martedì 11 agosto 2015

RENZI, IL GRANDE ILLUSIONISTA

“I dati diffusi dall'Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è una occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione”. Lo dichiara il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Nel primo semestre, l’Inps conferma l’andamento dei dati espresso dal Ministero del Lavoro: il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato è aumentato. Sul totale dei rapporti di lavoro attivati entro il 30 giugno scorso, certifica l’Inps, si è passati dal 33,6% dei contratti a tempo indeterminato attivati nel 2014 al 40,8% dell’anno in corso, per un incremento complessivo di 252.177 lavoratori assunti senza data di scadenza.

Lasciamo perdere per il momento l’ambiguità dei termini “indeterminato” e “stabilità”. Come si possa parlare di lavoro “stabile” a tempo “indeterminato” quando il reintegro in caso di licenziamento del dipendente è limitato solo a quello “discriminatorio”, mentre per tutti gli altri casi è previsto un risarcimento economico irrisorio – due mensilità per ogni anno di servizio (si veda il precedente articolo “Da oggi il mobbing è legale”) –, è cosa che mette a dura prova le mie facoltà psichiche e intellettive. Peraltro, la reintegra viene – con subdola tecnica normativa – di fatto del tutto vanificata con l’introduzione del meccanismo dell’inversione dell’onere della prova. Nel caso, infatti, dell’odioso licenziamento disciplinare illegittimo, sarà il lavoratore a dover direttamente dimostrare in giudizio l’inesistenza del fatto contestatogli.

Insomma, il Jobs Act non è solo quanto di più lontano possa esservi in materia di sicurezza e stabilità del posto di lavoro, ma anche in materia di democrazia e tutela dei diritti dei lavoratori, contribuendo di fatto a creare nuove forme di schiavitù e servitù nel mondo del lavoro.

Il fatto che Renzi gongoli sui dati diffusi dall’Inps rivela piuttosto il personaggio e non il conforto che questi dati dovrebbero ispirarci. Un uomo che sembra l’incarnazione del “Principe” di Machiavelli: «È necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatóre e dissimulatore (...) e sono tanto semplici gli uomini (...) che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».

Un uomo la cui ambizione è così smisurata da pregare Dio di non averne uno simile tra i propri amici: con una mano ti offre un mazzo di rose, con l’altra brandisce un coltello pronto ad essere vibrato quando l’occasione lo richiede. Un carrierista furbacchione che parla con lingua biforcuta. Un insopportabile sbruffone che promette, promette, promette: una riforma al mese, soldi per le scuole che non ci sono, sgravi alle aziende che non arrivano, aiuti alle famiglie che aspettano e sperano, rivoluzioni che falliscono sul nascere, confidando sull’ingenuità e dabbenaggine degli italiani.

Possiamo davvero fidarci di un soggetto simile?

Torniamo ai buoni segnali dal fronte del lavoro. Siamo davvero ad una svolta? A giudicare dalle notizie diffuse dalle maggiori testate giornalistiche e dai network televisivi pare proprio di sì: la riforma del Jobs Act ha dato un impulso positivo al mercato del lavoro. Ma se questo è vero, allora come mai i dati diffusi dall’Istat lo scorso 31 luglio riferiscono di un tasso generale della disoccupazione al 12,7%, mentre la disoccupazione giovanile è giunta alla soglia del 44,2%? Vale la pena ricordare che nel 2011 la percentuale totale dei giovani senza occupazione era del 27,5%.

Cerchiamo di capire dove sta l’inghippo. Se le politiche in materia di lavoro adottate dal governo stanno funzionando, perché allora la disoccupazione aumenta?

Per tentare di rispondere alla domanda, immaginiamo un provvedimento del governo finalizzato ad incentivare l’acquisto di una nuova autovettura da parte di chi pur avendo i quattrini preferisce tenersi la sua vecchia automobile. Supponiamo che l’incentivo consista nell’abbattimento dell’Iva e sospensione del bollo auto per tre anni. Non occorre molta lungimiranza per prevedere che tale proposta di legge farà lievitare significativamente il numero delle nuove immatricolazioni.

Possiamo ragionevolmente supporre per similitudine che il boom dei stabilmente precari a giugno sia il frutto della poderosa dose di incentivi. Ora poiché gli incentivi non sono a costo zero, il Jobs Act costerà alla fiscalità generale qualcosa come 11 miliardi di euro in tre anni - ma questo pochi lo dicono - il Presidente del Consiglio dovrebbe onestamente dire se il suo entusiasmo è ben fondato o rientra in una delle tante propagande elettorali fatte con i soldi degli italiani che le tasse le pagano.

Il fatto è che con gli incentivi alle imprese (il datore di lavoro potrà risparmiare fino a 8060 euro di contributi annuali), a giugno sono aumentate soltanto le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato «a tutele crescenti». Dunque una “bolla”: non sono nuovi posti di lavoro, ma solo stabilizzazione dell’esistente.

Intanto Mediobanca, e non un gufo, traccia un quadro assai meno roseo: nelle grandi imprese l’occupazione è calata dell’1,1%. Le vendite sul mercato interno continuano a crollare. Dall’inizio della crisi nel 2008 gli operai sono diminuiti dell’8,5%. Nel settore manifatturiero targato Italia si è registrato un crollo del 12,3%. Sul fronte degli investimenti esteri, molti gruppi sono andati via dal nostro Paese, determinando una perdita di posti di lavoro del 19% tra gli operai e dell’8% tra gli impiegati. Coloro che sono riusciti a conservare il posto di lavoro guadagnano assai meno, con conseguente perdita del potere di acquisto.

Il Paese è sull’orlo della decomposizione economica, politica e sociale, e Renzi non sa far di meglio che continuare a “prenderci per il culo”. Non è con le "prese di culo" che si risolvono i problemi dell'Italia.

domenica 2 agosto 2015

LO SCAMBIO MENO TASSE MENO SPESA SOCIALE

Renzi annuncia che abbasserà le tasse di 50 miliardi nei prossimi cinque anni. Nel 2016 via tutte le tasse sulla prima casa, nel 2017 via buona parte dell'Ires (l’imposta sul reddito delle società), quindi nel 2018 interventi sugli scaglioni Irpef.

A questo punto sorge spontanea la domanda: dove si troveranno i 50 miliardi con cui “coprire” i tagli alle tasse per i prossimi 5 anni?

Considerato che la combinazione perversa di evasione e corruzione costa al popolo italiano qualcosa come 236 miliardi di euro all’anno, ci si sarebbe atteso che le risorse si potessero reperire dal maggior contrasto alla corruzione e all’evasione. Ma per carità lasciamoli stare!

Così anche questa volta arriveranno da ulteriori tagli alla spesa sociale. I primi dieci miliardi il governo li troverà tagliando i fondi alla Sanità.

Il ministro della Salute Lorenzin si è affrettata però a precisare che «nella prossima legge di stabilità non è previsto nessun taglio lineare alla sanità ma solo un efficientamento del sistema, che produrrà risorse da destinare al miglioramento dei servizi».

Sarà ma non ci credo. Se i risparmi che derivano dalle misure che puntano a mettere in efficienza il sistema fossero reinvestiti nel Servizio Sanitario Nazionale, allora sarebbe un’azione lodevole. Ma è più probabile che servano solo a far cassa a danno dei meno abbienti e dei più deboli. Infatti, poiché in cima alla lista dei tagli ci sono le prestazioni specialistiche non necessarie, si verificherà che il medico che non voglia rischiare di veder decurtato il proprio stipendio non le prescriverà. Il paziente invece che insiste per la prestazione dovrà pagare di tasca propria, semprechè sia nella condizione di permetterselo.

Lo scambio tasse – spesa sociale dovrebbe rivelare ormai anche ai più sciocchi la meta delle nuove strategie politiche di Matteo Renzi. Esse vanno nel solco tracciato dalla Margaret Thatcher nel 1979 e da Ronald Reagan nel 1980, che possono essere così sintetizzate: riduzione delle imposte e privatizzazione dei pubblici servizi.

A quel qualcuno poi che creda che privato sia necessariamente più bello e sinonimo di efficienza, consiglio la visione del bel film di Michael Moore, “Sicko”, che racconta e descrive il viaggio nella sanità americana. Un sistema dominato dalle compagnie assicuratrici che riserva le cure migliori alle classi più abbienti, mentre scarica sul marciapiede coloro che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria e quindi destinati alla discarica, all’estinzione come una certa interpretazione del darwinismo sociale impone: il più forte sopravvive a scapito del più debole.

La sanità italiana pubblica, sorta sul presupposto che ogni uomo, indipendentemente dalla classe di appartenenza, abbia diritto all’assistenza sanitaria, dopo l’ennesimo taglio corre il rischio di collassare. Le compagnie assicuratrici italiane ringraziano il governo Renzi e nell’attesa, come lupi affamati, sbavano in vista del prossimo succulento banchetto.

È soltanto un caso che l’equilibrio dei conti passi solo attraverso la sanità, la scuola, la previdenza, mentre la riforma della Pubblica amministrazione resta un processo senza fine? Per la riforma delle pensioni e del lavoro della ministra Fornero sono bastate 48 ore, ma tutte le volte che si è aperto il cantiere della riforma della pubblica amministrazione si è ripetuto e si ripete lo stesso schema: pletoriche commissioni di studio, presiedute da accademici, che non sono mai approdate a niente. Nei ministeri, nei Comuni, nelle Regioni e nella Sanità dilaga un esercito di alti dirigenti che, secondo uno studio internazionale, sono i meglio retribuiti al mondo; alcuni guadagnano molto di più del Presidente degli Stati Uniti. Un’elaborazione della Cisl, basata sul dossier della Corte dei Conti del 2013 sul costo del lavoro pubblico, ne ha contati 168 mila, con una spesa lorda per le loro retribuzioni stimata da un minimo di 15 miliardi ad un massimo 20 miliardi di euro l’anno. E non sono noccioline!

Vale ricordare che in rapporto al Pil la spesa sanitaria italiana è la più bassa della zona euro, perfino di quella greca: nel 2013 i greci hanno investito in sanità, tra pubblico e privato, il 9,2% del loro Pil; i Paesi Bassi spendono l’11,8% del Pil, la Francia l’11,6% e la Germania l’11,3%; l'Italia si è fermata all'8,8% del 2013.

Ma non disperiamo, anche noi abbiamo i nostri primati. In fatto di evasione fiscale siamo i primi; rispetto al Pil l’evasione fiscale rappresenta il 12,4%. La medaglia d’oro ci viene conferita anche per l’economia sommersa; incide per il 28,87% sul Pil. Sarebbe troppo facile cominciare da qui. Ai nostri governanti non piace giocare facile.

Beh, a ciascuno il suo primato.

domenica 19 luglio 2015

ITALIANI BRAVA GENTE, UN MITO DA SFATARE

La preoccupazione per il debito dei greci ci distoglie dal pensare al nostro, che ha ormai superato i 2200 miliardi, ma Renzi ci tranquillizza sulla tenuta dei nostri conti e promette che nel 2016 eliminerà la tassa sulla prima casa e finalmente dal 2017 una riduzione senza precedenti su Ires, Irap e Irpef. E a chi gli fa osservare che questi annunci hanno il sapore della demagogia, i sondaggi danno infatti i democratici in perdita costante da alcune settimane, risponde che chi lo dice è vittima del caldo: il partito è in buona salute!

Sul lato della corruzione, l'Italia è il paese dove gli episodi di corruzione sono più frequenti che nel resto d’Europa. In nessun altro paese europeo, i tanti soldi che spettavano allo Stato per stimolare la crescita sono stati persi in casi di frode e corruzione. Triste a dirlo ma persino la Grecia confrontata con l’Italia appare più virtuosa. La corruzione e le infiltrazioni mafiose nei partiti di governo – frutto del clientelismo, dello scambio elettorale politico-mafioso, degli appalti pilotati e truccati, delle falsificazioni dei bilanci, del mancato allontanamento dei corrotti dalla gestione della cosa pubblica, della nomina di politici locali collusi e sostenuti da organizzazioni criminali, di primarie inquinate, ecc. ecc. – sono divenute una metastasi inestricabile. Gli italiani sono giustamente incavolati per le misure di rigore imposte dall’austerity: crescita nulla dei loro stipendi e qualità di vita in costante regressione. Ma la colpa non è tanto dei tagli alle spese quanto dei politici corrotti e dei capitalisti senza scrupoli che hanno abusato e abusano dei pochi fondi che erano in teoria destinata a migliorare gli standard di vita e il benessere della gente “comune”.

Sul fronte dell’evasione fiscale, le cose non vanno affatto meglio: il nostro Paese infatti è tra i «maggiori evasori» del continente, contando un’evasione Fiscale di oltre 180 miliardi di euro. L’evasione corrisponde a circa il 30% delle entrate fiscali totali ed è pari a circa il 10 per cento del Prodotto Interno Lordo. Ogni anno in Italia oltre 300 miliardi di imponibile non vengono dichiarati.
L’ultimo rapporto sull'Italia del centro studi Economia reale dell’economista Mario Baldassarri, ex senatore di Alleanza Nazionale, ci racconta che l’evasione e la corruzione “rubano” al prodotto interno lordo italiano la discreta sommetta di 236 miliardi di euro.

Non parliamo poi della sanità, della giustizia, dell’istruzione per non infierire.

E la maggioranza degli italiani di fronte a questo scenario che fa?

Affollano le spiagge per sfuggire al caldo torrido di questo mese di luglio, con temperature intorno ai 40 gradi. E chi non può permetterselo, si rifugia nei Centri commerciali alla ricerca di refrigerio, garantito dai condizionatori d’aria.

Così mentre la corruzione politica e morale travalica anche quei pochi argini rimasti saldi delle istituzioni repubblicane, il vero problema degli italiani non sono i ladri che affamano il loro presente e il futuro dei loro figli. Il dramma, quello vero, che toglie loro opportunità sono i profughi, gli immigrati.

Questo atteggiamento di quegli italiani che di fronte al dramma dei profughi reagisce con rabbia e violenza, mi fa venire in mente il film “Johnny Stecchino”, interpretato da Roberto Benigni. Quando Bonacelli illustra all'ignaro Dante – sosia del boss mafioso Johnny Stecchino, catapultato in Sicilia per attirare su di se la vendetta degli altri boss mafiosi – le piaghe della città di Palermo, ne elenca tre. L’Etna, il vulcano che quando si mette a fare i capricci distrugge paesi e villaggi, la Siccità che d’estate brucia la terra. Aggiunge che contro queste nulla si può fare, perché così è la natura. Infine, la terza, la più devastante: il Traffico, troppe macchine, un traffico tentacolare, vorticoso che impedisce di vivere e rende nemici famiglia contro famiglia.

Per questi decerebrati, i profughi, gli immigrati sono la causa di tutti i problemi che affliggono l’Italia. A loro non passa neppure per l’anticamera del cervello che non sono stati, e non sono, loro se la disoccupazione in Italia è a due cifre e se un giovane vuole trovare un lavoro è costretto a recarsi all'estero. Perché da noi, se non sei raccomandato, non hai alcuna speranza. Non dipende dagli immigrati e dai clandestini se negli ultimi anni le diseguaglianze nel nostro Paese si sono accresciute. Non dipende ancora da loro l’inettitudine dei nostri politici, perché sono gli italiani ad eleggerli. La corruzione, l’evasione fiscale, la cattiva gestione della cosa pubblica, non dipendono ancora da loro: sono la conseguenza della nuova cultura degli italiani convinti che l’interesse personale e privato sia prevalente rispetto all’interesse generale e che dei principi morali ci si possa allegramente fregarsene e che questi vanno bene solo se servono all’interesse privato e al personale tornaconto.

Che cosa è accaduto nel corso della nostra storia nazionale che ha fatto degli italiani quello che sono diventati? Un popolo di furbi; opportunisti al punto tale che quando la loro pancia è piena il resto del mondo può andare a farsi fottere; maestri nell'arte del «chiagni e fotti»: si lamentano perché tutto va male, ma inclini a un quietismo rassegnato di fronte al potente, spacciando questo servilismo per realismo.

Un realismo che in realtà è miserabile, per l’evidente ragione che quando per i principi non si è disposti a lottare, anche a costo del proprio interesse, si è servi e non cittadini. I servi vivono obbedendo alla volontà dei tiranni; i cittadini si ribellano, fosse l’ultima cosa che fanno. Perché se la vita è importante, lo è ancora di più la dignità che rende quella vita degna di esistere e d’essere vissuta. Sta scritto nel Vangelo: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà e chi è disposto a perderla la salverà”.

Esultano finalmente i residenti di Quinto di Treviso che sono riusciti, dopo due giorni di proteste, a cacciare i 101 profughi, sistemati dalle autorità in case sfitte alla periferia della città nel complesso residenziale Guaraldo. “E' una grande vittoria - spiega un residente - frutto di una battaglia condotta civilmente, a parte qualche intemperanza”. Una ragazza, seduta in giardino con i suoi bambini, dice con sollievo: “Ora i nostri bambini possono tornare a giocare fuori, prima, con i profughi qui, non potevano farlo”. Uno degli abitanti del quartiere astioso incalza: “Io non li voglio vicino a casa mia, nessuno li vuole”.

Prendersela con gli ultimi della Terra non è solo da miserabili ma anche da vigliacchi.

sabato 23 maggio 2015

STRAGE DI CAPACI, 23 ANNI DOPO

A 23 anni dalla strage di Capaci, l'Italia ricorda la morte del magistrato Giovanni Falcone che nell'attentato perse la vita insieme con la sua moglie e tre agenti della scorta. Dopo 23 anni, quella strage, che anticipa di poco quella di Via D’Amelio, resta ancora una pagina oscura, come le tante stragi che hanno segnato e scritto la storia del nostro Paese da quel primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. 

E i colpevoli? Intendo quelli veri, non esistono. Il presidente della Repubblica nel celebrare il 23esimo anniversario dell'attentato di Cosa Nostra ci esorta a “Battere la mafia, incompatibile con la libertà e l’umana convivenza”. E con riferimento alla nostra Costituzione ci ammonisce ad affermarne la cultura quale più efficace arma per “battere il cancro mafioso”. 

Già propria quella Costituzione che a parole si esalta ma nei fatti si tradisce: Mattarella è lo stesso che ha firmato l’Italicum, la nuova legge elettorale che presenta i medesimi vizi di costituzionalità già censurati dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1 del 2014, con riguardo al premio di maggioranza e all'espressione del voto di preferenza. 

Ma presto Renzi e il suo sottoposto Mattarella ci convinceranno che un gallo non è un pollo.
   
Quindi alle 17.58, l’ora della strage, il presidente della Repubblica con il presidente del Senato Aldo Grasso hanno osservato un minuto di silenzio sotto la casa di Giovanni Falcone. E qui hanno letto i nomi delle vittime dell'eccidio.

La solita commedia all'italiana, se non fosse una tragedia. 

Che fine ha fatto la trattativa Stato-mafia? E chi ricorda Nino Di Matteo che nella solitudine più assordante continua ad indagare sulle stragi di mafia in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?

Giovanni Falcone disse: “Si muore quando si è lasciati soli”. Mostrando come chi sceglie di affrontare le collusioni tra criminalità organizzata e potere si ritrova isolato e delegittimato anche da pezzi delle stesse Istituzioni. 

Oggi la storia si ripete con Nino Di Matteo.


Sono disgustato di un Paese che celebra i suoi eroi solo quando sono morti.

domenica 3 maggio 2015

I° MAGGIO LA FESTA DEL LAVORO CHE NON C’È

La disoccupazione sale ancora e quella giovanile schizza al 43,1%. È uno scenario cui siamo abituato negli ultimi anni se non fosse che questo I° maggio è anche il primo dell’era del Jobs Act: l’Istat ha confermato che la riforma del mercato del lavoro voluta da Renzi non ha fatto miracoli: la disoccupazione a marzo, mese del Jobs Act, fa segnare un ulteriore incremento di 52.000 unità senza lavoro e di 138.000 su base annua.

Si potrebbe obiettare che è prematuro misurare gli effetti del Jobs Act, ma è stato lo stesso governo a creare aspettative irrealistiche; il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, fino a qualche mese fa celebrava decine di migliaia di nuovi posti rivelatisi, a parere dell’Istat, inesistenti. Gli incentivi di 8 mila euro all'anno per tre anni, previsti dal Jobs Act, hanno avuto l’unico effetto di stabilizzare i precari, ma nessun posto di lavoro nuovo è stato creato. Peraltro, il nuovo contratto di lavoro, grazie agli sconti contributivi, aiuterà le imprese a liberarsi dei dipendenti in esubero, conseguendo, in caso di licenziamento prima del terzo anno, anche un guadagno netto di 5.500 euro medi se licenzia un lavoratore a fine anno, che diventano 16.500 euro medi se il lavoratore assunto venisse licenziato dopo 3 anni.

La tabella seguente mostra il saldo positivo per l’impresa nel caso di un lavoratore assunto e licenziato dopo un anno:

Reddito
annuo
Reddito
mensile
Benefici sgravi
contributivi
annui
Benefici
taglio IRAP
annui
Totale
benefici
dell’anno
Indennizzo
licenziamento
Differenza
benefici e
indennizzo
12.000,00
923,00
3.780,00
470,00
4.250,00
1.385,00
2.865,00
15.000,00
1.153,00
4.725,00
656,00
5.381,00
1.730,00
3.651,00
18.000,00
1.385,00
5.670,00
843,00
6.513,00
2.078,00
4.435,00
22.000,00
1.692,00
6.930,00
1.091,00
8.021,00
2.538,00
5.483,00
25.000,00
1.923,00
7.875,00
1.278,00
9.153,00
2.885,00
6.268,00
35.000,00
2.692,00
8.060,00
1.781,00
9.841,00
4.038,00
5.803,00
45.000,00
3.461,00
8.060,00
2.276,00
10.336,00
5.192,00
5.144,00

La tabelle seguente mostra invece il saldo positivo per l’impresa nel caso di un lavoratore assunto e licenziato dopo tre anni:

Reddito
annuo
Reddito
mensile
Benefici sgravi
contributivi
annui
Benefici
taglio IRAP
annui
Totale
benefici
annui
Totale
benefici dopo 3
anni
Indennizzo
licenziamento
Differenza
benefici e
indennizzo
12.000,00
923,00
3.780,00
470,00
4.250,00
12.750,00
4.154,00
8.596,00
15.000,00
1.153,00
4.725,00
656,00
5.381,00
16.143,00
5.189,00
10.954,00
18.000,00
1.385,00
5.670,00
843,00
6.513,00
19.539,00
6.233,00
13.306,00
22.000,00
1.692,00
6.930,00
1.091,00
8.021,00
24.063,00
7.614,00
16.449,00
25.000,00
1.923,00
7.875,00
1.278,00
9.153,00
27.459,00
8.654,00
18.805,00
35.000,00
2.692,00
8.060,00
1.781,00
9.841,00
29.523,00
12.114,00
17.409,00
45.000,00
3.461,00
8.060,00
2.276,00
10.336,00
31.008,00
15.575,00
15.433,00

La scelta del governo sembra dunque più orientata ad aiutare le imprese a dismettere i lavoratori che non le servono più, piuttosto che tesa a contenere e curare la disoccupazione con riforme strutturali. Non c'è quindi da stupirsi se oggi il Pd è molto più popolare nei corridoi di Confindustria che nei luoghi di lavoro. I benefici per le imprese sono evidenti.
Ora, come in fisica, anche in economia vale la legge della conservazione per la quale nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma: azzerare i contributi sulle assunzioni da parte delle imprese comporta indubbiamente scaricare sullo Stato, quindi sulla collettività, gli oneri gravanti sul costo del lavoro. Ciò che l’azienda risparmia, lo pagherà lo Stato. Così, come la povertà, la miseria, la morte e la sete sono diventati un business per il mondo ricco, anche la disoccupazione diventerà presto un business.

La ripresa non si vedrà e l’occupazione non crescerà fintantoché i salari resteranno bassi: meno soldi, meno acquisti. La questione è di una logica cristallina che faccio fatica a comprendere le azioni di questo e degli altri governi che lo hanno preceduto: la diminuzione dei salari reali provoca un aumento della disoccupazione. Il minor potere d’acquisto deprime la domanda interna (i consumi privati), quindi la scarsità di domanda interna fa cadere la produzione. Conseguenza? Riduzione degli investimenti privati. A nessuno – per esempio – verrebbe mai in mente di aprire una gioielleria nello Zimbabwe, dove il Pil pro capite è di soli 756 $ l’anno?

Il peggioramento dei salari e del potere contrattuale delle classi medio-basse hanno avuto l’unico effetto di far aumentare il tasso di disoccupazione. Questo è un fatto e non la fuffa neoliberista che vuole imputare a salari reali troppo elevati l’aumento della disoccupazione, o comunque l’esistenza stessa della disoccupazione. È la realtà che si fa carico di smentire una tale tesi. Sostenere che, se i salari reali diminuiscono, un maggior numero di disoccupati verrà assorbito all'interno del sistema produttivo è un’affermazione che confligge non solo con il buon senso ma anche con i fatti. L’idea che svalutando il lavoro si possa generare crescita e ripresa equivale a sostenere che si possa restare in piedi senza mangiare o stare svegli senza dormire.
La spinta della domanda interna è l’unica strategia per trasformare la disoccupazione in occupazione. La crisi continuerà a mordere, nonostante le continue manovre finanziarie, se non si creano le condizioni per stimolare la domanda interna. E l’unico modo per ottenerla è l’abbandono delle politiche di austerity volute dalla Troika. L’esperienza degli ultimi anni indica che con la politica del rigore economico non si va da nessuna parte; Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, Francia assisteranno secondo l’ordine al crollo delle rispettive economie. 

Dunque, quanto tempo ancora deve passare perché i politici e i tecnocrati europei si rendano finalmente conto che i rimedi finora tentati non hanno avuto successo e si sono rivelati peggiori del male? 

La soluzione può trovarsi solo in un rinnovato protagonismo della politica non solo a livello nazionale, ma anche comunitario e globale. È necessaria una profonda riforma della finanza internazionale che restituisca il primato all’economia reale, sul modello della legge bancaria Glass-Steagall del 1933, che mirava a introdurre misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari. 

Solo ripensando radicalmente l’architettura istituzionale del pianeta, che oggi permette a pochi speculatori di esercitare una vera e propria dittatura, con l’obiettivo di restituire agli Stati quella sovranità sulle politiche economiche trasferita al potere finanziario. 

Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi di queste corporation finanziarie, che senza che il loro potere sia stato democraticamente decretato di fatto dettano le regole e strozzano gli Stati, attraverso una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i governi democraticamente eletti, influenzandone la stabilità. 

È una pura coincidenza che presidente della Bce sia Mario Draghi, ex vice Presidente e Managing Director di Goldman Sachs? È ancora una coincidenza che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti abbia rivestito, tra il 2005 e il 2011, il ruolo di international advisor per Goldman Sachs?

Insomma, tutti gli uomini che hanno avuto e hanno posizioni preminenti nei gangli vitali della politica e dell’economia, non solo italiana, ma europea e mondiale, sono in qualche modo affiliati o vicini a JP Morgan, Goldman Sachs, Black Rock, Aspen Institute, Bilderberg, ecc., il cui potere economico è talmente immenso da condizionare quello degli Stati. Essi rappresentano il nuovo ordine mondiale, un gruppo ristretto di persone che decide segretamente il futuro politico ed economico dell'umanità. 

E se si discute del destino di tutti perché nessun giornalista ha mai avuto accesso a una di queste riunioni; nessuna notizia è mai filtrata dalle stanze in cui avvengono gli incontri? 

Eppure durante questi incontri è risaputo che vengono prese le decisioni più rilevanti per il futuro di tutti noi. Se no perché riunirsi segretamente. Per parlare - forse - dell'ultimo campionato di Baseball? Essi sono i nostri Veri Padroni, il Vero Potere, a giudicare da quel che avviene. 

Quale garanzia possono avere i cittadini che essi operino non per il loro personale interesse, ma nell'interesse dell’intera umanità? Come possiamo essere sicuri che questa crisi non sia stata creata ad hoc per terrorizzarci, per dissuaderci a rivendicare sul piano sociale ed economico le conquiste degli anni ‘70, considerate – a torto – un freno al progresso e alla piena occupazione?

Una cosa è però certa, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, i governi, che dovrebbero essere indipendenti, hanno reagito tutti allo stesso modo: austerità, aumento delle tasse, tagli allo Stato sociale, licenziamenti. Sotto l’incalzante tam tam di tutti i media, che hanno riportato contemporaneamente le stesse notizie, ogni giorno più drammatiche e allarmistiche, abbiamo accettato di barattare la nostra libertà, il nostro spirito critico, in favore di una truffa planetaria che ci sta trasformando in schiavi nelle mani dei nuovi padroni del mondo, in cui la crisi fa da catalizzatore per il nuovo ordine mondiale.
Sono affatto persuaso che non è detto che questa sia l’unica strada percorribile. Vogliono farcelo credere e a questo scopo continuano, a dispetto della verità, a presentarcela come l’unica via per lo sviluppo, in un modo non molto dissimile a quanto avvenne nel medioevo, quando la cultura ufficiale presentava il sistema tolemaico come quello vero solo perché si conciliava con quanto affermato nelle Sacre scritture.
Non è vero che non vi sia altra via che quella della globalizzazione neoliberista: è proprio la realtà a farsi carico di questa sua incompatibilità, non io, con lo sviluppo della civiltà umana. Cosa abbiamo guadagnato dopo trent'anni di politica neoliberista? Distruzione dello stato sociale, smantellamento del sistema pensionistico, disoccupazione e precarizzazione di massa, guerra ai poveri, controllo sociale sono i tratti distintivi di questa ideologia neoliberista. 

Questi sono fatti che non si possono smentire e spero, abbiano ampiamente dimostrato, ai più, quanto questo approccio si sia rivelato inefficace e criminale.

Uscire dalla crisi è possibile a condizione che gli Stati imbriglino il potere finanziario alle ragioni dell’economia reale e non viceversa. È noto come la crisi abbia avuto origine dalla finanza, eppure su questo fronte i governi non sono stati altrettanto determinati e incisivi, quanto lo sono stato sul piano dei tagli allo stato sociale.

Sono persuaso che l’economia di mercato non richieda necessariamente brutalità per vivere, come sono pure fermamente convinto che un mercato libero dei prodotti di consumo possa coesistere con una sanità pubblica, con scuole pubbliche, ecc.; non è detto che la competitività delle aziende non possa armonizzarsi con salari decenti e il rispetto dei diritti dei lavoratori.

La ricetta non ha funzionato, non funziona. Eppure, capi di stato, presidenti della Bce, della Federal Reserve, ecc. continuano a propinarci la stessa minestra. E quando vantano qualche successo è sotto gli occhi di tutti che è tanto effimero, quanto lo può essere l’aspirina nel curare il cancro. Dovrebbe essere ormai chiaro che la terapia è sbagliata: il paziente non solo non migliora, ma peggiora. E questa limpida constatazione, non è ancora sufficiente a indurli a rimettere in discussione gli assiomi della loro stupida e criminale dottrina economica.

Un medico che anziché migliorare lo stato di salute del paziente, lo aggravasse, lo cacceremmo a pedate nel culo. Perché non facciamo lo stesso nei confronti di questi ciarlatani? Due sono i corni della questione: o sono in malafede o sono incompetenti: tertium non datur. Da ormai 30 anni esercitano una egemonia assoluta delegittimando ogni altro paradigma teorico e le basi stesse della democrazia, e, nonostante assistiamo ormai quotidianamente al costante peggioramento delle nostre condizioni di vita, continuiamo a consentirgli di fare a pezzi non solo il nostro futuro ma anche quello dei nostri figli. 

Lo scrittore francese Etienne de la Boétie nel suo “Discorso sulla servitù volontaria” già nel 1549 si interrogava sull'enigma che porta tanti uomini, tanti paesi, tante città e tante nazioni a sopportare il tiranno che non avrebbe altro potere se non quello che essi stessi gli accordano. Se solo questi uomini capissero che la capacità del tiranno di nuocere sta solo nella loro disposizione a tollerarlo anziché opporglisi, chissà che mondo abiteremmo. Il potere del tiranno risiede nella supina condiscendenza dei cittadini che diventano sudditi senza neppure accorgersene. Con altre parole Steve Biko, ucciso dalla polizia del regime dell'Apartheid nel 1977, indicò nella mente degli oppressi l'arma più potente nelle mani degli oppressori.