sabato 23 maggio 2015

STRAGE DI CAPACI, 23 ANNI DOPO

A 23 anni dalla strage di Capaci, l'Italia ricorda la morte del magistrato Giovanni Falcone che nell'attentato perse la vita insieme con la sua moglie e tre agenti della scorta. Dopo 23 anni, quella strage, che anticipa di poco quella di Via D’Amelio, resta ancora una pagina oscura, come le tante stragi che hanno segnato e scritto la storia del nostro Paese da quel primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. 

E i colpevoli? Intendo quelli veri, non esistono. Il presidente della Repubblica nel celebrare il 23esimo anniversario dell'attentato di Cosa Nostra ci esorta a “Battere la mafia, incompatibile con la libertà e l’umana convivenza”. E con riferimento alla nostra Costituzione ci ammonisce ad affermarne la cultura quale più efficace arma per “battere il cancro mafioso”. 

Già propria quella Costituzione che a parole si esalta ma nei fatti si tradisce: Mattarella è lo stesso che ha firmato l’Italicum, la nuova legge elettorale che presenta i medesimi vizi di costituzionalità già censurati dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1 del 2014, con riguardo al premio di maggioranza e all'espressione del voto di preferenza. 

Ma presto Renzi e il suo sottoposto Mattarella ci convinceranno che un gallo non è un pollo.
   
Quindi alle 17.58, l’ora della strage, il presidente della Repubblica con il presidente del Senato Aldo Grasso hanno osservato un minuto di silenzio sotto la casa di Giovanni Falcone. E qui hanno letto i nomi delle vittime dell'eccidio.

La solita commedia all'italiana, se non fosse una tragedia. 

Che fine ha fatto la trattativa Stato-mafia? E chi ricorda Nino Di Matteo che nella solitudine più assordante continua ad indagare sulle stragi di mafia in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?

Giovanni Falcone disse: “Si muore quando si è lasciati soli”. Mostrando come chi sceglie di affrontare le collusioni tra criminalità organizzata e potere si ritrova isolato e delegittimato anche da pezzi delle stesse Istituzioni. 

Oggi la storia si ripete con Nino Di Matteo.


Sono disgustato di un Paese che celebra i suoi eroi solo quando sono morti.

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