Lo sconfortante scenario italiano
Il mantenimento del bonus degli 80 euro nel formato attuale, l’annuncio dell’inserimento del Tfr in busta paga ogni mese non credo appaiano misure sufficienti a stimolare la domanda interna e conseguentemente l’economia.Infatti, nonostante il bonus di 80 euro, nel secondo trimestre del 2014 il prodotto interno lordo (PIL) è diminuito di un ulteriore 0,2% rispetto al trimestre precedente. E il governo gioca su due tavoli: se da una parte Renzi dice alla Merkel che “non siamo scolaretti”, dall'altra Padoan – ministro dell’Economia – garantisce Bruxelles che se le sue ricette non funzioneranno, nel triennio 2016-18 saranno chiesti ai contribuenti italiani oltre 50 miliardi di euro, attraverso aumenti dell’Iva e altre imposte indirette per un controvalore di 12,6 miliardi nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018.
Non potrei dire se l’Italia è a rischio deflazione o siamo già in piena deflazione. Un fatto però è certo, se l’inflazione preoccupa, la deflazione è considerata dagli economisti un male peggiore. Quando i prezzi salgono si parla di inflazione. Quando invece i prezzi scendono si parla di deflazione.
Quando non è determinata dall'aumento dei prezzi dei beni importati, l’inflazione se da una parte genera un’erosione del potere d'acquisto dei consumatori, dall'altra riflette una fase del processo economico nel quale vi è piena occupazione e quindi un surplus della domanda rispetto all'offerta. L’inflazione peraltro comporta un trasferimento di ricchezza vantaggioso per i soggetti in posizione debitoria e svantaggioso per i soggetti in posizione creditoria.
La deflazione se porta un vantaggio momentaneo (i prezzi scendono), col trascorrere del tempo distrugge la ricchezza accumulata di una nazione: gli investimenti crollano, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta.
Per rendere più chiaro il fenomeno, immaginiamo un negozio di abbigliamento dopo una stagione di scarse vendite. Il negoziante, per far fronte alla sua posizione debitoria e alle spese, sarà costretto a vendere a saldo la merce invenduta per non trovarsela sul groppone. Se il ricavo risulterà insufficiente per pagare fornitori e dipendenti, il nostro negoziante sarà costretto a vendere la casa e a prosciugare i suoi risparmi, con la conseguenza che tirerà giù il bandone, mandando a casa tutti i suoi dipendenti. Così se i consumatori hanno tratto un momentaneo vantaggio acquistando a poco un capo di abbigliamento, tutta la collettività ne risulterà successivamente impoverita: non esiste più merce da acquistare e la disoccupazione è aumentata. Salvo che il nostro negoziante non realizzi una vincita al superenalotto (un nuovo piano Marshall?), saranno scarse le possibilità che si generi nuova ricchezza.
Così, come nel morbo di Alzheimer via via che la malattia progredisce si spengono le cellule neuronali, dapprima lentamente, quindi sempre più velocemente, il tessuto economico e sociale di un paese si frantuma, si sfalda. Per effetto domino, la catena di eventi indesiderati non si limita alle singole aziende che chiudono. La disoccupazione conseguente riduce la domanda di beni e servizi. Quindi la scarsa domanda di beni raffredda l’entusiasmo delle imprese che operano nel settore produttivo dei beni di consumo ad investire, perché si rendono conto che sarà sempre più difficile vendere, in futuro, le merci prodotte a famiglie sempre più povere.
Il Pil diminuisce ma il differenziale del debito, se anche restasse costante (ipotesi assai improbabile), rispetto ad esso aumenta. Tale circostanza costringe lo stato a pagare interessi sempre più alti agli investitori, che chiedono rendimenti più alti per acquistare il debito di un paese a rischio solvibilità. In questo clima è inevitabile che trovi spazio una speculazione sui titoli di proporzioni enormi che rischia di mandare in default i conti pubblici.
Dal 2010 al 2013, per pagare gli interessi sul proprio debito pubblico, l’Italia ha speso più di 300 miliardi. Il dato è dell’Istat. Quante scuole, quanti ospedali, quante strade, quanto lavoro si potevano creare con quei soldi che sono finiti per pagare solo interessi sul debito?
Nonostante le famose manovre finanziarie, destinate a contenere il debito, il risultato è che dal Governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro, al giugno 2014 il debito pubblico italiano è cresciuto dal 120,7% al 135%, attestandosi a quota 2.169 miliardi. Segno questo che tutte le terapie finora adottate si sono rivelate inefficaci: il nostro paese continua ad accumulare debito! Perché?
Fondamentalmente il debito pubblico è come il debito di una famiglia: si produce come conseguenza di maggiori uscite rispetto alle effettive entrate. Una famiglia può indebitarsi, accendendo per esempio un mutuo per acquistare una casa, a patto però che le sue entrate siano calibrate alla rata di mutuo.
Il debito pubblico italiano continua a crescere, nonostante le strategie di contenimento, perché:
- il peso degli interessi, che viaggiano verso i 100 miliardi di euro l’anno, è divenuto insostenibile;
- sebbene i tassi di interesse nominali restino bassi, pure sono superiori alla somma di crescita e inflazione;
- nonostante la spending review sia sempre stata annunciata e mai nessuno finora ha messo in atto delle vere ristrutturazione di spesa, i costi della Pubblica Amministrazioni – suddivisi in stipendi dei dipendenti pubblici, spese intermedie, altre spese – sono elefantiaci: la spesa pubblica italiana è nel complesso molto elevata per gli standard internazionali e la sua struttura presenta profonde anomalie rispetto a quella rilevata in altri paesi;
- il fenomeno corruttivo italiano spicca tra i paesi europei: conflitto d'interesse, leggi ad personam, lunghezza dei processi e conseguente prescrizione, collusioni tra politica, imprenditoria e criminalità, appalti truccati;
- la percentuale di evasione nel nostro Paese è al 27% del Pil. Per farsene un’idea, basta dire che negli Stati Uniti essa tocca solo (si fa per dire) il 9% del Pil;
- l’Italia ha smesso di crescere;
- non possiamo permetterci più una “politica monetaria”.
Il concorso di tutti questi fattori fa sì che il debito si autoalimenti. Non basta dunque che i governi continuino a tenere in ordine i bilanci dal punto di vista delle spese e delle tasse, come sostanzialmente successo negli ultimi anni in Italia. È necessario che la politica affronti contemporaneamente tutti questi fattori. E per farlo il tempo è veramente scarso: un economista di Bank of America Merill Lynch prevede che il debito pubblico italiano salirà presto al 150% del Pil se l’inflazione rimarrà così bassa.
Con uno stock del debito di oltre 2100 miliardi, che continuerà a crescere, sarà assai improbabile attuare interventi di compensazione per mantenere quel che resta di uno “stato sociale” che si assottiglia sempre di più.
Chi mi legge, risponda onestamente sull'azione dell’attuale governo Renzi. Sta andando verso una ripresa o, al contrario, verso l’affossamento più rapido delle già esigue risorse?
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