Sul tema delle vaccinazioni vi sono due fronti diametralmente contrapposti: da una parte ci sono quelli che dicono che sui vaccini infantili non c’è da discutere, ma solo da somministrare; dall’altra ci sono coloro che sono contrari alla loro somministrazione perché fondamentalmente convinti che si tratti di una pratica dannosa per la salute, soprattutto dei bambini, utile soltanto agli interessi economici delle aziende farmaceutiche.
Affrontare il tema schierandosi a favore di quanti sostengono apoditticamente l’indiscussa utilità dei vaccini è altrettanto sbagliato quanto mettersi dalla parte di coloro che sono contrari alla loro somministrazione.
Il teologo francese Pietro Cantore nel XII secolo, alludendo al piacere di ragionare, affermò: “Nessuna verità può essere veramente capita e predicata con ardore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa”. E per disputa intendeva il confronto in cui le idee intorno a un tema si ritrovavano per mettersi alla prova, un po’ come avviene nei tribunali in cui la disputa tra l’accusa e la difesa, suffragata dalle prove, diventa lo strumento di accertamento della verità.
Intanto la domanda se i vaccini servano oppure no è capziosa e tendenziosa. Nessuno – sano di mente – potrà mai affermare che i vaccini non servano. Nessuno – che abbia un minimo di cultura – potrà mai mettere in discussione il ruolo che i vaccini hanno svolto nel debellamento di malattie come il vaiolo e la poliomielite. Grazie ai vaccini, vaiolo e polio sono praticamente scomparsi e non destano più preoccupazione. E questo ci porta alla conclusione che siano fra le più grandi scoperte della medicina.
Ma una cosa sono i vaccini, altra cosa la politica sanitaria legata ai vaccini. Dire che i vaccini sono rimedi farmacologici efficaci nel contrasto delle epidemie, il cui esito è fatale o deturpante o invalidante, altro è usarli scritteriatamente, quasi fossero pasticche per la gola. I vaccini sono farmaci assai efficaci, e in quanto tali presentano senz’altro benefici – che consistono nella prevenzione di una malattia – e rischi di insorgenza di eventi avversi. E dunque, come si fa per tutti i farmaci, si somministrano quando i benefici attesi superano i rischi.
Faccio un esempio banale. I chemioterapici si rivelano, in alcuni casi, assai efficaci nella terapia delle malattie tumorali, ma gli effetti collaterali sono tanto importanti da obbligare a sospendere la cura. È un dato ormai acquisito che durante la vita di ciascuno di noi il DNA di molte nostre cellule subisce mutazioni, sia casuali sia dovute all’esposizione ad un agente cancerogeno. E poiché ogni cellula del nostro corpo obbedisce agli ordini impartiti dal proprio DNA, possiamo concludere che produciamo quotidianamente un numero elevatissimo di cellule cancerose. Nella maggioranza dei casi le cellule mutate non sopravvivranno, grazie a un sistema di controllo che causa il suicidio della cellula, quando è danneggiata. Questo meccanismo di auto-distruzione prende il nome di apoptosi o “morte cellulare programmata”: la cellula si rompe e il suo contenuto viene riassorbito dal corpo, senza conseguenze per la nostra salute e senza che noi ce ne accorgiamo. Se tale meccanismo di controllo della proliferazione venisse meno, ci penserà allora il nostro sistema immunitario, attivando le cellule Natural Killer capaci di riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Sia chiaro che per diventare maligna una cellula deve danneggiare almeno cinque o sei sistemi di controllo, ma per chiarezza espositiva mi limiterò a questi due meccanismi. Bene, se – in dipendenza del fatto che cellule tumorali si formino spontaneamente nel nostro corpo – eminenti medici ci consigliassero di assumere chemioterapici a scopo preventivo, per eliminare eventuali cellule sfuggite sia al suicidio programmato sia all’attacco dei linfociti K, da un punto di vista teorico avrebbero ragione, ma da un punto di vista pratico il loro eccesso di prudenza sarebbe grandemente superato dagli effetti collaterali, che se in corso di malattia sono un rischio calcolato pure da assumere, non lo sono affatto quando le condizioni del soggetto sono quelle di un soggetto sano.
Se la posizione del medico a favore dell’uso di chemioterapici a scopo preventivo si contrapponesse a quello del medico contrario all’uso dei chemioterapici, avremmo lo scontro che si è creato nel Paese a proposito dell’uso dei vaccini. Il primo suffragherebbe la propria tesi, nel caso in cui il soggetto sano dovesse sviluppare un tumore; il secondo invece comproverebbe la sua, nel caso in cui il paziente morisse per gli effetti collaterali prodotti dal chemioterapico.
Entrambi hanno ragione, ed entrambi hanno torto. Nelle contrapposte posizioni manca il senso della misura: il punto di equilibro tra due opposti errori, il primo dei quali pecca per eccesso e l’altro per difetto. Come uscirne? Certamente non nella direzione di trovare un equilibrio tra due posizioni equidistanti e contrapposto, secondo il principio che “in medio stat virtus”, e neppure in quella di mettere a tacere, semplicemente con un atto di imperio, una delle due tesi, alimentando così il sospetto di partigianeria. Se ne esce dando risposte oneste a domande legittime, e non eludendole. E uso a proposito il termine “onesto”, inteso nel senso di onestà intellettuale.
L’onestà intellettuale è l’essere disponibili ad accogliere anche la tesi dell’avversario, quando le prove e l’evidenza dei fatti depongono a favore di quest’ultimo. Una persona intellettualmente onesta ha un atteggiamento rigoroso, preciso, analitico, e soprattutto è convinta di quello che dice non per partito preso, ma perché le informazioni e i dati di cui dispone conducono alla convinzione che si è fatto. E tuttavia è pronto ad accettare e a sostenere un pensiero diverso dal proprio quando scopre la falla del suo convincimento.
Credo che questa sia una persona intellettualmente onesta.
Il massiccio bombardamento mediatico sui casi di morbillo, e sulla necessità di attuare un programma di vaccinazione su larga scala per arginare il diffondersi dell’epidemia e contenere il crescente numero di bambini falciati da questo spietato killer (ebbene, sì diciamo il suo nome: morbillivirus), ha creato la fazione di quelli che sono a favore dell’obbligo della copertura vaccinale per essere ammessi negli asili nido e nelle scuole, di contro a quella che non vuole sottoporre il figlio obbligatoriamente ad una vaccinazione perché preoccupata più dei rischi dei possibili eventi avversi che del rischio di contagio. L’una contro l’altra contrapposta, queste due fazioni hanno in breve trasformato una questione scientifica in scontro ideologico e politico, che ha amplificato la confusione, senza beneficio per nessuno.
Si parla spesso dell’importanza di imparare a pensare, cioè a ragionare in modo corretto per affrontare e risolvere problemi. Ma di fatto i servizi e i canali di comunicazione e informazione sociale (i cosiddetti media) non forniscono affatto gli strumenti culturali ai cittadini per risvegliare la loro capacità di riflettere autonomamente. Il linguaggio comunicativo di cui si avvalgono è più simile a quello pubblicitario che a quello scientifico.
Nel primo, il fine non è fornire informazioni tese ad appurare la verità dei fatti, piuttosto è quello di persuadere costruendo relazioni emotive con il prodotto. Così se voglio convincere gli italiani sulla necessità di far vaccinare i loro figli, scriverò sulle prime pagine dei giornali, a caratteri cubitali: «ALLARME MORBILLO IN ITALIA, MORTI DUE BAMBINI». Quindi immagine del bambino e volti straziati dei genitori. La televisione poi narrerà la storia del piccolo “Andrea” (nome di fantasia) e l’intervista col medico curante, che riferirà di aver più volte suggerito ai genitori di far vaccinare il bambino, ma senza successo, e col ministro che dichiarerà l’inammissibilità di morti evitabili con l’uso del vaccino. Infine, l’intervista con il pluridecorato super professorone che farà il solito pippone sulla necessità della vaccinazione.
Domando a chi mi legge: sembra questo un modo corretto di informare i cittadini su un tema che se ha molte zone in luce, ne ha altrettante in ombra? Sostenere che si sappia tutto sui vaccini è antiscientifico quanto asserirne la loro inutilità.
Nel secondo (quello scientifico), occorre innanzitutto una buona dose di onestà intellettuale e ragionare in modo critico. E cosa vuol dire allora “ragionare in modo critico”? Vuol dire rendersi consapevoli di ciò che si vede, si tocca, si gusta in accordo con quelli che sono i modi di funzionare dei modelli mentali. Quando guardiamo un volto nuovo, lo mettiamo in relazione con un altro, ne evidenziamo le differenze e le somiglianze. Quando tocchiamo un oggetto, ne scopriamo le relazioni con un altro a noi già noto. Quando gustiamo un cibo, ne cogliamo le sensazioni e le relazioni con i nostri ricordi di altri cibi. Ma non basta: senza l’ossatura della struttura logica non andremmo molto lontano. Non basta, infatti, scoprire le relazioni tra gli oggetti: è necessario stabilirne anche la coerenza. Il ragionamento critico è tutto qui!
Se imparassimo tutti ad usare più pensiero critico, non accetteremmo più alcuna idea, comportamento o convinzione prima che sia passata al vaglio della ragione. Non cadremmo più nei tranelli cognitivi in cui ci fanno inciampare per costringerci ad operare scelte, che da coscienti non avremmo fatto. Non saremmo più vittime della suggestione che, attraversando indenne la soglia critica della mente, agisce direttamente sulla parte emotiva della nostra mente, plasmando e coartando la nostra visione delle cose agli interessi dei “gruppi di potere” da sempre. Se confidassimo di più nella nostra intelligenza, piuttosto che ad essa abdicare in favore dell’indiscussa autorità di qualcun altro, forse – e dico forse – ci avvicineremmo di più alla nostra idea di felicità, benessere, giustizia. Se Galileo avesse rinunciato (abiurò è vero, ma solo per evitare le torture e il rogo) alla sua intelligenza per l’indiscussa autorità di Aristotele, l’umanità sarebbe ferma alla teoria geocentrica dell’universo. Dai tempi di Galileo, l’arroganza e la caparbietà del Potere restano le stesse. Nessun Potere osa mettere i propri “sudditi” nella condizione di imparare a ragionare in modo corretto, pena: la sua stessa sopravvivenza.
Detto questo, torno alla questione dei vaccini.
Premesso che bene ha fatto l’attuale Ministro della Sanità Grillo, disponendo il rinvio di un anno dell'obbligo di presentare i certificati vaccinali per l'iscrizione alla scuola dell'infanzia e ai nidi, sollevare dubbi sulla politica sanitaria legata ai vaccini non è affatto peregrino.
Intanto perché la nostra Costituzione Italiana nel contemperare il diritto individuale di salute del singolo con l’interesse della collettività (Art. 32), impone al legislatore di rispondere secondo canoni di ragionevolezza e di proporzionalità al carattere impositivo di un trattamento sanitario. Il secondo comma del precitato articolo infatti recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Da ciò ne consegue che gli argomenti legislativi a sostegno dell’obbligatorietà delle vaccinazioni devono trovare almeno conforto nel fatto che esista sul territorio italiano un’emergenza epidemiologica tale da sospendere il diritto individuale in favore di quello collettivo. E dunque chiediamoci se in Italia esista davvero un’emergenza epidemica che giustifichi l'obbligo dei vaccini contro: poliomielite, difterite, tetano, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae tipo B, morbillo, rosolia, parotite, varicella.
Per quanto riguarda la poliomielite, il 21 giugno 2002 l’OMS ha certificato che l'Italia è un paese libero dalla polio dalla seconda metà degli anni '80.
Per quanto riguarda la difterite, il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica riporta che in Italia non sono più stati registrati casi di difterite, provocata da C diphtheriae tossinogenico, a partire dal 1996.
Per quanto riguarda poi Tetano, Pertosse, Epatite B, Haemophilus, Parotite, Varicella, l’obbligatorietà dei vaccini si basa fondamentalmente sull’idea che tramite l’innalzamento delle soglie di copertura si possa raggiungere una protezione non solo dell’individuo ma della collettività, il cosiddetto “effetto gregge”, di
cui però non esistono ancora dati definitivi sulla reale efficacia.
Il principale obiettivo della vaccinazione contro la rosolia non è di carattere epidemiologico, ma teso alla prevenzione della rosolia congenita, ovvero quelle anomalie che un neonato può presentare in seguito all'infezione materna e alla conseguente infezione fetale da virus della rosolia. Il che ne suggerirebbe un uso selettivo sulle donne in età fertile.
Infine, il morbillo. I dati del Ministero della Sanità dicono che dal 1970 alla fine degli anni 90 il morbillo ha presentato il tipico andamento delle epidemie dovute a malattie che dopo la guarigione conferiscono immunità. Nel 1970 il numero dei casi registrati fu di 52.781; il picco più elevato si ebbe nel 1988 con ben 88.009 casi. E non mi consta che in quegli anni si sia fatto un uso così massiccio dei media tale da creare un vero e proprio clima di emergenza epidemica, eppure anche in quegli anni esistevano i vaccini per il morbillo. A quel tempo, se la memoria non m’inganna, quando un bambino si ammalava di morbillo, il medico rassicurava i genitori dicendo loro che si trattava di malattia esantematica tipica dell’infanzia. Raccomandava caldo e riposo a letto. Quindi prescriveva sciroppo contro la tosse e paracetamolo (tachipirina) all’occorrenza. Antibiotici in caso di complicazioni. Nulla di più, per il resto la malattia avrebbe seguito il suo decorso sino a guarigione. Questo era quello che avveniva nella larga maggioranza dei casi, senza particolare allarmismo.
L’esperienza, unita al buon senso, ci ha insegnato che la medicina non è propriamente una scienza esatta come la fisica o la matematica: la medicina è tutto tranne che una scienza esatta (e, pertanto, per orientare serenamente e consapevolmente coloro che ne hanno una scarsa conoscenza e sono sempre più nel bailamme dei tanti pareri, i medici e gli scienziati dovrebbero imparare a farsi guidare oltre che dalla ricerca anche da quella onestà intellettuale, che rifugge – come ho già detto – da preconcetti e posizioni ideologiche). Capita infatti talvolta che un banale mal di gola evolva in pericardite o glomerulonefrite. Come capita che il più banale intervento d’appendicite possa – sia pure in rari casi – risultare fatale, così anche una malattia esantematica come il morbillo (al pari di tantissime altre malattie), in soggetti defedati e con sistema immunitario compromesso, può esporre la salute dell’infetto a complicanze (superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti), che non sono la regola . Le statistiche riferiscono che tali complicazioni causano circa 30-100 decessi ogni 100 mila persone colpite. Domando allora se sono questi i numeri che giustificano il generale allarmismo “emergenza morbillo”?
Se dovessimo prendere in considerazione tali numeri come margine di rischio non accettabile, allora nessun genitore dovrebbe far sottoporre il proprio bambino ad un intervento di tonsillectomia, atteso che, nella fascia di età compresa fra 1 e 4 anni, il rischio di morbosità perioperatoria è stimato intorno al 2-3%. Uno studio dice che i decessi per anestesia sono uno ogni 8 mila interventi, ergo nessuno dovrebbe mai sottoporsi ad un intervento chirurgico. Insomma, come in ogni momento e in ogni atto della nostra vita (salire e scendere le scale, viaggiare in macchina o in aereo, ecc.) c’è sempre un margine di rischio ineludibile, così in medicina nessuna certezza di risultato è data. E allora perché tanto clamore mediatico sui casi di meningite e di morbillo, quasi fossero la nuova peste nera che dilaga e miete vittime?
Pare che la scorsa epidemia influenzale abbia interessato complessivamente 6,7 milioni di casi e causato 112 decessi, tra cui 11 bambini sotto i 14 anni; i casi di morbillo registrati nel periodo sovrapponibile sono stati invece di 400 ammalati e quattro decessi, due dei quali adulti (di 38 e 41 anni) e i restanti bambini sotto i 10 anni di età. Sono dunque questi i numeri che dovrebbero far scattare il “codice rosso” emergenza epidemica da morbillo? Sono ancora questi i numeri che legittimano il ricorso a un decreto impositivo, necessario ed inevitabile, per arginare il dilagare dell’epidemia, minacciando addirittura (all’inizio) la sospensione della patria potestà e pesanti sanzioni pecuniarie?
Mi viene da dire: “non c’è proporzione”! Personalmente ritengo che i dati a disposizione non giustifichino affatto il ricorso a mezzi coercitivi per ottenere uno scopo che potrebbe essere più efficacemente ottenuto mediante un’informazione capillare e il convincimento delle persone: nella maggioranza dei casi i figli stanno più a cuore ai genitori che alle istituzioni. Nessun genitore – sano di mente – rinuncerebbe a far vaccinare il proprio bambino, quando persuaso dell’utilità della pratica vaccinale.
Lo scopo fondamentale delle istituzioni preposte non dovrebbe essere tanto quello di schierarsi a favore di una parte, avversando l’altra di ignoranza e ciarlataneria. Ma di avvicinarsi quanto più è possibile alla verità, superando ignoranza, pregiudizi e posizioni ideologiche nell’interesse precipuo dei suoi cittadini e non delle aziende farmaceutiche che, facendo del profitto la loro ragione di vita, spesso trascurano la salute delle persone. È dunque legittimo il sospetto che dietro tutto il clamore mediatico e la politica sanitaria si celino i veri beneficiari dei piani vaccinali, cioè le case farmaceutiche? È giusto indagare per scoprire se la farmacovigilanza in Italia è davvero indipendente o se subisce pressioni dalle lobby farmaceutiche? Ovvero, chi promuove i vaccini e l’obbligo vaccinale è davvero libero da conflitti d’interesse? Sono domande niente affatto oziose e inutili; ma che sono ancora in attesa di una risposta esaustiva.
Il sentiero della storia della scienza è costellato di uomini che, bollati dapprima come eretici, si sono scontrati contro il pensiero dominante, per affermare una visione del mondo più coerente con la realtà. Così non è ammissibile che chi solleva dubbi sull’efficacia e sull’innocuità dei vaccini sia liquidato come un «eretico» dal mondo accademico ufficiale, e gli si tolga la parola. Come pure non è ammissibile che un ex ministro della Sanità (parlo della Lorenzin), nella sua foga di comunicare l'importanza dei vaccini, ha negato che esistano soggetti danneggiati da vaccino, quando avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che il Ministero della Salute eroga 631 indennizzi per danni irreversibili dovuti a vaccinazione. E, quel che è peggio, nessun organo ufficiale ha rettificato l’errore della Lorenzin.
Per avere un'idea, seppur molto vaga, di quanti siano i casi di reazioni avverse ai vaccini in Italia, si può consultare il rapporto OsMed (Osservatorio Nazionale sull'impiego dei Medicinali. L'uso dei farmaci in Italia. Rapporto Nazionale 2015. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2016.). Secondo tale rapporto, i casi di reazioni avverse ai vaccini sono stati: 740 nel 2003, 2430 nel 2011, 2555 nel 2012, 8182 nel 2014, 7892 nel 2015. I dati sono di per sé eloquenti: all’aumento della prassi vaccinale, corrisponde un aumento dei casi di reazioni avverse.
Senza voler essere partigiano di questa o quella posizione, sembra evidente che non proprio tutto è noto nel campo dei vaccini, come contrariamente vogliono farci credere. Luc Montagnier, medico e biologo francese che nel 1983 ha scoperto il virus dell'HIV, che è tra quelli che si oppongono ad un uso sistematico e su larga scala dei vaccini, ha dichiarato: “negare gli effetti indesiderati dei vaccini è un atteggiamento anti-scientifico”.
In discussione – ripeto – non è l’utilità o meno dei vaccini: essi rappresentano senza alcun dubbio uno strumento fondamentale della medicina. La questione è se di fronte agli attuali dati epidemiologici sia giustificato ricorrere ad un atto impositivo calato dall’alto che assimila al morbillo quanto accadde in Italia negli anni ’60 per fronteggiare le epidemie di vaiolo e polio. A quel tempo solo un pazzo poteva opporsi alla pratica vaccinale obbligatoria.
Il fatto che oggi i vaccini siano farmaceuticamente “sicuri” (cioè correttamente preparati), non depone per la loro “innocuità”. Le vaccinazioni un tempo erano rivolte a malattie importanti come il vaiolo, la difterite, il tetano, la poliomielite, che costituivano sì una minaccia importante nella vita di ciascun individuo, tale da compensare gli eventuali eventi avversi. Via via però, col trascorrere del tempo, si sono rivolte anche a malattie minori come il morbillo, la parotite, la rosolia. Sino ad arrivare a malattie provocate da germi che, per variabilità dei sierotipi o modificazioni continue del genoma, offrono un’immunità parziale e di breve durata (si pensi alla vaccinazione antinfluenzale).
Sorge allora spontanea la domanda: non sarà che la diffusione di massa di tutti questi vaccini alteri la nostra naturale capacità di risposta all’attacco di virus e batteri? Non sarà che abituare l’organismo ad una immunità indotta sempre e solo farmacologicamente, diversa da quella naturale, scompensi il nostro sistema immunitario? C’è forse una relazione tra l’aumento delle malattie allergiche ed autoimmuni e l’uso disinvolto dei vaccini? Riconosciuto che il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale nella protezione dai tumori, non sarà che il più frequente ricorso a pratiche vaccinali possa essere in parte responsabile dell’aumento delle patologie oncologiche? È ormai risaputo che può essere proprio un calo delle difese immunitarie a facilitare la comparsa della malattia tumorale.
Un fatto sembra essere acclarato: dieci giorni dopo l’inoculazione di un qualsiasi vaccino si registra una caduta dei livelli di linfociti, nota nell’ambiente scientifico come sindrome da squilibrio immunitario post vaccinale. Le due funzioni T1 e T2 del sistema immunitario, separate e in equilibrio tra di loro, tendono a spostarsi verso T2, predisponendo così ad allergie come riniti, asma, rash cutanei, ecc.
Ad alcuni questa dell’indebolimento del sistema immunitario, cui sarebbero soggetti i bambini vaccinati rispetto a quelli non vaccinati, apparirà come una favola, ma sta di fatto che a questa favola molti immunologi ci credono. E allora perché non cogliere l’occasione per un dibattito serio sull’argomento e studiare in modo più esauriente i vaccini? Perché non organizzare una ricerca “indipendente” dalle aziende farmaceutiche che valuti cosa succede effettivamente nell’organismo di un bambino 5 o 10 anni dopo l’introduzione di un vaccino, e soprattutto di più vaccini insieme, come è oggi prassi comune?
Per sfatare ogni dubbio, si potrebbero avviare studi clinici controllati in doppio cieco randomizzati, al fine di saggiare la reale efficacia del trattamento vaccinale. Il trattamento doppio cieco randomizzato è un protocollo di indagine comunemente praticato per saggiare l’effettiva efficacia terapeutica di un dato farmaco rispetto al placebo. È stato usato, per esempio, per chiudere definitivamente la diatriba sorta tra quanti sostenevano l’efficacia della terapia omeopatica e quanti l’avversavano, attribuendole il solo effetto placebo. La conclusione è nota: “Un medicinale omeopatico ha lo stesso effetto di un qualsiasi placebo”. Milioni di persone continuano ad usarla, perché ritengono che funzioni? Bene, spendano pure come meglio credono i loro soldi. Ma, almeno sappiamo che da un punto di vista scientifico non ha alcun effetto terapeutico.
Una ricerca con metodo doppio cieco randomizzato, per valutare l’efficacia del vaccino antitubercolare, è stata condotta negli anni ’60 su 260.000 persone individuate tra due gruppi di popolazione viventi in due stati confinanti dell’India. La conclusione fu che l’incidenza della tubercolosi era maggiore proprio tra i vaccinati. L’Oms sulla base di questi dati ritirò la “la raccomandazione ufficiale” per l’utilizzo di questo vaccino (Bollettino OMS , 1979 57/5).
Finché una tale ricerca non verrà fatta anche per tutti gli altri vaccini, sarà difficile stabilire se l’uso massiccio delle vaccinazioni vada a vantaggio della salute di tutti o a quello delle aziende farmaceutiche, che dalle malattie traggono un fiorente business.
Ma quando gli oppositori dell’uso così disinvolto dei vaccini richiedono studi clinici controllati in doppio cieco randomizzati, la risposta che in genere viene loro fornita è che una tale procedura sarebbe eticamente inaccettabili per i vaccini. Perché privare un bambino della vaccinazione può rappresentare un atto che lede il suo diritto a ricevere un trattamento sanitario sicuro ed efficace. Ma come si può stabilire che quell’atto è sicuro ed efficace se non ne esistono le prove, se non vengono forniti studi che lo dimostrino? È un po’ come il “paradosso del mentitore o di Epimenide”. Epimenide, che era cretese egli stesso, affermando che “tutti i cretesi sono bugiardi” rendeva impossibile stabilire la falsità o la verità della sua affermazione.
Personalmente credo che un mondo con più conoscenze possibili, accessibili a tutti, sia preferibile a un mondo con meno conoscenza. E la ricerca è lo strumento migliore per promuoverla.
In conclusione, la questione non è affatto semplice, come vogliono farci credere. Al contrario, è piuttosto complessa, e sull’argomento non sempre c’è onestà e correttezza. Il colossale sistema mediatico ci vuole convincere che siamo nel bel mezzo di un’epidemia, e che occorre correre ai ripari. Non sappiamo bene quanto questo bombardamento mediatico (che sforna a getto continuo una delle emozioni più potenti: la paura) sia l’ennesimo riflesso dell’inganno di cui siamo vittime. Ma, un fatto è certo: la situazione epidemiologica che si registra oggi in Italia non è tale da giustificare il ricorso all’obbligatorietà della vaccinazione per legge. E proprio per questo potrebbe essere l’occasione per avviare uno studio per valutare lo stato di salute dei bambini vaccinati e confrontarlo con quello dei bambini non vaccinati per scelta consapevole dei genitori senza ledere il diritto di salute del bambino a ricevere un trattamento sanitario sicuro ed efficace.
domenica 12 agosto 2018
domenica 5 agosto 2018
LA DEMOCRAZIA NEL MONDO DI MATRIX
Possiamo ancora parlare di democrazia quando è ormai
risaputo che la mentalità delle masse può essere sapientemente “fabbricata” dai
poteri forti? E se la democrazia non fosse una conquista delle grandi masse
popolari, ma l’espediente dei poteri forti per meglio controllare e
condizionare le masse?
Lo scrittore britannico Aldous Huxley nel romanzo di
fantascienza di genere distopico “Il mondo nuovo” dice: «Un governo del terrore
funziona nel complesso meno bene del governo che, con mezzi non violenti, manipola
l’ambiente e i pensieri e i sentimenti dei singoli, uomini, donne e bambini». Un
governo del terrore funziona meno bene perché il castigo pone un temporaneo
arresto alla condotta indesiderata, ma non sarà mai in grado di contenerla del
tutto. Sempre da qualche parte, in un certo luogo e tempo, un “uomo” alzerà la
schiena e, scagliandosi contro i suoi carnefici, riaffermerà l’essenza della sua
condizione umana, avida di futuro e speranza.
Metti un uomo in catene e prima o poi si
ribellerà per affermare la coscienza della propria libertà. Torture disumane e
privazioni della libertà non hanno, infatti, mai piegato uomini come Nelson
Mandela, Steve Biko, Mahatma Gandhi, che non hanno accettato compromessi o
patteggiamenti sulla dignità dell’uomo. Senza deviare dall’azione intrapresa,
hanno dimostrato che si può e si deve lottare, anche a costo della propria
vita, dinanzi al male dell’ingiustizia e dell’iniqua distribuzione delle
risorse. La loro ostinata determinazione
a battersi per la giustizia e la libertà non ha conosciuto mai tentennamenti o
cedimenti.
Mahatma (“grande anima”) Gandhi riuscì a piegare un impero, quello
inglese, e a insegnare all’uomo moderno come cambiare il mondo senza la
violenza. Nelson Mandela si battette contro il disumano e terribile regime
dell'apartheid, la politica di segregazione razziale istituita dalla minoranza
bianca del Sudafrica che schiavizzava la popolazione nera del paese. Steve Biko,
divenuto il simbolo della lotta all’apartheid in Sudafrica, guidò la protesta
dei neri che subivano la segregazione razziale, affermando che la vittima non è
senza colpa: essa è complice di quel crimine che è il permettere al carnefice
di abusarne e lasciare che il male regni senza opporvisi. Fu arrestato dalla
polizia e torturato fino alla morte.
Gli oppressori poterono straziare i loro
corpi, ma non poterono piegarne l’orgoglio e la dignità; poterono confinare in
carcere i loro corpi, ma non poterono soffocare la loro palpitante e prepotente
passione di vita e libertà. Così essi furono più liberi di quanti pur liberi adeguano
la propria condotta di vita alla morale dominante senza farla propria. Uomini
impagliati che popolano la terra che si appoggiano l’un l’altro, senza occhi
per vedere né voce per comunicare né forza per agire; uomini vuoti, ancora più
vuoti dei morti, che con i loro occhi diritti hanno almeno una forza che manca
ai vivi (Thomas Eliot).
A giudicare dai modi in cui si esprime la democrazia nei
paesi che si dichiarano democratici, dobbiamo con rammarico e disincanto
constatare che in nessuno di questi paesi è stata realizzata una democrazia
reale. Sempre di più i personaggi che dominano la nostra vita politica
governano ma non rappresentano veramente i cittadini, ma gli interessi di gruppi
di potere, per lo più economici, che sono capaci di influenzare e condizionare qualsiasi
decisione politiche, benché non siano stati eletti da nessuno.
Di fatto i
nostri rappresentanti, presto o tardi, diventano docili strumenti nelle loro
mani. Il caso Tsipras, il capo di governo della Grecia, è emblematico. Il fatto
è noto: Alexis Tsipras, sebbene subito dopo la sua elezione avesse posto in
modo semplice e dignitoso il problema della sussistenza di uno spazio per la
politica democratica adversum le politiche di austerità, imposte a un popolo
ridotto di fatto allo status di colonia sotto protettorato tedesco, sotto la
concretissima minaccia di morte per asfissia finanziaria fu costretto a
fare dietrofront e ad approvare entro pochi giorni l’ennesimo piano di riforme
lacrime e sangue.
La domanda che dobbiamo porci è se siamo di fronte al
fallimento della democrazia perché cittadini e nuove generazioni, in
particolare, sono disinformati e lontani dalla politica per menefreghismo, o
piuttosto – per il motivo opposto – perché di fronte all’impossibilità di
scalfire un potente apparato di potere, che controlla e restringe sempre più i
margini di democrazia, prima o poi sorge un senso di impotenza che sfocia in scetticismo.
Ovvero, il distacco progressivo fra politica e società non è la conseguenza di una
indifferenza dilagante ma di un senso di frustrazione di fronte
all’impossibilità dei cittadini di incidere significativamente sulle scelte
politiche, ormai dettate più da una logica propria che dalle istanze reali dei
cittadini; questo senso di impotenza di fronte alle decisioni politiche, che
sono sempre prese altrove (lontano dai cittadini), determinerebbe poi lo scarso
interesse, soprattutto dei giovani, per le questioni riguardanti il futuro
economico e sociale del Paese.
Ma può anche essere che la società dei consumi,
prospettandoci il consumo dei beni come nuovo principio etico della felicità,
abbia corrotto e distratto a tal punto gli oppressi da trasformarli in tanti bambini
interessati solo a soddisfare i loro bisogni. E questa mentalità individualista,
figlia delle politiche neoliberali, sarebbe essa stessa responsabile della generale apatia
sociale e della mancanza di ogni sentimento di solidarietà. Va da sé infatti che,
quando l’esistenza di ciascuno è basata prevalentemente sulla ricerca esclusiva
del proprio benessere, la partecipazione politica viene meno proprio per l'assenza di un sentimento di solidarietà, che ne è il presupposto.
La nostra
Resistenza conobbe la partecipazione di tantissimi giovani che, per affermare
uno stato di diritto basato sulla libertà e uguaglianza dei cittadini, non
esitarono a sacrificare la propria stessa vita. Uomini e donne che si sono immolati
solo per un ideale; nessun vantaggio, nessuna contropartita se non quella di
lasciare a quelli che sarebbero venuti dopo uno stato libero dal giogo fascista.
Memorabili e toccanti, senza retorica, le lettere di chi, aspettando la
fucilazione, per lo più diciottenni, rassicurava padri o madri o fidanzate o
fidanzati o mogli o mariti, con l’animo sereno d’aver compiuto il proprio
dovere. Sogni e speranze che sarebbero state cancellate di lì a poco dal
plotone di esecuzione, ma con la fede incrollabile che il loro sacrificio sarebbe
valso a dare alle generazioni future libertà, giustizia, uguaglianza. Convinti
che la partecipazione fosse lo strumento più efficace per umiliare l’arroganza
del potere.
Sono forse simili a questi giganti i giovani d’oggi? C’è una vena
di tristezza in questa domanda retorica. La società dei consumi fornisce loro tutto
ciò che serve per avere un fisico scolpito, una macchina potente, capelli
sempre a posto e folti, l’aspetto perennemente abbronzato, cellulari che
calcolano pure le calorie per mantenere il corpo magro e attraente, ma non ha
fornito loro quello che serve per diventare ed essere veri uomini.
Dunque fuga dalla partecipazione politica per frustrazione e
senso di impotenza, o semplicemente qualunquismo e disinteresse sapientemente
alimentato da tecnocrati e gruppi di potere, e attuato dai media attraverso un
vero e proprio processo di indottrinamento, col fine di allontanare i cittadini
da ogni forma di partecipazione reale alle decisioni politiche?
È probabile che la verità, come sempre, stia esattamente nel
mezzo. Da una parte i cittadini, sempre più inconsapevoli e disinteressati,
pongono le premesse perché le decisioni politiche – quelle che veramente
contano – rispettino più gli obblighi dettati dai gruppi di potere che le
domande sociali nascenti dal popolo, dall’altra l’aspetto globale che ha
assunto la politica toglie ai cittadini ogni possibilità reale di intervento,
non solo politicamente ma anche tecnicamente.
Sarà mai possibile tracciare una vera distinzione tra questi
due aspetti della medesima questione, che si influenzano reciprocamente e ne
amplificano gli effetti? Un fatto è però chiaro ed incontrovertibile: in una
società sempre più concentrata sull’immagine che sul dialogo, è assai difficile
stabilire quanto certe scelte operate dalla maggioranza degli elettori siano il
risultato di un processo di indottrinamento abilmente attuato dai media o piuttosto
l’esito di una deliberazione consapevole e cosciente di ogni singolo cittadino.
Per esempio, se i grandi leader della Terra non avessero
fatto ricorso a sofisticate tecniche di manipolazione mentale basate sulla PNL
(programmazione neurolinguistica) avrebbero ugualmente riportato il successivo
trionfo alle urne?
Secondo gli autori di uno scritto anonimo, dal titolo “An
Examination of Obama’s Use of Hidden Hypnosis Techniques in His Speeches”, l’ex
presidente americano Obama non avrebbe trionfato alle urne senza utilizzare le
tecniche sviluppate dallo psichiatra statunitense Milton Erickson, intervenuto
per colmare l’assoluta mancanza di contenuti del suo programma politico. Il pamphlet
spiega nel dettaglio i “trucchi” utilizzati da Obama – tono della voce,
linguaggio del corpo, comandi subipnotici, aneddoti autobiografici del tutto
inventati (come essere “figlio e nipote di pastori di pecore”), suggestioni e
affermazioni irrazionali – allo scopo di disorientare e canalizzare
l’attenzione del pubblico per conquistarne il consenso.
La programmazione neurolinguistica, inizialmente ideata nel
1975 per scopi psicoterapeutici dallo psicologo Richard Bandler e dal linguista
John Grinder, si è presto diffusa al marketing, alla formazione aziendale, agli
ambienti televisivi, ed è infine approdata anche nel mondo politico per
conquistare il consenso degli elettori.
Non c’è ormai nessun politico che non
ricorra alla suggestione ipnotica per piegare la mente altrui, senza che ne sia
consapevole, al proprio volere. I personaggi politici si trattano e si vendono
come prodotti di consumo al supermercato. La politica è marketing né più né
meno come il marketing aziendale, e se il fine ultimo di quest’ultimo è il
profitto, quello politico è il consenso. E se per ottenere questo occorrerà
ricorrere alla manipolazione della coscienza pubblica, non rispettando l’oggettività
dell’informazione, sia fatto pure: “Parigi val bene una messa”.
Oggi la tecnica mediatica è diventata assai complessa e
consente di realizzare qualsiasi effetto; l’accresciuta disponibilità tecnologica
consente di dispiegare il ventaglio di qualsivoglia fine che per suo tramite
può essere raggiunto. Come nel film di Barry Levinson “Sesso & potere”, si
può creare una finta guerra con l’Albania, sventare cellule terroristiche
pronte a far esplodere una bomba sul suolo americano, mostrare una giovane
ragazza albanese con in braccio un gattino che fugge sotto i colpi d'arma da
fuoco dei terroristi. Il tutto per distogliere l'attenzione dell'opinione
pubblica da uno scandalo sessuale che vede coinvolto il presidente degli Stati
Uniti e potrebbe mettere a rischio la sua rielezione. A tale fine, per muovere
a compassione i cittadini statunitensi, c’è anche una sequenza nella quale il
presidente, sbarcato in Albania, offre a una donna anziana il suo cappotto per
ripararla dal freddo.
Nel libro “Shock Economy”, la giornalista canadese Naomi
Klein arriva perfino a sostenere che le crisi economiche sono artifici utili affinché
il politicamente impossibile diventi politicamente inevitabile. La stessa Klein
afferma: «Come il prigioniero terrorizzato […] rivela i nomi dei compagni e
abiura la sua fede, così le società sotto shock si rassegnano a perdere cose
che altrimenti avrebbero protetto con le unghie e con i denti».
Inutile dire che se questa è la realtà dell’irrealtà, allora
la democrazia è una farsa e noi tutti i suoi guitti, ormai antropologicamente
mutati, funzionali al grande capitalismo finanziario, sul cui altare del
profitto siamo tutti sacrificati e sacrificabili.
La televisione, come mezzo di
persuasione e convincimento che trasmette in continuazione, influenza e
condiziona a tal punto le nostre decisioni – dalla scelta individuale degli
acquisti all’opinione sovrana in materia di economia e politiche sociali – che
è assai difficile sceverare le nostre personali convinzioni da quelle
inculcate.
Le tecniche e le strategie adottate dagli specialisti della
pubblicità e della comunicazione non sono solo assai efficaci a indurre nella
gente falsi bisogni che possono essere soddisfatti solo col possesso di quei
determinati prodotti propagandati, ma sono altrettanto efficaci a presentare
questo o quel leader o partito politico come il più affidabile e il più adatto.
Che il tema del controllo delle menti, già anticipato da
Huxley e da Orwell, da romanzo si sia fatto angosciante realtà?
L’impoverimento
mentale cui assistiamo, provocato dall’incapacità di saper pensare e ragionare,
è un fatto che lascia sgomenti. E non riguarda soltanto quei soggetti di scarsa
istruzione, ma riguarda la maggioranza degli uomini. L’ignoranza è ormai assurta a
valore di cui andare fieri e orgogliosi. Così che ogni forma di stupidità,
becerume e rigurgito razzista può essere presentata come il sacrosanto diritto
a esprimere e a conservare la propria opinione. Se un tempo l’ignoranza era
umile, oggi è arrogante e pontificante. E dinanzi al dilagare di tanta
ignoranza, i mediocri hanno occupato le sedi vacanti lasciate da uomini che
hanno fatto grandi le nazioni, e il cui ricordo sbiadisce col trascorrere degli
anni.
Qualcosa mi dice che se un personaggio politico come Berlinguer tornasse
in vita, non riscuoterebbero affatto quel consenso e quell’adesione di cui al suo
tempo godette. Dietro ogni uomo politico oggi c’è la strategia sagace e ben
pianificata degli “spin doctor”, abili illusionisti che si incaricano di
presentare questo o quel personaggio politico sotto una luce favorevole. Come
un esperto truccatore può rendere la donna più insignificante in una femme
fatale e magnetica, così lo spin doctor può trasformare il più insulso dei
personaggi politici in un campione di intelligenza e competenza, al cui
confronto un personaggio come Berlinguer, refrattario all’uso di tecniche
manipolative per il conseguimento del consenso, sfigurerebbe rispetto agli
altri candidati proprio come l’onesta massaia comparata alle più celebri pop
star.
Ma perché il ricorso pervasivo alla manipolazione di massa?
Perché tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, l'affermarsi della società di massa (nelle fabbriche, nelle scuole, nell'esercito, nella vita
associata) richiedeva un certo suo addomesticamento. L’avvento della società di massa, sebbene da alcuni accolto con tratti
ottimistici come occasione di democratizzazione e di diffusione del benessere, non
poteva non accendere preoccupazione nelle tradizionali e consolidate élite del
potere che, di fronte alla strage dei Romanov e all’instaurazione del comunismo
in Russia, cominciarono seriamente a temere per la propria sopravvivenza.
In
reazione al comunismo, l’élite del potere costituì allora una vera e propria falange
finanziando movimenti come quello fascista in Italia e nazista in Germania. Segnando
in modo profondo il mondo contemporaneo, il sistema autoritario del fascismo e
del nazismo, con il suo grande apparato di “propaganda”, stabilì un controllo
totale sulle masse; attraverso il rifiuto degli ideali democratici e una
vigorosa difesa della diseguaglianza irrimediabile e benefica per gli uomini, fu
possibile modellare l’autorità dello Stato ai piani economici e politici del
ceto borghese più forte. Il sistema pervasivo di indottrinamento, produsse un vero
e proprio annullamento della volontà individuale per l'esaltazione assoluta del
sacrificio e la sottomissione alla volontà del capo per il bene della patria.
L’arma vincente della dittatura fascista e nazista fu la comprensione
dell’importanza che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (all’epoca radio, stampa
e cinema) avevano nella conquista del consenso. Il controllo totale
sull’informazione e sulla cultura conquistò subito un grande numero di consensi,
e senza neppure dover mascherare il volto dichiaratamente autoritario del
nazifascismo. Una continua e aggressiva emissione di messaggi, finalizzati a
mostrare la sua natura giusta e potente, ebbero la meglio su ogni forma di
opposizione tesa a scardinare l'inganno che in quegli anni governava buona
parte della vita quotidiana di tedeschi ed italiani.
Ma quei regimi, entrambi odiosi, sarebbero capitolati se
avessero avuto a disposizione il più potente mezzo televisivo? La televisione a
differenza della radio, del cinema e della stampa, dispone di un quid in più:
la capacità di creare una realtà alternativa, presentandola come realtà. Con la
televisione, l'illusione diventa realtà. Se il delitto perpetrato, attraverso i
mezzi di comunicazione di massa, dai regimi fascisti e nazisti non era
perfetto, perché era indotto, e quindi aveva bisogno comunque di un apparato
repressivo per neutralizzare il dissenso; con l’avvento della televisione il delitto è quasi perfetto, perché non c’è
neppure bisogno di repressione: il meccanismo del consenso è
autoindotto.
L'illusione collettiva e oggettiva è il fatto fisico che prima emargina
e poi espelle spontaneamente chi non si adegua ai modelli dominanti imposti dal
mercato per il tramite della televisione. Piallata dalla cultura di massa
prodotta dalle industrie del consumo, obbediente al potere e alla persuasione
occulta della pubblicità commerciale, la società tutta tende a neutralizzare e
a rendere inoffensiva ogni forma di dissenso.
L'individuo che si contrappone
alla logica del gruppo sperimenta ansia e angoscia; se l’adesione acritica alla
logica del gruppo ripristina poi il suo benessere, l’individuo si adeguerà, per
una forma conscia o inconscia di autocensura, alla volontà collettiva senza che
ci sia bisogno di richiamarlo all'ordine. Pensare dentro gli schemi della massa
è più facile che essere uomo.
Dunque, in concreto, come si può parlare di democrazia
reale, quando questa non è che una falsificazione bella e buona, il risultato di
una manipolazione e ricostruzione della realtà finalizzata ad amplificare a
dismisura una particolare visione del mondo utile al mantenimento dello status
quo?
Finché la strumentazione tecnica disponibile era quella di
un microfono dal palco del comizio, dove gli oratori arringavano la folla, il
modulo era semplice e senza mediazioni di sorta. I leader illustravano le
posizioni dei rispettivi partiti, polemizzavano con gli avversari, quindi esortavano
gli adunati di piazza a votarli. La tecnica era appena sufficiente per
raggiungere il fine atteso. Lo spazio di ascolto era contenuto, scarno e
diretto come in una rappresentazione teatrale. Rispetto al passato, l’affermazione
di sofisticatissime tecnologie digitali accentua l’ambiguità, portando
all’estremo il contrasto tra apparenza e verità. Che cosa è vero e che cosa è falso
nella nostra vita oggi?
In generale, la narrazione dei fatti può essere abilmente
piegata ai fini dei gruppi di potere che sono i veri detentori della
tecnologia. Un club esclusivo di poche migliaia di persone, non elette democraticamente,
in grado di decidere i destini di intere popolazioni, manipolare l’informazione
e i mercati finanziari, imporsi sulla politica e sugli Stati. Canali tematici,
satellitari, locali, internet operano per l’affermazione di una vera e propria
“egemonia culturale” nell’interpretazione dei fatti che esclude qualsiasi
visione alternativa. Eventuali scostamenti dalla cultura dominante non hanno
neppure bisogno di essere censurati, in quanto o sono autocensurati o
semplicemente rigettati perché irragionevoli.
Per esempio, chi denuncia che la crisi economica è il
risultato della crisi delle banche, che hanno accumulato quintali di prodotti
finanziari tossici, e non il risultato della spesa sociale fuori controllo, viene emarginato
dagli spazi televisivi e marginalizzato come un visionario. Nonostante autorevoli
dichiarazioni di economisti, anche premi Nobel, e un’ampia messe di
documentazione, la crisi economica continua ad essere presentata quasi
esclusivamente come una crisi del debito pubblico, prodotto da una spesa sociale elefantiaca.
La gente ci crede e sopporta
rassegnatamente ogni politica di macelleria sociale: tagli alla sanità, all’istruzione,
alla previdenza. E lo Stato può continuare impunemente a tagliare lo stato
sociale per sanare il sistema bancario privato, senza neppure un gemito da
parte di coloro che, pur non avendo vissuto al di sopra delle possibilità, ne
sopportano gli effetti. A dispetto del fatto che la crisi è nata da una finanza
fuori controllo, nessun atto politico è stato ancora fatto per arginarne gli
effetti devastanti. No, la finanza continua a farla da padrona e le borse continuano
ad essere un casinò ad alto rischio, dove tutti giocano d’azzardo giorno dopo giorno,
caricando le future generazioni di un debito pubblico di cui poi dovranno
rispondere.
L’evidenza è sotto gli occhi di quanti trovano ancora il tempo
di leggere e che rifuggono da ogni slogan e certezza, ma non lo è per la
maggioranza degli individui che fanno sempre più fatica ad andare oltre le dieci
righe di uno scritto e che, facendo dell’ignoranza un valore di cui andare
fieri, consentono al megafono dei cultori del dio mercato e ai seguaci delle
dottrine neoliberali di continuare a propinarci il “verbo” della riduzione del debito
pubblico, costi quel che costi. Anche quando le conseguenze economiche di tali
politiche sono disoccupazione, tagli alla sanità, all’istruzione, un massiccio
aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, l'aggravarsi delle
condizioni di deprivazione per più poveri, una situazione ambientale disastrosa,
un'economia complessiva instabile e una prosperità senza precedenti per i
ricchi.
Non posso immaginare un masochismo così idiota degli oppressi, da indurmi
a pensare che se sono così cretini meritano perciò l’ingiustizia di cui sono
fatti oggetto. È possibile che, pur dinanzi all’aggravarsi dei problemi sociali,
siano così deficienti da continuare a credere nella storiella che le politiche
di austerità sin qui perseguite si tradurranno, prima o poi, in benefici per
loro.
In realtà, se togliamo la fede, quasi religiosa,
nell'infallibilità delle teorie neoliberali, non c’è nulla che ci porti a concludere
che quella finora percorsa sia l’unica strada percorribile. Quello che invece
vediamo è un potere economico più forte e aggressivo che mai, contro il quale
la rappresentanza politica è impotente come non era mai stata in passato.
Dinanzi a un capitalismo finanziario e industriale che accredita il proprio
potere su tutti i fronti possibili, le forze democratiche non solo non sono in
grado di opporsi, ma rischiano perfino di non sopravvivere.
Se la democrazia elettorale resiste ancora è solo perché in
un certo qual senso è funzionale al neoliberismo (è molto meglio che qualcuno
ingoi da solo l’olio di ricino, piuttosto che costringervelo). Per il resto è
solo una democrazia formale: conclusasi la consultazione elettorale, la popolazione
viene tenuta lontana dalle informazioni, dal controllo del potere e dal
confronto aperto delle opinioni, ossia dalle condizioni essenziali per una
partecipazione significativa all'assunzione delle decisioni. Non esistono neppure
importanti momenti di mobilitazione popolare, in grado di scalfire le decisioni
prese nel mondo degli affari. Il mondo della finanza mantiene saldamente le
redini del potere.
Ora, se da quanto detto emerge che le nuove metodologie di
comunicazione – che dispongono di una tecnologia assai avanzata e costosa – sono
effettivamente in grado di influenzare in modo significativo la formazione
delle opinioni del popolo, allora la democrazia di cui si parla, e che è quella
diffusa nel mondo, è soltanto una costruzione mitologica. Legata pure all’idea
che siano i popoli a determinare i propri sistemi politici, economici, sociali
e culturali, ma che di fatto agiscono sotto l’effetto del condizionamento
mediatico in modo non dissimile da quello che avviene nella scelta di comprare
un prodotto piuttosto che un altro per effetto del bombardamento pubblicitario.
Se la costruzione del consenso è la risultante di tecniche
psicologiche a scopo manipolativo per indirizzare le scelte, allora il nostro
sistema democratico non è diverso dalla realtà di Matrix, in cui l'intero
genere umano, pur essendo soggiogato alle macchine, che sfruttano gli uomini
per ricavare energia, ritiene di vivere in un mondo reale fatto ancora di case,
amici, locali, strade, ma che altro non sono che immagini virtuali inviate al
cervello dalle macchine intelligenti per perpetuare il loro dominio; un inganno
ordito per assicurarsi l’energia di cui hanno bisogno per sopravvivere.
Se le cose stessero così, allora la democrazia è solo un
sogno seducente, una pura illusione che esiste solo nella mente, ma non nella
realtà. E se fossimo giunti a questo
punto, saremmo già nell’impossibilità di discernere il vero dal falso se non
attraverso gli occhi di chi guida e ha già deciso il nostro destino.
domenica 29 luglio 2018
PERCHÉ SÌ AL DECRETO DIGNITÀ
Confindustria continua a ripetere che il cosiddetto “Decreto
Dignità” è un segnale molto negativo per le imprese e rischia di far crescere
il tasso di disoccupazione. Cerchiamo per prima cosa di capire in che modo e in
che misura le previsioni di Confindustria sono attendibili.
Prima del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016,
Confindustria aveva paventato scenari a dir poco apocalittici nel caso in cui
avesse vinto il “no”: caos politico, rialzo del tasso di interesse sui titoli
di Stato, fuga di capitali, perdita di centinaia di migliaia di posti di
lavoro, impennata della povertà, banche a rischio fallimento.
Per fortuna le
sue profezie non si sono avverate, e noi siamo ancora qui: vivi e vegeti!
Contrariamente
ai foschi presagi di Confindustria e di Renzi, non c’è stata nessuna impennata
degli interessi sul debito pubblico, né caos politico, nessuna fuga di
capitali, nessun aumento della disoccupazione. La situazione italiana non è buona,
ma un fatto è certo: l’esito referendario non ha spostato in peggio il quadro
complessivo. Al contrario, un anno dopo il Pil ha messo a segno un +1,5%, ben
lontano dal – 0,7% previsto da Confindustria.
Insomma, se le previsioni di Confindustria, sulla crescita
economica italiana e sul quadro politico, in campagna referendaria sono state
quanto di più distante dalla realtà, non è detto che il monito espresso sul “Decreto
Dignità” preluda necessariamente a un rischio di maggiore disoccupazione.
Ma la domanda è: perché mai il “Decreto Dignità” dovrebbe
necessariamente creare maggiore disoccupazione? Esiste davvero una relazione
diretta tra maggiori tutele dei lavoratori e grado di disoccupazione? E perché mai
le imprese si mostrerebbero più inclini ad assumere lavoratori a condizione che
questi non abbiano alcuna tutela?
Allo stato delle cose non esiste alcun dato, alcuno studio
serio che consente di concludere che il tasso di rigidità del mercato del
lavoro sia causa di maggiore disoccupazione. I risultati, al contrario,
dimostrano in modo concorde che minore flessibilità e maggiori tutele sono
condizioni che favoriscono una migliore produttività del lavoro; l’indice di
produttività del lavoro è in genere migliore se si può contare su lavoratori
fidelizzati e affidabili, e non certo ricattabili. Quando negli Stati Uniti, nel 1865, venne approvato il
tredicesimo emendamento della Costituzione, con il quale venne abolita la
schiavitù in tutti gli stati, i ricchi proprietari terrieri del sud paventarono
un crollo dell’economia non dissimile a quello annunciato da Confindustria. Ma questo non accadde, e gli Stati Uniti sono diventati la superpotenza che noi oggi conosciamo.
Secondo Daron Acemoglu e James A. Robinson, due eminenti
economisti, le nazioni falliscono quando le politiche poste in essere dai
governi ancorché inclusive sono estrattive. Le politiche sono inclusive quando pongono
l’attenzione soprattutto nella difesa dei diritti delle persone meno forti,
rendendoli protagonisti della crescita e dello sviluppo di una data società, senza
lasciare ai margini nessuno. Sono invece estrattive quando consentono a
determinati gruppi sociali di appropriarsi del reddito e della ricchezza prodotta
da altri. In questo caso la crescente povertà dei suoi abitanti sfocia fatalmente
in rivolte e guerre civili che rovesciano le istituzioni democratiche e portano
all’instaurazione di regimi totalitari. La prosperità delle nazioni si fonda sulla pace sociale, e questa si mantiene a condizione
di garantire a tutti livelli di dignità accettabili.
Ma quali sono le novità del “Decreto Dignità” in materia di contratti
di lavoro a termine rispetto alle precedenti leggi?
Quelle di maggiore impatto che hanno determinato un’alzata
di scudi da parte di Confindustria riguardano il ritorno delle causali e l’aumento
dei contributi a carico dei datori di lavoro, a partire dal primo rinnovo. E poiché le causali sono l’aspetto più criticato, vediamo cosa
sono.
In sostanza il decreto stabilisce che per i contratti a tempo
determinato, dopo il primo rinnovo, devono essere riportate obbligatoriamente le
causali. La causale può rientrare tra due diverse categorie: 1) ragioni
oggettive estranee all'azienda o sostitutive del personale, 2) picchi di
attività imprevisti e temporanei.
Nella prima categoria rientrano: esigenze temporanee ed
oggettive estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, ragioni
sostitutive, esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non
programmabili dell’attività ordinaria. Tanto per intenderci: nella prima
categoria rientrano quei lavoratori assunti in sostituzione di lavoratrici che sono
in maternità, quando dopo i dodici mesi si rendesse necessario rinnovare il
contratto per il perdurare dell’assenza della lavoratrice per maternità; o, ancora, quando l’azienda
– al termine del primo contratto – si trovasse a far fronte ad una commessa straordinaria
che prevede consegne in tempi rapidi.
Insomma, per effetto del decreto, l’azienda
non potrà prorogare ad libitum un contratto a tempo determinato senza
specificarne la ragione. Secondo il principio generale che l'utilizzo del
contratto a termine, dopo il primo, deve essere limitato a esigenze
particolari, e non per l'attività "normale".
Nella seconda categoria rientrano ovviamente tutti quei soggetti
economici, individuati con decreto del Ministero del Lavoro delle politiche
Sociali, che per natura e tipologia hanno picchi di attività stagionali (si
pensi all’attività alberghiera e ristoratrice), e tali da non consentire
all'imprenditore una loro gestione con la sola forza lavoro disponibile.
A questo punto s’impone una riflessione. Se l'utilizzo del
contratto a termine resta sostanzialmente liberalizzato per i rapporti di
durata inferiore all'anno, mentre dovrà essere sostenuto da ragioni giustificatrici
quando la durata iniziale del rapporto sia superiore all'anno (circostanza che
ricorre ben raramente) o sia successivamente prorogata oltre l'anno, dove sta
la ragione di tanto allarme suscitato da Confindustria e suoi epigoni?
Si dice che il Decreto farà ripartirà il contenzioso sulla
legittimità delle causali indicate dai datori di lavoro e contestate dai
lavoratori. E quando un giudice dovesse esprimersi sulla sua invalidità, questo
porterebbe alla conversione del rapporto a tempo indeterminato. Pertanto, la
valutazione, dagli esiti incerti, della legittimità o meno della causale, posta
a fondamento del rinnovo, indurrebbe, a sua volta, il datore di lavoro a non
rinnovare il contratto al termine dei dodici mesi, determinando così un maggior
turnover di personale e un aumento dei precari nel mondo del lavoro.
Lasciamo perdere l’irragionevolezza di una tale minaccia (un
datore di lavoro che, dopo aver sostenuto costi e tempi di formazione per un
anno, non rinnovi il contratto a un lavoratore, pur ritenendolo valido, preferendo
sostituirlo con un altro a tempo determinato è fuori dalla grazia di Dio), ma resta
il fatto che una tale argomentazione tradisce sfacciataggine e arroganza, che
può essere così parafrasata: “so di avere il coltello dalla parte del manico, e
intendo continuare a mantenerlo”.
Alla faccia della sinallagmaticità dei
contratti, una parte vuole tutto a detrimento dell’altra. Il datore di lavoro
vuole una condizione di “privilegio esoso” senza se e senza ma. In sostanza, vuole
disporre del lavoratore a suo piacimento e arbitrio, senza neppure dover essere
costretto a rispondere a un giudice, continuando ad usare il licenziamento o mancato
rinnovo come arma di ricatto per ottenere la sua obbedienza totale.
Per usare una
similitudine, sarebbe come se la categoria degli uomini, in considerazione
della scarsità dei matrimoni e dei contenziosi in fase di separazione, esigesse
che, in caso di scioglimento del matrimonio, nessuna legge e nessun giudice interferisse
sulla loro decisione di separarsi, decidendo peraltro di stabilire il quantum
debeatur alla moglie sulla base della solo loro magnanimità o spilorceria.
Questo è inaccettabile sul piano civile e giuridico. La ricattabilità
del lavoratore non può mai essere considerata accettabile per un Paese che si
autodefinisce civile, nemmeno se fosse l’unico mezzo per la ripresa economica.
I contratti che salvaguardino la dignità dei lavoratori non sono un optional ma
il rispetto che si deve alla nostra Costituzione, che al secondo comma dell’art.
41 – pur ribadendo la libertà di iniziativa economica (che può esercitarsi
liberamente senza vincoli) – stabilisce dei vincoli e dei confini: essa non può
svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà o alla dignità umana. Nessuna ragione o causa può dunque giustificare
lo svilimento della dignità del lavoro e dei lavoratori: gli uomini non possono
e non devono diventare oggetti da scambiare e ricattare.
Se la Confindustria ha ragione quando sostiene che sono le
imprese a creare lavoro, è pur vero che allo Stato spetta il compito di
regolare i rapporti di lavoro in modo da scoraggiare quei comportamenti che possono
essere lesivi della dignità del lavoratore, in quanto e soprattutto “essere
umano”.
Ora, se un lavoratore ha dato prova nel corso di un anno di essere
affidabile e competente, non sarebbe sensato e logico attendersi che quel
lavoratore venga assunto a tempo indeterminato dall’imprenditore? Di quanti
anni ha bisogno l’imprenditore per saggiare l’affidabilità del lavoratore?
Di quale sciagura parla dunque Confindustria?
Ridare dignità al lavoro non è cosa che dovrebbe essere
oggetto di discussione. La disoccupazione o l’occupazione non sono il risultato
di norme ad hoc disegnate su questo o quel soggetto economico, ma sono l’esito
della domanda aggregata e degli investimenti fatti. Non è pensabile pertanto
che la ripresa economica e la conseguente riduzione della disoccupazione siano
ancorate all’unico dogma della flessibilità. Potrebbe semmai essere vero il
contrario: il ricorso eccessivo alla flessibilità e alla precarietà ha posto le
condizioni di un generale impoverimento, che ha depresso la domanda aggregata,
con la conseguente stagnazione dei consumi. La deregolamentazione del mercato
del lavoro, mancanza di occupazione e precarietà, disuguaglianza retributiva,
potrebbero essere i veri presupposti del perché l’Italia stenta a crescere. Studi qualificati dimostrano infatti che la ricchezza di una nazione
non si crea puntando sulla compressione del salario e dei diritti dei
lavoratori, ma sull’innovazione.
La precarietà ha un impatto negativo
sull’economia e genera solo problemi sociali, che presto o tardi sono destinati a scoppiare.
Se il lavoro tutelato incentiva le imprese ad investite su innovazione e tecnologia (le vere uniche strategie vincenti nel medio lungo periodo), quello
precario e mal pagato disincentiva gli investimenti sull’innovazione e produce
una massa di working poor (lavoratori a basso reddito) destinata sì a pesare sui
conti e sulla crescita dello stato.
domenica 15 luglio 2018
SIAMO FORSE NOI I CUSTODI DEI NOSTRI FRATELLI?
I confini della terra sono diventati steccati dietro cui tentiamo
di recingere la fragilità delle nostre esistenze sempre più incapaci di umana
pietà. Un carico di 450 uomini, spinti dalla guerra, dalla dittatura e dalla povertà
a fuggire dai loro paesi, rappresentano un problema insolubile e insanabile.
Chiusi dentro la fortezza del nostro Occidente democratico, dove
l’opulenza ci costringe a massacranti allenamenti e diete ferree, non possiamo
dividere il più con chi ha meno. Da quale parte del muro sta la barbarie?
L'Italia non molla: prima di far sbarcare la nave Frontex e
quella della Guardia di Finanza, ora in rada a Pozzallo, vuole garanzie sulla
ridistribuzione dei 450 migranti a bordo. E mentre Francia, Germania e Malta ci
pensano, esseri umani, “senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo
il grembo come una rana d'inverno”, attendono di conoscere la loro sorte.
Noi abbiamo altre cose più importanti cui pensare. Per
esempio, dove trascorreremo le prossime vacanze estive; quando ricominceranno i
saldi; investo in titoli azionari o obbligazionari … ecc.
Problemi senz’altro più importanti! E poi – diciamolo – accoglierli
non fa altro che motivare i trafficanti e aumentare le loro entrate. C’è dunque
un principio di legalità che bisogna salvaguardare!
Se poi questa gente morirà nei campi di detenzione libici,
beh: è un problema che non ci riguarda. L’importante è che non ci disturbino
troppo. Dopo tutto cosa possiamo farci noi. Ammettiamolo, non possiamo farci
angustiare da questa gente, la vita è breve: è solo una. Senza questa gente che
sbarca sulle nostre coste, potremo finalmente abbandonarci a occupazioni più
piacevoli.
È questo il grande male del nostro tempo: l’indifferenza. Possiamo
portare avanti le tante incombenze della quotidianità, senza provare alcuna
risonanza emotiva al bisogno, alla sofferenza dell’altro. La cultura del consumismo
ci ha portati a pensare solo a noi stessi. Quasi che soltanto noi abbiamo
diritto alla felicità, al benessere. Se gli altri vivono in condizioni peggiori
della nostra, la cosa non ci riguarda. E il peggio è che alla sofferenza dell’altro
ci siamo abituati, come se l’altro non avesse lo stesso nostro sistema nervoso.
Come Caino diciamo: siamo forse noi i custodi dei nostri
fratelli?
Io non so se questo è il segno della nuova civiltà che
avanza. Ma di certo so che mi dà i brividi!
domenica 8 luglio 2018
LA SINISTRA CHE VERRÀ
La sinistra, dopo la sconfitta del blocco comunista nel 1989,
è stata travolta dall’avanzata del modello neoliberista, che a partire dagli
anni Ottanta ha colonizzato non solo l’economia, ma anche la cultura, e con
essa la società e l’ambiente.
Potevamo sperare che dalle ceneri del comunismo
sorgesse la sua alternativa socialdemocratica e riformista. Ma no, nel giro di
qualche decennio siamo passati da un’«economia di mercato» a una «società di
mercato».
Insomma, in altre parole, il mercato non è solo meccanismo di
regolazione dell'economia, ma più in generale condiziona e regola le istituzioni
di governo e l'intera sfera sociale. E sempre di più assistiamo ad una vera e
propria lotta di classe capovolta: non gli ultimi che si battono per vedere
riconosciuti i loro diritti, che giorno dopo giorno vengono erosi, ma gli
oppressori che guadagnano terreno a scapito degli oppressi, che non osano –
perché infiacchiti? – nemmeno ribellarsi ai loro sfruttatori.
Accade così che
mentre la quota dei salari degli oppressi va via via diminuendo, la ricchezza dei
privilegiati, appartenenti a quell’1% della popolazione mondiale, va
spaventosamente accrescendosi, accentuando scandalosamente l’indice di
disuguaglianza.
Il fatto che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più
poveri, che i potenti guadagnino sempre più potere mentre i deboli diventano
sempre più impotenti, è accettato come un fatto naturale e inevitabile. Gli
oppressi hanno imparato ad accettare la loro condizione di “paria” docilmente e
volontariamente.
Com’è possibile che questo sia potuto accadere? Forse perché
sono riusciti a farci credere che alternative a questo stato di cose non v’è e
che dobbiamo rassegnarci alle nuove gerarchie di potere, quantunque nessun popolo
le abbia elette?
Per me è chiaro che questo è accaduto perché è mancata una
sinistra degna di questo nome.
È accaduto perché, a partire dagli anni Ottanta,
la sinistra è stata colta da una crisi d’identità che l’ha portata a giocare su
entrambi i tavoli: quello di destra, di stampo liberista, e quello sociale proprio
della sinistra.
Il risultato è stato che ha finito per diventare completamente subalterna
al paradigma delle politiche neoliberiste e per perdere progressivamente il
voto dei tradizionali elettori di sinistra, convinti che la sinistra dovesse
rappresentare innanzitutto le domande di giustizia e uguaglianza di larga parte
della società, e non i privilegi già ampi delle classi sociali più ricche.
Così
questa sinistra incapace di rappresentare sia le istanze di destra sia quella di
sinistra, come medusa spiaggiata e sballottata dalle onde, attende la sua fine.
Noi oggi possiamo solo sperare che dalle ceneri di questa sinistra agonizzante risorgano tanti spontanei movimenti collettivi capaci di riaggregare
una nuova sinistra, che abbatta quarant’anni di dominio dell’ideologia e delle
politiche neoliberiste e ridia dignità al lavoro e all’uomo. Con l'augurio che, se le politiche
neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato, la nuova sinistra sia
capace di ricostruire una cultura dei beni comuni e del pubblico.
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