Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.
Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!
La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?
Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil.
Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.
Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra.
Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano.
Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico.
Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.
Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.
Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi.
L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere.
Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese.
Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal.
Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso.
Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà.
Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio.
Una lezione di pragmatismo, di cui sarebbe utile tener conto,
dovrebbe indurci a percorrere l’unica strada possibile per difendere davvero i
nostri interessi nazionali, puntando sulle responsabilità condivise, e non sbattendo
i pugni sul tavolo. Le chiusure frontaliere degli altri paesi europei, irritati
dall’atteggiamento di Salvini, scaricherebbero, infatti, il fenomeno migratorio
solo e soltanto sulle nostre spalle.
Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza?
Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.
Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.
Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!).