità di Aristotele, l’umanità sarebbe ferma alla teoria geocentrica dell’universo. Dai tempi di Galileo, l’arroganza e la caparbietà del Potere restano le stesse. Nessun Potere osa mettere i propri “sudditi” nella condizione di imparare a ragionare in modo corretto, pena: la sua stessa sopravvivenza.

Detto questo, torno alla questione dei vaccini. 

Premesso che bene ha fatto l’attuale Ministro della Sanità Grillo, disponendo il rinvio di un anno dell'obbligo di presentare i certificati vaccinali per l'iscrizione alla scuola dell'infanzia e ai nidi, sollevare dubbi sulla politica sanitaria legata ai vaccini non è affatto peregrino.

Intanto perché la nostra Costituzione Italiana nel contemperare il diritto individuale di salute del singolo con l’interesse della collettività (Art. 32), impone al legislatore di rispondere secondo canoni di ragionevolezza e di proporzionalità al carattere impositivo di un trattamento sanitario. Il secondo comma del precitato articolo infatti recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. 

Da ciò ne consegue che gli argomenti legislativi a sostegno dell’obbligatorietà delle vaccinazioni devono trovare almeno conforto nel fatto che esista sul territorio italiano un’emergenza epidemiologica tale da sospendere il diritto individuale in favore di quello collettivo. E dunque chiediamoci se in Italia esista davvero un’emergenza epidemica che giustifichi l'obbligo dei vaccini contro: poliomielite, difterite, tetano, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae tipo B, morbillo, rosolia, parotite, varicella. 

Per quanto riguarda la poliomielite, il 21 giugno 2002 l’OMS ha certificato che l'Italia è un paese libero dalla polio dalla seconda metà degli anni '80.

Per quanto riguarda la difterite, il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica riporta che in Italia non sono più stati registrati casi di difterite, provocata da C diphtheriae tossinogenico, a partire dal 1996.

Per quanto riguarda poi Tetano, Pertosse, Epatite B, Haemophilus, Parotite, Varicella, l’obbligatorietà dei vaccini si basa fondamentalmente sull’idea che tramite l’innalzamento delle soglie di copertura si possa raggiungere una protezione non solo dell’individuo ma della collettività, il cosiddetto “effetto gregge”, di 
cui però non esistono ancora dati definitivi sulla reale efficacia. 

Il principale obiettivo della vaccinazione contro la rosolia non è di carattere epidemiologico, ma teso alla prevenzione della rosolia congenita, ovvero quelle anomalie che un neonato può presentare in seguito all'infezione materna e alla conseguente infezione fetale da virus della rosolia. Il che ne suggerirebbe un uso selettivo sulle donne in età fertile.

Infine, il morbillo. I dati del Ministero della Sanità dicono che dal 1970 alla fine degli anni 90 il morbillo ha presentato il tipico andamento delle epidemie dovute a malattie che dopo la guarigione conferiscono immunità. Nel 1970 il numero dei casi registrati fu di 52.781; il picco più elevato si ebbe nel 1988 con ben 88.009 casi. E non mi consta che in quegli anni si sia fatto un uso così massiccio dei media tale da creare un vero e proprio clima di emergenza epidemica, eppure anche in quegli anni esistevano i vaccini per il morbillo. A quel tempo, se la memoria non m’inganna, quando un bambino si ammalava di morbillo, il medico rassicurava i genitori dicendo loro che si trattava di malattia esantematica tipica dell’infanzia. Raccomandava caldo e riposo a letto. Quindi prescriveva sciroppo contro la tosse e paracetamolo (tachipirina) all’occorrenza. Antibiotici in caso di complicazioni. Nulla di più, per il resto la malattia avrebbe seguito il suo decorso sino a guarigione. Questo era quello che avveniva nella larga maggioranza dei casi, senza particolare allarmismo. 

L’esperienza, unita al buon senso, ci ha insegnato che la medicina non è propriamente una scienza esatta come la fisica o la matematica: la medicina è tutto tranne che una scienza esatta (e, pertanto, per orientare serenamente e consapevolmente coloro che ne hanno una scarsa conoscenza e sono sempre più nel bailamme dei tanti pareri, i medici e gli scienziati dovrebbero imparare a farsi guidare oltre che dalla ricerca anche da quella onestà intellettuale, che rifugge – come ho già detto – da preconcetti e posizioni ideologiche). Capita infatti talvolta che un banale mal di gola evolva in pericardite o glomerulonefrite. Come capita che il più banale intervento d’appendicite possa – sia pure in rari casi – risultare fatale, così anche una malattia esantematica come il morbillo (al pari di tantissime altre malattie), in soggetti defedati e con sistema immunitario compromesso, può esporre la salute dell’infetto a complicanze (superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti), che non sono la regola . Le statistiche riferiscono che tali complicazioni causano circa 30-100 decessi ogni 100 mila persone colpite. Domando allora se sono questi i numeri che giustificano il generale allarmismo “emergenza morbillo”?

Se dovessimo prendere in considerazione tali numeri come margine di rischio non accettabile, allora nessun genitore dovrebbe far sottoporre il proprio bambino ad un intervento di tonsillectomia, atteso che, nella fascia di età compresa fra 1 e 4 anni, il rischio di morbosità perioperatoria è stimato intorno al 2-3%. Uno studio dice che i decessi per anestesia sono uno ogni 8 mila interventi, ergo nessuno dovrebbe mai sottoporsi ad un intervento chirurgico. Insomma, come in ogni momento e in ogni atto della nostra vita (salire e scendere le scale, viaggiare in macchina o in aereo, ecc.) c’è sempre un margine di rischio ineludibile, così in medicina nessuna certezza di risultato è data. E allora perché tanto clamore mediatico sui casi di meningite e di morbillo, quasi fossero la nuova peste nera che dilaga e miete vittime?

Pare che la scorsa epidemia influenzale abbia interessato complessivamente 6,7 milioni di casi e causato 112 decessi, tra cui 11 bambini sotto i 14 anni; i casi di morbillo registrati nel periodo sovrapponibile sono stati invece di 400 ammalati e quattro decessi, due dei quali adulti (di 38 e 41 anni) e i restanti bambini sotto i 10 anni di età. Sono dunque questi i numeri che dovrebbero far scattare il “codice rosso” emergenza epidemica da morbillo? Sono ancora questi i numeri che legittimano il ricorso a un decreto impositivo, necessario ed inevitabile, per arginare il dilagare dell’epidemia, minacciando addirittura (all’inizio) la sospensione della patria potestà e pesanti sanzioni pecuniarie?

Mi viene da dire: “non c’è proporzione”! Personalmente ritengo che i dati a disposizione non giustifichino affatto il ricorso a mezzi coercitivi per ottenere uno scopo che potrebbe essere più efficacemente ottenuto mediante un’informazione capillare e il convincimento delle persone: nella maggioranza dei casi i figli stanno più a cuore ai genitori che alle istituzioni. Nessun genitore – sano di mente – rinuncerebbe a far vaccinare il proprio bambino, quando persuaso dell’utilità della pratica vaccinale.

Lo scopo fondamentale delle istituzioni preposte non dovrebbe essere tanto quello di schierarsi a favore di una parte, avversando l’altra di ignoranza e ciarlataneria. Ma di avvicinarsi quanto più è possibile alla verità, superando ignoranza, pregiudizi e posizioni ideologiche nell’interesse precipuo dei suoi cittadini e non delle aziende farmaceutiche che, facendo del profitto la loro ragione di vita, spesso trascurano la salute delle persone. È dunque legittimo il sospetto che dietro tutto il clamore mediatico e la politica sanitaria si celino i veri beneficiari dei piani vaccinali, cioè le case farmaceutiche? È giusto indagare per scoprire se la farmacovigilanza in Italia è davvero indipendente o se subisce pressioni dalle lobby farmaceutiche? Ovvero, chi promuove i vaccini e l’obbligo vaccinale è davvero libero da conflitti d’interesse? Sono domande niente affatto oziose e inutili; ma che sono ancora in attesa di una risposta esaustiva.

Il sentiero della storia della scienza è costellato di uomini che, bollati dapprima come eretici, si sono scontrati contro il pensiero dominante, per affermare una visione del mondo più coerente con la realtà. Così non è ammissibile che chi solleva dubbi sull’efficacia e sull’innocuità dei vaccini sia liquidato come un «eretico» dal mondo accademico ufficiale, e gli si tolga la parola. Come pure non è ammissibile che un ex ministro della Sanità (parlo della Lorenzin), nella sua foga di comunicare l'importanza dei vaccini, ha negato che esistano soggetti danneggiati da vaccino, quando avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che il Ministero della Salute eroga 631 indennizzi per danni irreversibili dovuti a vaccinazione. E, quel che è peggio, nessun organo ufficiale ha rettificato l’errore della Lorenzin. 

Per avere un'idea, seppur molto vaga, di quanti siano i casi di reazioni avverse ai vaccini in Italia, si può consultare il rapporto OsMed (Osservatorio Nazionale sull'impiego dei Medicinali. L'uso dei farmaci in Italia. Rapporto Nazionale 2015. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2016.). Secondo tale rapporto, i casi di reazioni avverse ai vaccini sono stati: 740 nel 2003, 2430 nel 2011, 2555 nel 2012, 8182 nel 2014, 7892 nel 2015. I dati sono di per sé eloquenti: all’aumento della prassi vaccinale, corrisponde un aumento dei casi di reazioni avverse.

Senza voler essere partigiano di questa o quella posizione, sembra evidente che non proprio tutto è noto nel campo dei vaccini, come contrariamente vogliono farci credere. Luc Montagnier, medico e biologo francese che nel 1983 ha scoperto il virus dell'HIV, che è tra quelli che si oppongono ad un uso sistematico e su larga scala dei vaccini, ha dichiarato: “negare gli effetti indesiderati dei vaccini è un atteggiamento anti-scientifico”. 

In discussione – ripeto – non è l’utilità o meno dei vaccini: essi rappresentano senza alcun dubbio uno strumento fondamentale della medicina. La questione è se di fronte agli attuali dati epidemiologici sia giustificato ricorrere ad un atto impositivo calato dall’alto che assimila al morbillo quanto accadde in Italia negli anni ’60 per fronteggiare le epidemie di vaiolo e polio. A quel tempo solo un pazzo poteva opporsi alla pratica vaccinale obbligatoria. 

Il fatto che oggi i vaccini siano farmaceuticamente “sicuri” (cioè correttamente preparati), non depone per la loro “innocuità”. Le vaccinazioni un tempo erano rivolte a malattie importanti come il vaiolo, la difterite, il tetano, la poliomielite, che costituivano sì una minaccia importante nella vita di ciascun individuo, tale da compensare gli eventuali eventi avversi. Via via però, col trascorrere del tempo, si sono rivolte anche a malattie minori come il morbillo, la parotite, la rosolia. Sino ad arrivare a malattie provocate da germi che, per variabilità dei sierotipi o modificazioni continue del genoma, offrono un’immunità parziale e di breve durata (si pensi alla vaccinazione antinfluenzale). 

Sorge allora spontanea la domanda: non sarà che la diffusione di massa di tutti questi vaccini alteri la nostra naturale capacità di risposta all’attacco di virus e batteri? Non sarà che abituare l’organismo ad una immunità indotta sempre e solo farmacologicamente, diversa da quella naturale, scompensi il nostro sistema immunitario? C’è forse una relazione tra l’aumento delle malattie allergiche ed autoimmuni e l’uso disinvolto dei vaccini? Riconosciuto che il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale nella protezione dai tumori, non sarà che il più frequente ricorso a pratiche vaccinali possa essere in parte responsabile dell’aumento delle patologie oncologiche? È ormai risaputo che può essere proprio un calo delle difese immunitarie a facilitare la comparsa della malattia tumorale.

Un fatto sembra essere acclarato: dieci giorni dopo l’inoculazione di un qualsiasi vaccino si registra una caduta dei livelli di linfociti, nota nell’ambiente scientifico come sindrome da squilibrio immunitario post vaccinale. Le due funzioni T1 e T2 del sistema immunitario, separate e in equilibrio tra di loro, tendono a spostarsi verso T2, predisponendo così ad allergie come riniti, asma, rash cutanei, ecc. 

Ad alcuni questa dell’indebolimento del sistema immunitario, cui sarebbero soggetti i bambini vaccinati rispetto a quelli non vaccinati, apparirà come una favola, ma sta di fatto che a questa favola molti immunologi ci credono. E allora perché non cogliere l’occasione per un dibattito serio sull’argomento e studiare in modo più esauriente i vaccini? Perché non organizzare una ricerca “indipendente” dalle aziende farmaceutiche che valuti cosa succede effettivamente nell’organismo di un bambino 5 o 10 anni dopo l’introduzione di un vaccino, e soprattutto di più vaccini insieme, come è oggi prassi comune? 

Per sfatare ogni dubbio, si potrebbero avviare studi clinici controllati in doppio cieco randomizzati, al fine di saggiare la reale efficacia del trattamento vaccinale. Il trattamento doppio cieco randomizzato è un protocollo di indagine comunemente praticato per saggiare l’effettiva efficacia terapeutica di un dato farmaco rispetto al placebo. È stato usato, per esempio, per chiudere definitivamente la diatriba sorta tra quanti sostenevano l’efficacia della terapia omeopatica e quanti l’avversavano, attribuendole il solo effetto placebo. La conclusione è nota: “Un medicinale omeopatico ha lo stesso effetto di un qualsiasi placebo”. Milioni di persone continuano ad usarla, perché ritengono che funzioni? Bene, spendano pure come meglio credono i loro soldi. Ma, almeno sappiamo che da un punto di vista scientifico non ha alcun effetto terapeutico.

Una ricerca con metodo doppio cieco randomizzato, per valutare l’efficacia del vaccino antitubercolare, è stata condotta negli anni ’60 su 260.000 persone individuate tra due gruppi di popolazione viventi in due stati confinanti dell’India. La conclusione fu che l’incidenza della tubercolosi era maggiore proprio tra i vaccinati. L’Oms sulla base di questi dati ritirò la “la raccomandazione ufficiale” per l’utilizzo di questo vaccino (Bollettino OMS , 1979 57/5). 

Finché una tale ricerca non verrà fatta anche per tutti gli altri vaccini, sarà difficile stabilire se l’uso massiccio delle vaccinazioni vada a vantaggio della salute di tutti o a quello delle aziende farmaceutiche, che dalle malattie traggono un fiorente business.

Ma quando gli oppositori dell’uso così disinvolto dei vaccini richiedono studi clinici controllati in doppio cieco randomizzati, la risposta che in genere viene loro fornita è che una tale procedura sarebbe eticamente inaccettabili per i vaccini. Perché privare un bambino della vaccinazione può rappresentare un atto che lede il suo diritto a ricevere un trattamento sanitario sicuro ed efficace. Ma come si può stabilire che quell’atto è sicuro ed efficace se non ne esistono le prove, se non vengono forniti studi che lo dimostrino? È un po’ come il “paradosso del mentitore o di Epimenide”. Epimenide, che era cretese egli stesso, affermando che “tutti i cretesi sono bugiardi” rendeva impossibile stabilire la falsità o la verità della sua affermazione. 

Personalmente credo che un mondo con più conoscenze possibili, accessibili a tutti, sia preferibile a un mondo con meno conoscenza. E la ricerca è lo strumento migliore per promuoverla. 

In conclusione, la questione non è affatto semplice, come vogliono farci credere. Al contrario, è piuttosto complessa, e sull’argomento non sempre c’è onestà e correttezza. Il colossale sistema mediatico ci vuole convincere che siamo nel bel mezzo di un’epidemia, e che occorre correre ai ripari. Non sappiamo bene quanto questo bombardamento mediatico (che sforna a getto continuo una delle emozioni più potenti: la paura) sia l’ennesimo riflesso dell’inganno di cui siamo vittime. Ma, un fatto è certo: la situazione epidemiologica che si registra oggi in Italia non è tale da giustificare il ricorso all’obbligatorietà della vaccinazione per legge. E proprio per questo potrebbe essere l’occasione per avviare uno studio per valutare lo stato di salute dei bambini vaccinati e confrontarlo con quello dei bambini non vaccinati per scelta consapevole dei genitori senza ledere il diritto di salute del bambino a ricevere un trattamento sanitario sicuro ed efficace. 

domenica 5 agosto 2018

LA DEMOCRAZIA NEL MONDO DI MATRIX


Possiamo ancora parlare di democrazia quando è ormai risaputo che la mentalità delle masse può essere sapientemente “fabbricata” dai poteri forti? E se la democrazia non fosse una conquista delle grandi masse popolari, ma l’espediente dei poteri forti per meglio controllare e condizionare le masse?

Lo scrittore britannico Aldous Huxley nel romanzo di fantascienza di genere distopico “Il mondo nuovo” dice: «Un governo del terrore funziona nel complesso meno bene del governo che, con mezzi non violenti, manipola l’ambiente e i pensieri e i sentimenti dei singoli, uomini, donne e bambini». Un governo del terrore funziona meno bene perché il castigo pone un temporaneo arresto alla condotta indesiderata, ma non sarà mai in grado di contenerla del tutto. Sempre da qualche parte, in un certo luogo e tempo, un “uomo” alzerà la schiena e, scagliandosi contro i suoi carnefici, riaffermerà l’essenza della sua condizione umana, avida di futuro e speranza.  

Metti un uomo in catene e prima o poi si ribellerà per affermare la coscienza della propria libertà. Torture disumane e privazioni della libertà non hanno, infatti, mai piegato uomini come Nelson Mandela, Steve Biko, Mahatma Gandhi, che non hanno accettato compromessi o patteggiamenti sulla dignità dell’uomo. Senza deviare dall’azione intrapresa, hanno dimostrato che si può e si deve lottare, anche a costo della propria vita, dinanzi al male dell’ingiustizia e dell’iniqua distribuzione delle risorse.  La loro ostinata determinazione a battersi per la giustizia e la libertà non ha conosciuto mai tentennamenti o cedimenti. 

Mahatma (“grande anima”) Gandhi riuscì a piegare un impero, quello inglese, e a insegnare all’uomo moderno come cambiare il mondo senza la violenza. Nelson Mandela si battette contro il disumano e terribile regime dell'apartheid, la politica di segregazione razziale istituita dalla minoranza bianca del Sudafrica che schiavizzava la popolazione nera del paese. Steve Biko, divenuto il simbolo della lotta all’apartheid in Sudafrica, guidò la protesta dei neri che subivano la segregazione razziale, affermando che la vittima non è senza colpa: essa è complice di quel crimine che è il permettere al carnefice di abusarne e lasciare che il male regni senza opporvisi. Fu arrestato dalla polizia e torturato fino alla morte. 

Gli oppressori poterono straziare i loro corpi, ma non poterono piegarne l’orgoglio e la dignità; poterono confinare in carcere i loro corpi, ma non poterono soffocare la loro palpitante e prepotente passione di vita e libertà. Così essi furono più liberi di quanti pur liberi adeguano la propria condotta di vita alla morale dominante senza farla propria. Uomini impagliati che popolano la terra che si appoggiano l’un l’altro, senza occhi per vedere né voce per comunicare né forza per agire; uomini vuoti, ancora più vuoti dei morti, che con i loro occhi diritti hanno almeno una forza che manca ai vivi (Thomas Eliot).

A giudicare dai modi in cui si esprime la democrazia nei paesi che si dichiarano democratici, dobbiamo con rammarico e disincanto constatare che in nessuno di questi paesi è stata realizzata una democrazia reale. Sempre di più i personaggi che dominano la nostra vita politica governano ma non rappresentano veramente i cittadini, ma gli interessi di gruppi di potere, per lo più economici, che sono capaci di influenzare e condizionare qualsiasi decisione politiche, benché non siano stati eletti da nessuno. 

Di fatto i nostri rappresentanti, presto o tardi, diventano docili strumenti nelle loro mani. Il caso Tsipras, il capo di governo della Grecia, è emblematico. Il fatto è noto: Alexis Tsipras, sebbene subito dopo la sua elezione avesse posto in modo semplice e dignitoso il problema della sussistenza di uno spazio per la politica democratica adversum le politiche di austerità, imposte a un popolo ridotto di fatto allo status di colonia sotto protettorato tedesco, sotto la concretissima minaccia di morte per asfissia finanziaria fu costretto a fare dietrofront e ad approvare entro pochi giorni l’ennesimo piano di riforme lacrime e sangue.

La domanda che dobbiamo porci è se siamo di fronte al fallimento della democrazia perché cittadini e nuove generazioni, in particolare, sono disinformati e lontani dalla politica per menefreghismo, o piuttosto – per il motivo opposto – perché di fronte all’impossibilità di scalfire un potente apparato di potere, che controlla e restringe sempre più i margini di democrazia, prima o poi sorge un senso di impotenza che sfocia in scetticismo. Ovvero, il distacco progressivo fra politica e società non è la conseguenza di una indifferenza dilagante ma di un senso di frustrazione di fronte all’impossibilità dei cittadini di incidere significativamente sulle scelte politiche, ormai dettate più da una logica propria che dalle istanze reali dei cittadini; questo senso di impotenza di fronte alle decisioni politiche, che sono sempre prese altrove (lontano dai cittadini), determinerebbe poi lo scarso interesse, soprattutto dei giovani, per le questioni riguardanti il futuro economico e sociale del Paese. 

Ma può anche essere che la società dei consumi, prospettandoci il consumo dei beni come nuovo principio etico della felicità, abbia corrotto e distratto a tal punto gli oppressi da trasformarli in tanti bambini interessati solo a soddisfare i loro bisogni. E questa mentalità individualista, figlia delle politiche neoliberali, sarebbe essa stessa responsabile della generale apatia sociale e della mancanza di ogni sentimento di solidarietà. Va da sé infatti che, quando l’esistenza di ciascuno è basata prevalentemente sulla ricerca esclusiva del proprio benessere, la partecipazione politica viene meno proprio per l'assenza di un sentimento di solidarietà, che ne è il presupposto. 

La nostra Resistenza conobbe la partecipazione di tantissimi giovani che, per affermare uno stato di diritto basato sulla libertà e uguaglianza dei cittadini, non esitarono a sacrificare la propria stessa vita. Uomini e donne che si sono immolati solo per un ideale; nessun vantaggio, nessuna contropartita se non quella di lasciare a quelli che sarebbero venuti dopo uno stato libero dal giogo fascista. 

Memorabili e toccanti, senza retorica, le lettere di chi, aspettando la fucilazione, per lo più diciottenni, rassicurava padri o madri o fidanzate o fidanzati o mogli o mariti, con l’animo sereno d’aver compiuto il proprio dovere. Sogni e speranze che sarebbero state cancellate di lì a poco dal plotone di esecuzione, ma con la fede incrollabile che il loro sacrificio sarebbe valso a dare alle generazioni future libertà, giustizia, uguaglianza. Convinti che la partecipazione fosse lo strumento più efficace per umiliare l’arroganza del potere. 

Sono forse simili a questi giganti i giovani d’oggi? C’è una vena di tristezza in questa domanda retorica. La società dei consumi fornisce loro tutto ciò che serve per avere un fisico scolpito, una macchina potente, capelli sempre a posto e folti, l’aspetto perennemente abbronzato, cellulari che calcolano pure le calorie per mantenere il corpo magro e attraente, ma non ha fornito loro quello che serve per diventare ed essere veri uomini.

Dunque fuga dalla partecipazione politica per frustrazione e senso di impotenza, o semplicemente qualunquismo e disinteresse sapientemente alimentato da tecnocrati e gruppi di potere, e attuato dai media attraverso un vero e proprio processo di indottrinamento, col fine di allontanare i cittadini da ogni forma di partecipazione reale alle decisioni politiche?

È probabile che la verità, come sempre, stia esattamente nel mezzo. Da una parte i cittadini, sempre più inconsapevoli e disinteressati, pongono le premesse perché le decisioni politiche – quelle che veramente contano – rispettino più gli obblighi dettati dai gruppi di potere che le domande sociali nascenti dal popolo, dall’altra l’aspetto globale che ha assunto la politica toglie ai cittadini ogni possibilità reale di intervento, non solo politicamente ma anche tecnicamente.

Sarà mai possibile tracciare una vera distinzione tra questi due aspetti della medesima questione, che si influenzano reciprocamente e ne amplificano gli effetti? Un fatto è però chiaro ed incontrovertibile: in una società sempre più concentrata sull’immagine che sul dialogo, è assai difficile stabilire quanto certe scelte operate dalla maggioranza degli elettori siano il risultato di un processo di indottrinamento abilmente attuato dai media o piuttosto l’esito di una deliberazione consapevole e cosciente di ogni singolo cittadino.

Per esempio, se i grandi leader della Terra non avessero fatto ricorso a sofisticate tecniche di manipolazione mentale basate sulla PNL (programmazione neurolinguistica) avrebbero ugualmente riportato il successivo trionfo alle urne?

Secondo gli autori di uno scritto anonimo, dal titolo “An Examination of Obama’s Use of Hidden Hypnosis Techniques in His Speeches”, l’ex presidente americano Obama non avrebbe trionfato alle urne senza utilizzare le tecniche sviluppate dallo psichiatra statunitense Milton Erickson, intervenuto per colmare l’assoluta mancanza di contenuti del suo programma politico. Il pamphlet spiega nel dettaglio i “trucchi” utilizzati da Obama – tono della voce, linguaggio del corpo, comandi subipnotici, aneddoti autobiografici del tutto inventati (come essere “figlio e nipote di pastori di pecore”), suggestioni e affermazioni irrazionali – allo scopo di disorientare e canalizzare l’attenzione del pubblico per conquistarne il consenso.

La programmazione neurolinguistica, inizialmente ideata nel 1975 per scopi psicoterapeutici dallo psicologo Richard Bandler e dal linguista John Grinder, si è presto diffusa al marketing, alla formazione aziendale, agli ambienti televisivi, ed è infine approdata anche nel mondo politico per conquistare il consenso degli elettori. 

Non c’è ormai nessun politico che non ricorra alla suggestione ipnotica per piegare la mente altrui, senza che ne sia consapevole, al proprio volere. I personaggi politici si trattano e si vendono come prodotti di consumo al supermercato. La politica è marketing né più né meno come il marketing aziendale, e se il fine ultimo di quest’ultimo è il profitto, quello politico è il consenso. E se per ottenere questo occorrerà ricorrere alla manipolazione della coscienza pubblica, non rispettando l’oggettività dell’informazione, sia fatto pure: “Parigi val bene una messa”.

Oggi la tecnica mediatica è diventata assai complessa e consente di realizzare qualsiasi effetto; l’accresciuta disponibilità tecnologica consente di dispiegare il ventaglio di qualsivoglia fine che per suo tramite può essere raggiunto. Come nel film di Barry Levinson “Sesso & potere”, si può creare una finta guerra con l’Albania, sventare cellule terroristiche pronte a far esplodere una bomba sul suolo americano, mostrare una giovane ragazza albanese con in braccio un gattino che fugge sotto i colpi d'arma da fuoco dei terroristi. Il tutto per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica da uno scandalo sessuale che vede coinvolto il presidente degli Stati Uniti e potrebbe mettere a rischio la sua rielezione. A tale fine, per muovere a compassione i cittadini statunitensi, c’è anche una sequenza nella quale il presidente, sbarcato in Albania, offre a una donna anziana il suo cappotto per ripararla dal freddo.

Nel libro “Shock Economy”, la giornalista canadese Naomi Klein arriva perfino a sostenere che le crisi economiche sono artifici utili affinché il politicamente impossibile diventi politicamente inevitabile. La stessa Klein afferma: «Come il prigioniero terrorizzato […] rivela i nomi dei compagni e abiura la sua fede, così le società sotto shock si rassegnano a perdere cose che altrimenti avrebbero protetto con le unghie e con i denti».

Inutile dire che se questa è la realtà dell’irrealtà, allora la democrazia è una farsa e noi tutti i suoi guitti, ormai antropologicamente mutati, funzionali al grande capitalismo finanziario, sul cui altare del profitto siamo tutti sacrificati e sacrificabili. 

La televisione, come mezzo di persuasione e convincimento che trasmette in continuazione, influenza e condiziona a tal punto le nostre decisioni – dalla scelta individuale degli acquisti all’opinione sovrana in materia di economia e politiche sociali – che è assai difficile sceverare le nostre personali convinzioni da quelle inculcate. 

Le tecniche e le strategie adottate dagli specialisti della pubblicità e della comunicazione non sono solo assai efficaci a indurre nella gente falsi bisogni che possono essere soddisfatti solo col possesso di quei determinati prodotti propagandati, ma sono altrettanto efficaci a presentare questo o quel leader o partito politico come il più affidabile e il più adatto.

Che il tema del controllo delle menti, già anticipato da Huxley e da Orwell, da romanzo si sia fatto angosciante realtà?

L’impoverimento mentale cui assistiamo, provocato dall’incapacità di saper pensare e ragionare, è un fatto che lascia sgomenti. E non riguarda soltanto quei soggetti di scarsa istruzione, ma riguarda la maggioranza degli uomini. L’ignoranza è ormai assurta a valore di cui andare fieri e orgogliosi. Così che ogni forma di stupidità, becerume e rigurgito razzista può essere presentata come il sacrosanto diritto a esprimere e a conservare la propria opinione. Se un tempo l’ignoranza era umile, oggi è arrogante e pontificante. E dinanzi al dilagare di tanta ignoranza, i mediocri hanno occupato le sedi vacanti lasciate da uomini che hanno fatto grandi le nazioni, e il cui ricordo sbiadisce col trascorrere degli anni. 

Qualcosa mi dice che se un personaggio politico come Berlinguer tornasse in vita, non riscuoterebbero affatto quel consenso e quell’adesione di cui al suo tempo godette. Dietro ogni uomo politico oggi c’è la strategia sagace e ben pianificata degli “spin doctor”, abili illusionisti che si incaricano di presentare questo o quel personaggio politico sotto una luce favorevole. Come un esperto truccatore può rendere la donna più insignificante in una femme fatale e magnetica, così lo spin doctor può trasformare il più insulso dei personaggi politici in un campione di intelligenza e competenza, al cui confronto un personaggio come Berlinguer, refrattario all’uso di tecniche manipolative per il conseguimento del consenso, sfigurerebbe rispetto agli altri candidati proprio come l’onesta massaia comparata alle più celebri pop star.

Ma perché il ricorso pervasivo alla manipolazione di massa?

Perché tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, l'affermarsi della società di massa (nelle fabbriche, nelle scuole, nell'esercito, nella vita associata) richiedeva un certo suo addomesticamento.  L’avvento della società di massa, sebbene da alcuni accolto con tratti ottimistici come occasione di democratizzazione e di diffusione del benessere, non poteva non accendere preoccupazione nelle tradizionali e consolidate élite del potere che, di fronte alla strage dei Romanov e all’instaurazione del comunismo in Russia, cominciarono seriamente a temere per la propria sopravvivenza. 

In reazione al comunismo, l’élite del potere costituì allora una vera e propria falange finanziando movimenti come quello fascista in Italia e nazista in Germania. Segnando in modo profondo il mondo contemporaneo, il sistema autoritario del fascismo e del nazismo, con il suo grande apparato di “propaganda”, stabilì un controllo totale sulle masse; attraverso il rifiuto degli ideali democratici e una vigorosa difesa della diseguaglianza irrimediabile e benefica per gli uomini, fu possibile modellare l’autorità dello Stato ai piani economici e politici del ceto borghese più forte. Il sistema pervasivo di indottrinamento, produsse un vero e proprio annullamento della volontà individuale per l'esaltazione assoluta del sacrificio e la sottomissione alla volontà del capo per il bene della patria.

L’arma vincente della dittatura fascista e nazista fu la comprensione dell’importanza che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (all’epoca radio, stampa e cinema) avevano nella conquista del consenso. Il controllo totale sull’informazione e sulla cultura conquistò subito un grande numero di consensi, e senza neppure dover mascherare il volto dichiaratamente autoritario del nazifascismo. Una continua e aggressiva emissione di messaggi, finalizzati a mostrare la sua natura giusta e potente, ebbero la meglio su ogni forma di opposizione tesa a scardinare l'inganno che in quegli anni governava buona parte della vita quotidiana di tedeschi ed italiani.

Ma quei regimi, entrambi odiosi, sarebbero capitolati se avessero avuto a disposizione il più potente mezzo televisivo? La televisione a differenza della radio, del cinema e della stampa, dispone di un quid in più: la capacità di creare una realtà alternativa, presentandola come realtà. Con la televisione, l'illusione diventa realtà. Se il delitto perpetrato, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, dai regimi fascisti e nazisti non era perfetto, perché era indotto, e quindi aveva bisogno comunque di un apparato repressivo per neutralizzare il dissenso; con l’avvento della televisione il delitto è quasi perfetto, perché non c’è neppure bisogno di repressione: il meccanismo del consenso è autoindotto. 

L'illusione collettiva e oggettiva è il fatto fisico che prima emargina e poi espelle spontaneamente chi non si adegua ai modelli dominanti imposti dal mercato per il tramite della televisione. Piallata dalla cultura di massa prodotta dalle industrie del consumo, obbediente al potere e alla persuasione occulta della pubblicità commerciale, la società tutta tende a neutralizzare e a rendere inoffensiva ogni forma di dissenso. 

L'individuo che si contrappone alla logica del gruppo sperimenta ansia e angoscia; se l’adesione acritica alla logica del gruppo ripristina poi il suo benessere, l’individuo si adeguerà, per una forma conscia o inconscia di autocensura, alla volontà collettiva senza che ci sia bisogno di richiamarlo all'ordine. Pensare dentro gli schemi della massa è più facile che essere uomo.

Dunque, in concreto, come si può parlare di democrazia reale, quando questa non è che una falsificazione bella e buona, il risultato di una manipolazione e ricostruzione della realtà finalizzata ad amplificare a dismisura una particolare visione del mondo utile al mantenimento dello status quo?

Finché la strumentazione tecnica disponibile era quella di un microfono dal palco del comizio, dove gli oratori arringavano la folla, il modulo era semplice e senza mediazioni di sorta. I leader illustravano le posizioni dei rispettivi partiti, polemizzavano con gli avversari, quindi esortavano gli adunati di piazza a votarli. La tecnica era appena sufficiente per raggiungere il fine atteso. Lo spazio di ascolto era contenuto, scarno e diretto come in una rappresentazione teatrale. Rispetto al passato, l’affermazione di sofisticatissime tecnologie digitali accentua l’ambiguità, portando all’estremo il contrasto tra apparenza e verità. Che cosa è vero e che cosa è falso nella nostra vita oggi?

In generale, la narrazione dei fatti può essere abilmente piegata ai fini dei gruppi di potere che sono i veri detentori della tecnologia. Un club esclusivo di poche migliaia di persone, non elette democraticamente, in grado di decidere i destini di intere popolazioni, manipolare l’informazione e i mercati finanziari, imporsi sulla politica e sugli Stati. Canali tematici, satellitari, locali, internet operano per l’affermazione di una vera e propria “egemonia culturale” nell’interpretazione dei fatti che esclude qualsiasi visione alternativa. Eventuali scostamenti dalla cultura dominante non hanno neppure bisogno di essere censurati, in quanto o sono autocensurati o semplicemente rigettati perché irragionevoli.

Per esempio, chi denuncia che la crisi economica è il risultato della crisi delle banche, che hanno accumulato quintali di prodotti finanziari tossici, e non il risultato della spesa sociale fuori controllo, viene emarginato dagli spazi televisivi e marginalizzato come un visionario. Nonostante autorevoli dichiarazioni di economisti, anche premi Nobel, e un’ampia messe di documentazione, la crisi economica continua ad essere presentata quasi esclusivamente come una crisi del debito pubblico, prodotto da una spesa sociale elefantiaca. 

La gente ci crede e sopporta rassegnatamente ogni politica di macelleria sociale: tagli alla sanità, all’istruzione, alla previdenza. E lo Stato può continuare impunemente a tagliare lo stato sociale per sanare il sistema bancario privato, senza neppure un gemito da parte di coloro che, pur non avendo vissuto al di sopra delle possibilità, ne sopportano gli effetti. A dispetto del fatto che la crisi è nata da una finanza fuori controllo, nessun atto politico è stato ancora fatto per arginarne gli effetti devastanti. No, la finanza continua a farla da padrona e le borse continuano ad essere un casinò ad alto rischio, dove tutti giocano d’azzardo giorno dopo giorno, caricando le future generazioni di un debito pubblico di cui poi dovranno rispondere.

L’evidenza è sotto gli occhi di quanti trovano ancora il tempo di leggere e che rifuggono da ogni slogan e certezza, ma non lo è per la maggioranza degli individui che fanno sempre più fatica ad andare oltre le dieci righe di uno scritto e che, facendo dell’ignoranza un valore di cui andare fieri, consentono al megafono dei cultori del dio mercato e ai seguaci delle dottrine neoliberali di continuare a propinarci il “verbo” della riduzione del debito pubblico, costi quel che costi. Anche quando le conseguenze economiche di tali politiche sono disoccupazione, tagli alla sanità, all’istruzione, un massiccio aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, l'aggravarsi delle condizioni di deprivazione per più poveri, una situazione ambientale disastrosa, un'economia complessiva instabile e una prosperità senza precedenti per i ricchi. 

Non posso immaginare un masochismo così idiota degli oppressi, da indurmi a pensare che se sono così cretini meritano perciò l’ingiustizia di cui sono fatti oggetto. È possibile che, pur dinanzi all’aggravarsi dei problemi sociali, siano così deficienti da continuare a credere nella storiella che le politiche di austerità sin qui perseguite si tradurranno, prima o poi, in benefici per loro.

In realtà, se togliamo la fede, quasi religiosa, nell'infallibilità delle teorie neoliberali, non c’è nulla che ci porti a concludere che quella finora percorsa sia l’unica strada percorribile. Quello che invece vediamo è un potere economico più forte e aggressivo che mai, contro il quale la rappresentanza politica è impotente come non era mai stata in passato. Dinanzi a un capitalismo finanziario e industriale che accredita il proprio potere su tutti i fronti possibili, le forze democratiche non solo non sono in grado di opporsi, ma rischiano perfino di non sopravvivere.

Se la democrazia elettorale resiste ancora è solo perché in un certo qual senso è funzionale al neoliberismo (è molto meglio che qualcuno ingoi da solo l’olio di ricino, piuttosto che costringervelo). Per il resto è solo una democrazia formale: conclusasi la consultazione elettorale, la popolazione viene tenuta lontana dalle informazioni, dal controllo del potere e dal confronto aperto delle opinioni, ossia dalle condizioni essenziali per una partecipazione significativa all'assunzione delle decisioni. Non esistono neppure importanti momenti di mobilitazione popolare, in grado di scalfire le decisioni prese nel mondo degli affari. Il mondo della finanza mantiene saldamente le redini del potere.

Ora, se da quanto detto emerge che le nuove metodologie di comunicazione – che dispongono di una tecnologia assai avanzata e costosa – sono effettivamente in grado di influenzare in modo significativo la formazione delle opinioni del popolo, allora la democrazia di cui si parla, e che è quella diffusa nel mondo, è soltanto una costruzione mitologica. Legata pure all’idea che siano i popoli a determinare i propri sistemi politici, economici, sociali e culturali, ma che di fatto agiscono sotto l’effetto del condizionamento mediatico in modo non dissimile da quello che avviene nella scelta di comprare un prodotto piuttosto che un altro per effetto del bombardamento pubblicitario.

Se la costruzione del consenso è la risultante di tecniche psicologiche a scopo manipolativo per indirizzare le scelte, allora il nostro sistema democratico non è diverso dalla realtà di Matrix, in cui l'intero genere umano, pur essendo soggiogato alle macchine, che sfruttano gli uomini per ricavare energia, ritiene di vivere in un mondo reale fatto ancora di case, amici, locali, strade, ma che altro non sono che immagini virtuali inviate al cervello dalle macchine intelligenti per perpetuare il loro dominio; un inganno ordito per assicurarsi l’energia di cui hanno bisogno per sopravvivere.

Se le cose stessero così, allora la democrazia è solo un sogno seducente, una pura illusione che esiste solo nella mente, ma non nella realtà.  E se fossimo giunti a questo punto, saremmo già nell’impossibilità di discernere il vero dal falso se non attraverso gli occhi di chi guida e ha già deciso il nostro destino.