Nasciamo per vivere; per rispondere al “desiderio che la vita
ha di sé stessa”. E cos’è la vita, se non respiro? Comincia con il primo respiro
e finisce con l’ultimo. I Greci individuavano nell’aria che penetra nei nostri polmoni
– lo pneuma – lo spirito divino che anima il mondo ordinandolo e dirigendolo.
Tutti respiriamo: non potremmo dirci vivi senza respirare.
Ma pochi riescono a sentire la libertà del proprio respiro; ad ascoltare il proprio
respiro e quello di chi ci circonda. Quando questo accade – quelle rare volte
in cui ci abbandoniamo totalmente al fluire lento e tranquillo della vita, che
non vuole nulla se non sciogliersi nella vastità dell’immenso – il ritmo del respiro
muta sino ad assumere l’immagine di un corpo che danza; con gesti ampi fluttua
nell’oceano dell’universo e riempie lo sguardo d’ogni meraviglia.
La vita, come il respiro, non la puoi imbrigliare: essa
vuole consumarsi per rispondere alla chiamata della libertà, che ci invita a
uscire dalle gabbie mentali in cui altri uomini mediocri vogliono rinchiuderci,
con la fallace promessa di una vita più lunga e sicura.
Così gli “esperti” pretendono dettarci le linee guida per una
vita al riparo dalle malattie. Lo abbiamo visto recentemente nella lotta al coronavirus:
virologi, epidemiologi, biologi, medici, ci hanno costretti alla reclusione in
casa, all’uso delle mascherine, dei guanti, al rispetto della distanza di
sicurezza per evitare il contagio.
Anche il Papa ha accolto il “distanziamento sociale”: cedendo
la scena agli scienziati, nuovi sacerdoti della nuova religione, ha fatto
benedizioni e messe televisive a chiese chiuse, invitando pure i fedeli a sgranellare
i rosari nelle più rassicuranti mura domestiche e a non attingere acqua dalla
fonte di Lourdes per non diffondere il virus.
Se qualcosa ho imparato dall’attuale epidemia virale è che proprio
la vita, che si voleva salvare, ne esce umiliata e sconfitta: ridotta a pura
conservazione del corpo. Sepolta dalla minaccia sproporzionata delle politiche
di contenimento che si sono attuate nel nostro Paese: chiusura delle scuole e dei
luoghi di lavoro, della possibilità di spostarsi da un comune all’altro se non
per comprovati motivi di necessità o di urgenza.
Altro fattore, non meno inquietante, è l’aver visto milioni
di individui, in preda al panico, adattarsi prontamente alla limitazione della
libertà imposta dal governo. Accettata pronamente in nome di un desiderio di
sicurezza. Un popolo schiavo che in nome della semplice esistenza biologica è
disposto ad accettare qualsiasi violazione della propria libertà e della
propria dignità; altro che senso di responsabilità civica degli italiani. La
resistenza al tiranno, la disobbedienza civile, è un dovere del cittadino. Non
confondiamo, per favore, il servilismo con il senso civico. Di fronte ad una
legge ingiusta, la ribellione è sacrosanta.
Il virus ha svelato tutta la fragilità e il vuoto interiore dell’uomo
nell’epoca del capitalismo avanzato e globalizzato. Corpi senz’anima che si muovono solo spinti dal bisogno impellente di comprare, consumare,
divertirsi senza gioia.
Sì, senza gioia. Perché il divertimento è inteso soprattutto
come perdita di sé stessi, ricorrendo magari anche all’uso di droga e alcol,
che consentano almeno un attimo di tregua dal tormento opaco e confuso del proprio
vuoto interiore, fatto di perdita della propria identità personale, della
propria unicità e irripetibilità.
È il trionfo del corpo sull’anima. E, senza più anima ci
attacchiamo, come naufraghi, alle cose materiali, che almeno ci danno la
parvenza, la falsa illusione, di ciò che siamo. Nella cura del corpo c’è
qualcosa di eccessivo e maniacale: palestre e centri sportivi, non come
un’abitudine per divertirsi, scaricarsi o mantenersi, semplicemente, sani e “in
forma”. Non basta! Occorre apparire ad ogni costo magri, tonici, giovani. Il
segno di un qualunque cedimento fisico è vissuto con insoddisfazione, malessere,
terrore.
Così di fronte alla minaccia di perdere la propria vita, il
proprio corpo, ci siamo segregati in casa. Ci siamo messi, con guanti e
mascherine, in fila, in paziente attesa, per approvvigionarci nei supermercati,
mentre il personale, prima di farci entrare, provvedeva alla rilevazione
sistematica della nostra temperatura corporea. In ogni comportamento anomalo – l’eccessiva
prossimità, un colpo di tosse – si è visto un potenziale pericolo per la nostra
incolumità.
In cosa eravamo diversi da quelle strane creature, al
confine tra la vita e la morte, che Romero ha rappresentato cinematograficamente
nel ciclo dedicato agli zombi? Come loro – dopo aver soppresso razionalità,
soggettività, sentimenti – siamo solo involucri vuoti di senso che chiedono
solo di sopravvivere.
È questa la vita che il nostro governo ha inteso tutelare
con i suoi provvedimenti deliranti e demenziali?
Signori governanti, che ambite ad avere il controllo totale
dell’essere umano, la vita, quella vera, fiorisce dal suo imponderabile mistero
e chiede di essere vissuta fino in fondo, perché ne riconosce il limite. La
vita, quella vera, non sa che farsene delle vostre sciocche ordinanze. Vuole sfidare
l’ignoto; approdare al senso del suo essere; non vuole lacci e laccioli. Perché
la vita, nei suoi lati di sole e in quelli di ombra, vuole espandersi in ogni
suo respiro.
E quando la morte sopraggiungerà, inchinarsi al suo mistero.
Esattamente quanto mi dicesti una volta. Lo stato per non farci morire di coronavirus ci impedisce di vivere
RispondiEliminaSempre un grande piacere leggere le tue grandi parole un abbraccio
RispondiEliminaGrazie
Una riflessione profonda che all'anima ci arriva davvero. Condivido le tue sensazioni e di nuovo ho un senso di leggerezza nel sentire che di umanità cmq intorno ce n'è. Grazie
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