giovedì 18 febbraio 2021

LE FORME GRAVI DI COVID SAREBBERO LEGATE AI GENI EREDITATI DAI NEANDERTHAL

Davanti alla pandemia Covid-19 uno degli interrogativi riguarda l’estrema variabilità dell’infezione da virus SARS-CoV-2: tanto aggressiva verso alcuni, tanto blanda nei confronti di altri. Difatti l’infezione da SARS-CoV-2 è del tutto banale nella stragrande maggioranza dei casi (95%), ma in una percentuale variabile tra l’1 e il 4% presenta invece alta criticità da imporre la ventilazione meccanica invasiva o, nei casi molto più gravi, l’ossigenazione extracorporea a membrana.

Quale spiegazione può esserci per spiegare il motivo per il quale la risposta al virus non è la stessa per tutti? Perché nell’81% dei casi i soggetti che hanno contratto il virus non sviluppano sintomi e non si ammalano?

Due studi pubblicati sulla rivista Science, considerata una delle più prestigiose riviste in campo scientifico, insieme a Nature, riconducono questa variabilità a fattori genetici e immunologici. Quindi il team di ricercatori del “Karolinska Institutet”  e dell’“Istituto Max Planck di antropologia evolutiva”, ha individuato una sequenza di DNA, che comprende sei geni localizzati sul cromosoma 3, responsabile delle anomalie nel funzionamento dell'interferone di tipo I, una molecola chiave nella regolazione del sistema immunitario. 

Questo segmento di DNA, ereditato dai Neanderthal e presente in percentuale variabile nel genoma degli euroasiatici, potrebbe spiegare la maggior gravità della malattia Covid-19 in certi soggetti (5% dei casi).

La specie Homo sapiens, quando circa 60 mila anni fa iniziò la diaspora dall’Africa in Eurasia, si è incrociata ad occidente con i Neanderthal e ad oriente con i Denisova, già presenti nel continente euroasiatico. Le ibridazioni tra essere umani arcaici e moderni hanno lasciato tracce nel nostro genoma. 

Si stima che nel genoma delle popolazioni eurasiatiche siano presenti segmenti di DNA derivato dai Neanderthal in misura variabile dall’1 al 4%, che sono invece assenti o rari nel genoma della maggior parte degli individui dell'Africa sub-sahariana. 

Questo spiegherebbe il perché dei pochi casi e pochi morti in Africa correlati all’epidemia di Covid-19.

La variante genetica ereditata dai Neanderthal potrebbe essere, dunque, il motivo per il quale alcune persone presentano una probabilità tre volte maggiore rispetto alle altre di aver bisogno di ventilazione artificiale, se sono infettate dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Ora, se numerose osservazioni epidemiologiche suggeriscono l’esistenza di differenze individuali nella suscettibilità all’infezione da SARS-CoV-2 e alla progressione clinica del COVID-19, perché mai invece di ricorrere a tamponi dalla scarsa affidabilità, non si decide di testare la recettività individuale al virus?

Poiché la percentuale dei soggetti a rischio è senz’altro più bassa rispetto al resto della popolazione, basterebbe individuare tra coloro che presentano sintomi iniziali della malattia quelli più a rischio, e somministrare loro, fin da subito, interferone per ridurre l'impatto del virus, senza bisogno di ricorrere all’uso di vaccini a mRNA, i cui potenziali danni sulla salute non sono sufficientemente conosciuti e studiati.


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