sabato 23 maggio 2015

STRAGE DI CAPACI, 23 ANNI DOPO

A 23 anni dalla strage di Capaci, l'Italia ricorda la morte del magistrato Giovanni Falcone che nell'attentato perse la vita insieme con la sua moglie e tre agenti della scorta. Dopo 23 anni, quella strage, che anticipa di poco quella di Via D’Amelio, resta ancora una pagina oscura, come le tante stragi che hanno segnato e scritto la storia del nostro Paese da quel primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. 

E i colpevoli? Intendo quelli veri, non esistono. Il presidente della Repubblica nel celebrare il 23esimo anniversario dell'attentato di Cosa Nostra ci esorta a “Battere la mafia, incompatibile con la libertà e l’umana convivenza”. E con riferimento alla nostra Costituzione ci ammonisce ad affermarne la cultura quale più efficace arma per “battere il cancro mafioso”. 

Già propria quella Costituzione che a parole si esalta ma nei fatti si tradisce: Mattarella è lo stesso che ha firmato l’Italicum, la nuova legge elettorale che presenta i medesimi vizi di costituzionalità già censurati dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1 del 2014, con riguardo al premio di maggioranza e all'espressione del voto di preferenza. 

Ma presto Renzi e il suo sottoposto Mattarella ci convinceranno che un gallo non è un pollo.
   
Quindi alle 17.58, l’ora della strage, il presidente della Repubblica con il presidente del Senato Aldo Grasso hanno osservato un minuto di silenzio sotto la casa di Giovanni Falcone. E qui hanno letto i nomi delle vittime dell'eccidio.

La solita commedia all'italiana, se non fosse una tragedia. 

Che fine ha fatto la trattativa Stato-mafia? E chi ricorda Nino Di Matteo che nella solitudine più assordante continua ad indagare sulle stragi di mafia in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?

Giovanni Falcone disse: “Si muore quando si è lasciati soli”. Mostrando come chi sceglie di affrontare le collusioni tra criminalità organizzata e potere si ritrova isolato e delegittimato anche da pezzi delle stesse Istituzioni. 

Oggi la storia si ripete con Nino Di Matteo.


Sono disgustato di un Paese che celebra i suoi eroi solo quando sono morti.

domenica 3 maggio 2015

I° MAGGIO LA FESTA DEL LAVORO CHE NON C’È

La disoccupazione sale ancora e quella giovanile schizza al 43,1%. È uno scenario cui siamo abituato negli ultimi anni se non fosse che questo I° maggio è anche il primo dell’era del Jobs Act: l’Istat ha confermato che la riforma del mercato del lavoro voluta da Renzi non ha fatto miracoli: la disoccupazione a marzo, mese del Jobs Act, fa segnare un ulteriore incremento di 52.000 unità senza lavoro e di 138.000 su base annua.

Si potrebbe obiettare che è prematuro misurare gli effetti del Jobs Act, ma è stato lo stesso governo a creare aspettative irrealistiche; il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, fino a qualche mese fa celebrava decine di migliaia di nuovi posti rivelatisi, a parere dell’Istat, inesistenti. Gli incentivi di 8 mila euro all'anno per tre anni, previsti dal Jobs Act, hanno avuto l’unico effetto di stabilizzare i precari, ma nessun posto di lavoro nuovo è stato creato. Peraltro, il nuovo contratto di lavoro, grazie agli sconti contributivi, aiuterà le imprese a liberarsi dei dipendenti in esubero, conseguendo, in caso di licenziamento prima del terzo anno, anche un guadagno netto di 5.500 euro medi se licenzia un lavoratore a fine anno, che diventano 16.500 euro medi se il lavoratore assunto venisse licenziato dopo 3 anni.

La tabella seguente mostra il saldo positivo per l’impresa nel caso di un lavoratore assunto e licenziato dopo un anno:

Reddito
annuo
Reddito
mensile
Benefici sgravi
contributivi
annui
Benefici
taglio IRAP
annui
Totale
benefici
dell’anno
Indennizzo
licenziamento
Differenza
benefici e
indennizzo
12.000,00
923,00
3.780,00
470,00
4.250,00
1.385,00
2.865,00
15.000,00
1.153,00
4.725,00
656,00
5.381,00
1.730,00
3.651,00
18.000,00
1.385,00
5.670,00
843,00
6.513,00
2.078,00
4.435,00
22.000,00
1.692,00
6.930,00
1.091,00
8.021,00
2.538,00
5.483,00
25.000,00
1.923,00
7.875,00
1.278,00
9.153,00
2.885,00
6.268,00
35.000,00
2.692,00
8.060,00
1.781,00
9.841,00
4.038,00
5.803,00
45.000,00
3.461,00
8.060,00
2.276,00
10.336,00
5.192,00
5.144,00

La tabelle seguente mostra invece il saldo positivo per l’impresa nel caso di un lavoratore assunto e licenziato dopo tre anni:

Reddito
annuo
Reddito
mensile
Benefici sgravi
contributivi
annui
Benefici
taglio IRAP
annui
Totale
benefici
annui
Totale
benefici dopo 3
anni
Indennizzo
licenziamento
Differenza
benefici e
indennizzo
12.000,00
923,00
3.780,00
470,00
4.250,00
12.750,00
4.154,00
8.596,00
15.000,00
1.153,00
4.725,00
656,00
5.381,00
16.143,00
5.189,00
10.954,00
18.000,00
1.385,00
5.670,00
843,00
6.513,00
19.539,00
6.233,00
13.306,00
22.000,00
1.692,00
6.930,00
1.091,00
8.021,00
24.063,00
7.614,00
16.449,00
25.000,00
1.923,00
7.875,00
1.278,00
9.153,00
27.459,00
8.654,00
18.805,00
35.000,00
2.692,00
8.060,00
1.781,00
9.841,00
29.523,00
12.114,00
17.409,00
45.000,00
3.461,00
8.060,00
2.276,00
10.336,00
31.008,00
15.575,00
15.433,00

La scelta del governo sembra dunque più orientata ad aiutare le imprese a dismettere i lavoratori che non le servono più, piuttosto che tesa a contenere e curare la disoccupazione con riforme strutturali. Non c'è quindi da stupirsi se oggi il Pd è molto più popolare nei corridoi di Confindustria che nei luoghi di lavoro. I benefici per le imprese sono evidenti.
Ora, come in fisica, anche in economia vale la legge della conservazione per la quale nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma: azzerare i contributi sulle assunzioni da parte delle imprese comporta indubbiamente scaricare sullo Stato, quindi sulla collettività, gli oneri gravanti sul costo del lavoro. Ciò che l’azienda risparmia, lo pagherà lo Stato. Così, come la povertà, la miseria, la morte e la sete sono diventati un business per il mondo ricco, anche la disoccupazione diventerà presto un business.

La ripresa non si vedrà e l’occupazione non crescerà fintantoché i salari resteranno bassi: meno soldi, meno acquisti. La questione è di una logica cristallina che faccio fatica a comprendere le azioni di questo e degli altri governi che lo hanno preceduto: la diminuzione dei salari reali provoca un aumento della disoccupazione. Il minor potere d’acquisto deprime la domanda interna (i consumi privati), quindi la scarsità di domanda interna fa cadere la produzione. Conseguenza? Riduzione degli investimenti privati. A nessuno – per esempio – verrebbe mai in mente di aprire una gioielleria nello Zimbabwe, dove il Pil pro capite è di soli 756 $ l’anno?

Il peggioramento dei salari e del potere contrattuale delle classi medio-basse hanno avuto l’unico effetto di far aumentare il tasso di disoccupazione. Questo è un fatto e non la fuffa neoliberista che vuole imputare a salari reali troppo elevati l’aumento della disoccupazione, o comunque l’esistenza stessa della disoccupazione. È la realtà che si fa carico di smentire una tale tesi. Sostenere che, se i salari reali diminuiscono, un maggior numero di disoccupati verrà assorbito all'interno del sistema produttivo è un’affermazione che confligge non solo con il buon senso ma anche con i fatti. L’idea che svalutando il lavoro si possa generare crescita e ripresa equivale a sostenere che si possa restare in piedi senza mangiare o stare svegli senza dormire.
La spinta della domanda interna è l’unica strategia per trasformare la disoccupazione in occupazione. La crisi continuerà a mordere, nonostante le continue manovre finanziarie, se non si creano le condizioni per stimolare la domanda interna. E l’unico modo per ottenerla è l’abbandono delle politiche di austerity volute dalla Troika. L’esperienza degli ultimi anni indica che con la politica del rigore economico non si va da nessuna parte; Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, Francia assisteranno secondo l’ordine al crollo delle rispettive economie. 

Dunque, quanto tempo ancora deve passare perché i politici e i tecnocrati europei si rendano finalmente conto che i rimedi finora tentati non hanno avuto successo e si sono rivelati peggiori del male? 

La soluzione può trovarsi solo in un rinnovato protagonismo della politica non solo a livello nazionale, ma anche comunitario e globale. È necessaria una profonda riforma della finanza internazionale che restituisca il primato all’economia reale, sul modello della legge bancaria Glass-Steagall del 1933, che mirava a introdurre misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari. 

Solo ripensando radicalmente l’architettura istituzionale del pianeta, che oggi permette a pochi speculatori di esercitare una vera e propria dittatura, con l’obiettivo di restituire agli Stati quella sovranità sulle politiche economiche trasferita al potere finanziario. 

Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi di queste corporation finanziarie, che senza che il loro potere sia stato democraticamente decretato di fatto dettano le regole e strozzano gli Stati, attraverso una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i governi democraticamente eletti, influenzandone la stabilità. 

È una pura coincidenza che presidente della Bce sia Mario Draghi, ex vice Presidente e Managing Director di Goldman Sachs? È ancora una coincidenza che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti abbia rivestito, tra il 2005 e il 2011, il ruolo di international advisor per Goldman Sachs?

Insomma, tutti gli uomini che hanno avuto e hanno posizioni preminenti nei gangli vitali della politica e dell’economia, non solo italiana, ma europea e mondiale, sono in qualche modo affiliati o vicini a JP Morgan, Goldman Sachs, Black Rock, Aspen Institute, Bilderberg, ecc., il cui potere economico è talmente immenso da condizionare quello degli Stati. Essi rappresentano il nuovo ordine mondiale, un gruppo ristretto di persone che decide segretamente il futuro politico ed economico dell'umanità. 

E se si discute del destino di tutti perché nessun giornalista ha mai avuto accesso a una di queste riunioni; nessuna notizia è mai filtrata dalle stanze in cui avvengono gli incontri? 

Eppure durante questi incontri è risaputo che vengono prese le decisioni più rilevanti per il futuro di tutti noi. Se no perché riunirsi segretamente. Per parlare - forse - dell'ultimo campionato di Baseball? Essi sono i nostri Veri Padroni, il Vero Potere, a giudicare da quel che avviene. 

Quale garanzia possono avere i cittadini che essi operino non per il loro personale interesse, ma nell'interesse dell’intera umanità? Come possiamo essere sicuri che questa crisi non sia stata creata ad hoc per terrorizzarci, per dissuaderci a rivendicare sul piano sociale ed economico le conquiste degli anni ‘70, considerate – a torto – un freno al progresso e alla piena occupazione?

Una cosa è però certa, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, i governi, che dovrebbero essere indipendenti, hanno reagito tutti allo stesso modo: austerità, aumento delle tasse, tagli allo Stato sociale, licenziamenti. Sotto l’incalzante tam tam di tutti i media, che hanno riportato contemporaneamente le stesse notizie, ogni giorno più drammatiche e allarmistiche, abbiamo accettato di barattare la nostra libertà, il nostro spirito critico, in favore di una truffa planetaria che ci sta trasformando in schiavi nelle mani dei nuovi padroni del mondo, in cui la crisi fa da catalizzatore per il nuovo ordine mondiale.
Sono affatto persuaso che non è detto che questa sia l’unica strada percorribile. Vogliono farcelo credere e a questo scopo continuano, a dispetto della verità, a presentarcela come l’unica via per lo sviluppo, in un modo non molto dissimile a quanto avvenne nel medioevo, quando la cultura ufficiale presentava il sistema tolemaico come quello vero solo perché si conciliava con quanto affermato nelle Sacre scritture.
Non è vero che non vi sia altra via che quella della globalizzazione neoliberista: è proprio la realtà a farsi carico di questa sua incompatibilità, non io, con lo sviluppo della civiltà umana. Cosa abbiamo guadagnato dopo trent'anni di politica neoliberista? Distruzione dello stato sociale, smantellamento del sistema pensionistico, disoccupazione e precarizzazione di massa, guerra ai poveri, controllo sociale sono i tratti distintivi di questa ideologia neoliberista. 

Questi sono fatti che non si possono smentire e spero, abbiano ampiamente dimostrato, ai più, quanto questo approccio si sia rivelato inefficace e criminale.

Uscire dalla crisi è possibile a condizione che gli Stati imbriglino il potere finanziario alle ragioni dell’economia reale e non viceversa. È noto come la crisi abbia avuto origine dalla finanza, eppure su questo fronte i governi non sono stati altrettanto determinati e incisivi, quanto lo sono stato sul piano dei tagli allo stato sociale.

Sono persuaso che l’economia di mercato non richieda necessariamente brutalità per vivere, come sono pure fermamente convinto che un mercato libero dei prodotti di consumo possa coesistere con una sanità pubblica, con scuole pubbliche, ecc.; non è detto che la competitività delle aziende non possa armonizzarsi con salari decenti e il rispetto dei diritti dei lavoratori.

La ricetta non ha funzionato, non funziona. Eppure, capi di stato, presidenti della Bce, della Federal Reserve, ecc. continuano a propinarci la stessa minestra. E quando vantano qualche successo è sotto gli occhi di tutti che è tanto effimero, quanto lo può essere l’aspirina nel curare il cancro. Dovrebbe essere ormai chiaro che la terapia è sbagliata: il paziente non solo non migliora, ma peggiora. E questa limpida constatazione, non è ancora sufficiente a indurli a rimettere in discussione gli assiomi della loro stupida e criminale dottrina economica.

Un medico che anziché migliorare lo stato di salute del paziente, lo aggravasse, lo cacceremmo a pedate nel culo. Perché non facciamo lo stesso nei confronti di questi ciarlatani? Due sono i corni della questione: o sono in malafede o sono incompetenti: tertium non datur. Da ormai 30 anni esercitano una egemonia assoluta delegittimando ogni altro paradigma teorico e le basi stesse della democrazia, e, nonostante assistiamo ormai quotidianamente al costante peggioramento delle nostre condizioni di vita, continuiamo a consentirgli di fare a pezzi non solo il nostro futuro ma anche quello dei nostri figli. 

Lo scrittore francese Etienne de la Boétie nel suo “Discorso sulla servitù volontaria” già nel 1549 si interrogava sull'enigma che porta tanti uomini, tanti paesi, tante città e tante nazioni a sopportare il tiranno che non avrebbe altro potere se non quello che essi stessi gli accordano. Se solo questi uomini capissero che la capacità del tiranno di nuocere sta solo nella loro disposizione a tollerarlo anziché opporglisi, chissà che mondo abiteremmo. Il potere del tiranno risiede nella supina condiscendenza dei cittadini che diventano sudditi senza neppure accorgersene. Con altre parole Steve Biko, ucciso dalla polizia del regime dell'Apartheid nel 1977, indicò nella mente degli oppressi l'arma più potente nelle mani degli oppressori.


domenica 19 aprile 2015

ANCORA TAGLI ALLA SANITÀ

Nel Documento Economico Finanziario (Def) del 2015, v’è un problema di vistosa disonestà intellettuale. Sono previsti tagli alla Sanità per 2,637 miliardi di euro (2,352 miliardi dal fondo sanitario nazionale e 285 milioni dall’edilizia sanitaria). Un vero e proprio patto scellerato siglato alla chetichella tra il Governo e le Regioni, con l’unica eccezione del Veneto, sulla pelle dei malati.

I luoghi comuni sono sempre gli stessi: “la coperta ormai è troppo stretta”. Da qualche parte “bisogna tagliare” se vogliamo evitare l’aumento dell’IVA, delle accise, ecc. Siamo vicini alla fine del tunnel; ancora un altro sacrificio e siamo fuori. Poi, siamo sull'orlo del precipizio. Se non si riduce il disavanzo statale i mercati ci penalizzeranno. Lo spread, oddio lo spread! Ci troviamo di fronte ad un bivio; occorre ridurre il debito pubblico. Le metafora della coperta, del tunnel, del bivio hanno un unico fine: costringerci ad una scelta senza scelta!

È possibile che manchi del tutto un pensiero riformatore in grado di immaginare una terza possibilità capace di coniugare rigore nei conti pubblici con lo Stato sociale?

Per quanto riguarda le Regioni, è intollerabile assistere al fiume di denaro che se ne va ogni anno per pagare gli stipendi dei consiglieri (in tutto quasi un miliardo l’anno), le consulenze esterne (in tutto 800 milioni l’anno), i trasferimenti alle varie “aziende regionalizzate, provincializzate, municipalizzate e consortili” (3,2 miliardi di euro). La spesa di beni e servizi non sanitari, secondo fonte Istat 2014, raggiunge la ragguardevole cifra di 6 miliardi l’anno. Quello che lascia veramente perplessi è che su queste voci di “risparmio” nulla è stato fatto e nulla si fa.

Perché anziché tagliare questi ultimi capitali di spesa, si è preferito ancora una volta incidere su un bene essenziale per la collettività come la Sanità?

La prima risposta che mi viene è che nel nostro sciagurato Paese manca la volontà politica di combattere i vampiri della politica, i profittatori e gli sfruttatori. Il cuore della Nazione si sta fermando proprio a causa della pervasiva corruzione, dell’intreccio perverso tra malaffare e politica, le cui dimensioni credo siano di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce, proprio in considerazione dei tanti impedimenti che la politica mette al lavoro della magistratura. L’illegalità nella Pubblica Amministrazione è così “dilagante” da imporre una lotta improcrastinabile al fenomeno, il macigno dell’evasione fiscale scarica sui lavoratori dipendenti il peso delle tasse, impedendo lo stimolo della domanda interna, ma l’urgenza del Governo Renzi è l'Italicum e la riforma del Senato.

Un vero e proprio pensiero riformatore dovrebbe ingaggiare una serrata lotta allo sperpero di denaro pubblico, all'evasione fiscale, alla corruzione che ammorba l’aria che si respira; proprio per il bene del Paese, di cui sono gli indegni rappresentanti, che è in gravi difficoltà. L’onestà è umiliata e la dignità delle persone stremata dalle difficoltà di quanti si trovano a lottare per sopravvivere insieme alla propria famiglia.

Queste dovrebbero essere le riforme urgenti da adottare, più consone ad una maggioranza che osa proclamarsi di centrosinistra, e non quelle dell’attuale Governo Renzi, che più che riforme, come da tanta parte si osa spacciarle, sono controriforme, destinate a stravolgere per sempre lo spirito della nostra Costituzione.

Mai nessuna azione chirurgica sul fronte degli sprechi. Niente da fare. Si è scelto opportunamente di non ingaggiare una tale battaglia a dimostrazione del fatto che il mondo non appartiene ai cittadini ma all'oligarchia invisibile che governa il mondo. E i politici, loro luogotenenti, che si alternano alla guida dei loro paesi si guardano bene dall'irritarli. Tutti gli altri – il resto della popolazione che non fa parte del club, un club esclusivo di poche migliaia di persone – farebbero bene a realizzare che non valgono un “cazzo”. In questa logica appare dunque comprensibile come ancora una volta il conto dei risparmi attesi dal Def venga fatto pagare ai poveri disgraziati.

Se i singoli malati in tanti casi non avranno i farmaci innovativi presenti sul mercato, cioè quelli più efficaci, perché le Regioni devono contenere i costi, chi se ne frega. Se il cardiochirurgo impianterà al paziente una protesi valvolare meno costosa, col rischio che smetterà di funzionare dopo qualche anno, chi se ne frega se questa scelta è più compatibile con i bilanci dell’azienda ospedaliera. Se in un reparto ospedaliero non si potrà contare su un’adeguata assistenza infermieristica, giacché il costo per il personale nel 2015 è minore di quello del 2010, chi se ne frega. Costoro, alla faccia dell’art. 32 della Costituzione, non contano un “cazzo”. Chi se lo potrà permettere avrà le cure appropriate; tutti gli altri si accontentino di quel che passa il convento.

Questo tragico epilogo non è soltanto il risultato della malafede dei politici, che con la logica coercitiva della coperta troppo stretta, ci inducono a credere che non c’è alternativa all'attuale stato delle cose. D'altronde sono pagati e mandati al potere proprio a questo scopo. Tale epilogo è anche la conseguenza di una società civile, un tempo vivacissima, degenerata in società incivile, in cui ognuno pensa che i problemi degli altri non lo riguardino e aspetta pigramente che sia lo Stato a trovare la soluzione a tutto.

domenica 29 marzo 2015

IL DISASTRO AEREO DELLA GERMANWINGS

Conosciamo ormai tutto sul disastro aereo della Germanwings. Il tentativo del comandante di entrare nella cabina di pilotaggio bloccata dal copilota; la drammatica simulazione degli ultimi otto minuti dell’A320 prima dello schianto; i precedenti di piloti suicidi; la malattia nascosta di Lubitz, improvvisamente riemersa dopo una banale crisi di coppia; ecc. ecc. Ma siamo destinati a non sapere mai la ragione vera che ha spinto un brillante pilota di 27 anni a precipitare l’aereo, con il suo carico di vite umane a bordo, contro una parete rocciosa.

Televisione, stampa, talk show, come un branco di squali impazziti dall'odore del sangue, alimentano morbosamente l’ambivalente gioco di fascinazione e repulsione intorno alle rappresentazioni della morte, dissezionando nei minimi dettagli tutta la vicenda anche di quegli aspetti affatto trascurabili, nel tentativo di far assaporare, almeno in parte, un po’ di quella realtà altrimenti percepita solo attraverso lo schermo televisivo.

In quest’orgia ditirambica della spettacolarizzazione della tragedia, ciò che prevale non è la pietà o la compassione, ma solo “voyeurismo”. La morte, che richiederebbe grande rispetto e soprattutto capacità di fare silenzio, diventa spettacolo, fiction.

L’occhio onnipresente delle telecamere, con l’utilizzo di esperti, piegati alle esigenze rappresentative proprie dei media, non è informare, ma sedurre lo spettatore per alzare lo share televisivo, secondo le logiche proprie del consumo, rendendo impossibile una rappresentazione pietosa, partecipe e catartica della sofferenza umana.

Questa amplificazione esagerata della vicenda ha come esito la banalizzazione del dolore; quei ragazzi che hanno perso la vita, perdendo quell'identità personale, che li caratterizzava e li individuava, divengono funzionali alle sole logiche di marketing aziendale per vendere spazi pubblicitari.

Di essi non si parla. Le vittime restano sempre sullo sfondo. Tutti vogliono sapere invece di Andreas Lubitz, conoscerne il passato nei minimi particolari. Come abbia, con freddezza e lucidità, potuto mettere in atto un gesto che ha causato lo schianto dell’aereo con 150 persone bordo contro una montagna francese.

Forse questa smania di sapere risponde al desiderio di esorcizzare quella parte buia che alberga in ognuno di noi; allontanarla da se stessi per rendersi immuni da quella tentazione. Una forma di “riscatto catartico” con cui liberarsi da una probabile “contaminazione”; per rinforzare forse il convincimento che noi non saremmo mai capaci di commettere simili gesti malvagi e crudeli.

La verità che si vuole tacere è che siamo tutti, chi più chi meno, indirizzati verso la “follia”, perché il male è nelle viscere della nostra società che lo partorisce perché è fredda, anonima. Quando il valore centrale di una società si basa sulla continua espansione del consumo, è necessario mantenerla sempre su di giri. Perché solo attraverso quest’atteggiamento psicologico di euforia si possono convincere milioni di persone a spendere sempre di più, consumare sempre di più, lavorare sempre di più, per possedere cose di cui non hanno veramente bisogno. Se le masse non diventano maniache ed euforiche i consumi ristagnano, le borse non salgono, il sistema si ferma. I meccanismi d'azione e gli effetti della nostra società, improntati sulla necessità di continuare a sviluppare i consumi, sono molto simili a quelli della cocaina; per provare l'eccitazione iniziale occorre sempre aumentare la dose. E siccome questa condizione non può durare in eterno, si produce una progressiva diminuzione della stimolazione euforizzante, una contrazione della durata degli effetti, una caduta verticale della sensazione di benessere con conseguente malessere e depressione.

Dietro il falso senso umanitario che il nostro sistema ostenta si cela una strana mescolanza di insensibilità, indifferenza e moralismo. Come potremmo altrimenti assistere quotidianamente alle guerre, alle carestie, alle epidemie, alle catastrofi e coniugarle, con inerzia e naturalezza, con il lusso, l’effimero, la raffinatezza, il benessere esasperato dell’altra metà del mondo?

La verità ancora è che la nostra società e la cultura che la rappresenta è superficiale. È programmata per dare un’immagine di sé gaudente, ludica, stupidamente euforica, arrogantemente dimentica dell’angoscia del soffrire, del morire, dove l’ottimismo è d’obbligo. E se non condividi i suoi stili e modelli di vita, se non dimostri di essere sensibile alle tentazioni del continuo rinnovamento offerto dal mercato dei consumi, se non dimostri d’essere un vincente, sei bocciato, fuori posto.

Una faccia contratta dal dolore, un corpo smunto che parla di miseria sono una macchia sopra l’immagine limpida che la società occidentale vuole dare di se stessa. I reietti guastano l’armonia della vita e avvelenano il buonumore e perciò vanno allontanati dalla vista degli illusi: non abbiano a prendere consapevolezza che possa giungere anche il loro turno di finire nella discarica.

Puoi metterli dove vuoi, lontani e segregati dalla vista dei gaudenti, ma l’esalazione dei miasmi tossici dei cumuli di rifiuti umani appesta l’anima di un’umanità oramai disgregata dall’ipocrisia, cui rimane l’unica possibilità: il gesto della psicolabilità, l’escamotage farisaico del chiudere finalmente gli occhi alla realtà per non vedere. E sebbene il nostro mondo sia strapieno di beni, di merci e di ricchezza come non mai, esso è desolatamente povero di relazioni e di progetti di convivenza.

Così assorbiti dall'imperatività di massimizzare la nostra personale esistenza, non abbiamo né il tempo né la voglia per percepire un'altra realtà, spesso dolorosa, che è appena fuori dallo spazio angusto del nostro ottuso egoismo.

Dice Zygmunt Bauman: «In queste condizioni, pensare a lungo termine è chiaramente fuori questione. E quando non c'è pensiero a lungo termine, quando non ci si può aspettare di rivedersi, è difficile provare un senso di destino condiviso, un sentimento di fratellanza, un'esigenza di far fronte comune, marciare fianco a fianco o procedere tutti allo stesso passo. La solidarietà ha poche probabilità di germogliare e di mettere radici […] Se i legami [fra le persone] possono essere lacerati in qualsiasi momento, sembra sciocco investire tempo e risorse per accrescerne la forza e dedicare un sovrappiù di sforzo a proteggerli dall'usura».

Dinanzi a questo modo di stare nell’esistenza – gracile e cinico – la reazione è un’orgia d’identità, un’ipertrofia dell’io, che si estrinseca soprattutto nell’assenza d’interesse per l’altro da sé. In questo eccesso di autoaffermazione scompaiono le relazioni e rimangono in piedi soltanto dei “noi”, arroccati nella difesa dei propri interessi, dei propri patrimoni, dei propri privilegi.

Gli altri sono solo oggetti, strumenti del proprio capriccio sfrenato, illimitato e spudorato, finalizzati al godimento rivolto autisticamente al sé stesso del soggetto. La tendenza della pulsione narcisistica a volere tutto, a godere di tutto, illimitatamente, non più arginata sfocia nel nichilismo, per cui non ad altri soggetti il soggetto deve rispondere, ma solo a se stesso, dato che i sistemi di valore e di riconoscimento condivisi sono appunto stati distrutti dalla superiore volontà del proprio “io”.

Quando i valori perdono la loro pretesa di assoluto e solo il singolo soggetto diviene il consumatore-fruitore ora di questo ora di quel valore, la sua volontà libera si trasforma in indomabile volontà di essere, di persistere, di venir riconosciuti e confermati. È questa “indomabile volontà” che farà dire ad Andreas Lubitz e agli altri come lui: “Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno”.

Il rischio di cadere nell’impersonalità e nell’anonimato, per una carriera stroncata da una malattia agli occhi, gli ha fatto più paura della morte stessa. Avrebbe potuto porre fine ai suoi giorni impiccandosi, avvelenandosi, con un colpo di rivoltella, ma nessuno di questi gesti lo avrebbe consegnato alla storia; essa sola capace di unificare la propria volontà con l'essere eterno nel mondo.

Il mito, tipicamente impregnato nella cultura tedesca, del superuomo glielo ha impedito. A una fine banale e ovvia ha preferito l'eternità presente nell'attimo precedente lo schianto contro la montagna, dimostrando al mondo intero di essere un superuomo che affronta la morte e la distruzione di sé e degli altri a viso aperto e senza paura.

La soluzione dunque non sta nell'aumentare a dismisura i controlli, ma nell'introdurre la cultura dell’accettazione della propria e altrui fragilità e debolezza contro il principio della performance, tanto cara alla cultura neoliberista, secondo la quale per vivere bisogna lavorare e per lavorare bisogna essere sempre al massimo nelle proprie performance, altrimenti si rischia di essere scavalcati o sostituiti da qualcuno che realizza quelle stesse performance in un modo migliore.

Come sostiene Vittorino Andreoli, “non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell'affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione, aprendoci – quando serve – al loro dolore”.

Si sarebbe evitato il dramma se Andreas Lubitz avesse pensato se stesso come essere umano, accettando le fragilità proprie di noi esseri umani, di non poter sempre essere un vincente, di poter essere lasciato da una ragazza, di poter accettare di non essere all'altezza del lavoro di pilota?